Anno 2009

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Il discorso di insediamento di Obama: la diversità è segno di forza

Pier Francesco Galgani, 26 gennaio 2009

Il discorso di insediamento del presidente Obama (whitehouse.gov)

Il 20 gennaio 2009 il senatore Barack Hussein Obama, in piedi di fronte al presidente della Corte Suprema, John Roberts, ha giurato come 44° presidente degli Stati Uniti. Obama è il primo legislatore dai tempi di Lyndon Johnson a ricoprire la massima magistratura americana.

A unire i due presidenti non è però solo la comune provenienza dal ramo legislativo; a creare un forte legame reciproco vi sono altri due aspetti: da una parte l’intensa azione per i diritti civili della minoranza nera dell’ex vicepresidente di John Kennedy; dall’altra la caratteristica di Obama di essere il primo presidente di colore della storia americana e quindi frutto vivente di tali lotte civili e battaglie politiche.

Obama è ben consapevole di ciò, ma nel suo discorso inaugurale ha voluto fare solo un accenno alla sua condizione, quando ha ricordato che 60 anni fa un uomo come lui non sarebbe stato servito in un ristorante americano, mentre oggi può giurare come capo della nazione.

Così come in campagna elettorale ha voluto dedicare un solo discorso al problema razziale, anche nelle sue prime parole da presidente Obama ha ridotto al minimo lo spazio per tale questione. Lo ha fatto perché non intende apparire come un nero che è riuscito a superare ogni pregiudizio razziale ed è arrivato laddove nemmeno Martin Luther King avrebbe immaginato e perché vuole essere considerato per quello che è: un giovane senatore con idee innovative, che - per inciso - è anche uomo di colore e in quanto tale intende sfruttare la sua caratteristica personale per unire più che per dividere le diversità presenti nel Paese.

La volontà di Obama di ricostruire il tessuto sociale americano, danneggiato da otto anni di esasperata partigianeria politica che ha condotto l’amministrazione Bush a sfruttare a fini elettorali anche tragedie come l’11 settembre o il disastro di Katrina, è apparsa in molti passaggi del discorso.

Ad esempio quando ha riconosciuto che la nazione americana è come un patchwork di cristiani e musulmani, ebrei e indù, e questa diversità non è segno di debolezza, ma piuttosto di forza. Oppure quando ha ricordato che gli Usa sono stati forgiati anche da combattimenti che hanno simboleggiato la tensione del popolo verso un obiettivo comune: Concord per sconfiggere la madrepatria inglese nelle lotte della rivoluzione americana; le spiagge della Normandia per abbattere la tirannia nazista e fascista.

Il messaggio di unità e spinta a superare attriti e divergenze per raggiungere obiettivi più elevati, in grado di tutelare il benessere comune, è un elemento che ha accompagnato tutta la sua carriera politica. Già nel 2004, quando fu invitato dall’allora candidato democratico alla presidenza John F. Kerry a tenere il discorso di apertura alla convention di Boston, Obama colpì la ribalta nazionale con un discorso in cui puntualizzava che non vi erano Stati blu o Stati rossi, democratici o repubblicani, ma solo gli Stati Uniti d’America.

Nel suo discorso, al messaggio di unità il neo presidente ha voluto affiancare anche una visione concreta della realtà in cui sarà chiamato a operare. Un po’ come fece John Kennedy quando a Los Angeles accettò la candidatura democratica alla presidenza o quando giurò come capo dell’esecutivo, anche Obama non ha nascosto ai sui connazionali i problemi e le difficoltà degli Usa: la più grave recessione economica dagli anni 30, le cui conseguenze si riflettono nella vita di tutti con i pignoramenti delle case, la perdita del lavoro, i costi elevati dell’assistenza sanitaria, l’eccessiva dipendenza dalle fonti energetiche estere e così via.

Tuttavia anche Obama, con meno retorica e più semplicità del presidente ucciso a Dallas, ha rassicurato gli americani che, se le difficoltà appaiono insormontabili, il suo governo ha intenzione di assumersi la responsabilità di tentare di superarle.

La responsabilità è un altro tema chiave affrontato da Obama: a suo giudizio, tutti sono chiamati a impegnarsi per risolvere i problemi e tutti, anche gli ultimi, sono ugualmente importanti nello sforzo comune a favore della nazione. Soprattutto coloro che lottano e si sacrificano tutti i giorni (qui Obama è sembrato rifarsi al concetto di Richard Nixon del popolo come maggioranza silenziosa che opera tra mille difficoltà senza protestare e senza farsi sentire mai).

La responsabilità e l’impegno di tutti, in particolare del presidente, devono essere rivolti a riaffermare i valori di uguaglianza, libertà e giustizia che da sempre costituiscono la forza della democrazia e dello Stato di diritto americano, in una parola del Soft Power statunitense.

Archiviata l’era Bush con le sue guerre, le contrapposizioni frontali e il suo atteggiamento fortemente ideologizzato, Obama vorrebbe che questi valori tornassero a incarnare l’immagine degli Stati Uniti nel mondo perché tutte le nazioni guardino al suo Paese come a una forza positiva e a favore della pace. Si tratta di un obiettivo molto ambizioso che, se Obama riuscisse a ottenerlo nel suo mandato, potrebbe già permettergli di essere considerato un presidente di successo.

Per Obama, i valori americani e la forza del loro esempio dovrebbero essere la chiave per aprire un dialogo efficace e fruttuoso anche con i nemici o con coloro che fanno parte di culture diverse. Al riguardo appare importante la mano tesa verso il mondo musulmano, con cui si è impegnato a inaugurare un rapporto di tipo nuovo, fondato sul mutuo rispetto e sulla tutela degli interessi reciproci.

Rispetto all’approccio ideologico proprio del suo predecessore, l’intenzione di Obama di privilegiare il dialogo e la difesa dell’interesse nazionale è indice di un atteggiamento pragmatico e realista che lo rende consapevole che, per quanto grande sia la forza americana, Washington non è in grado di agire da sola e deve quindi fare affidamento sulle istituzioni internazionali e sugli alleati.

Naturalmente il pragmatismo del nuovo presidente non va interpretato come segno di debolezza e arrendevolezza. Obama lo ha sostenuto con chiarezza quando ha sottolineato che, pur se pronto al dialogo, come presidente è chiamato anche a impiegare la forza per sconfiggere coloro che volessero mettere alla prova la sua decisione.

Il realismo che Obama intende applicare nell’arena internazionale si riflette anche nel suo atteggiamento riguardo ai problemi interne del suo Paese. Ad esempio, l’affermazione che le dimensioni del governo non sono né troppo grandi (come sosteneva Ronald Reagan e i suoi epigoni conservatori) né troppo piccole: ciò che conta è che sia in grado di risolvere i problemi delle persone. Lo stesso vale per il mercato, che di per sé non è né una forza benefica né malefica, ma se lasciato senza un indirizzo dello Stato, è capace di creare distorsioni nella distribuzione della ricchezza. Questo secondo un approccio tipico degli economisti e politici keynesiani, le cui idee sembravano essere state sepolte dal conservatorismo trionfante degli ultimi 30 anni e che la recente crisi finanziaria mondiale ha reso di nuovo attuale.

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