Anno 2009

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Benedetto XVI, la revoca della scomunica ai lefebvriani

Pier Francesco Galgani, 2 febbraio 2009

Il 24 gennaio, con un decreto pubblicato il giorno dopo sull’Osservatore Romano, Benedetto XVI ha revocato la scomunica inflitta nel 1988 da Giovanni Paolo II alla Fraternità San Pio X, la comunità cattolica il cui capo spirituale era il cardinale francese Marcel Lefebvre.

La decisione di Wojtyla perseguiva due obiettivi. Da una parte porre un freno alle posizioni contestatarie di Lefebvre e dei suoi seguaci su gran parte delle scelte per la modernità, l’ecumenismo e per una Chiesa più vicina alla gente, del Concilio Vaticano II, da sostituire con il ritorno a un cattolicesimo più chiuso in se stesso e lontano dal mondo moderno, proprio non solo del Concilio Vaticano I di Pio IX, ma addirittura del Concilio di Trento del 1545.

Dall’altra, Giovanni Paolo II intendeva punire Lefebvre e i suoi che, proprio perché critici della dottrina della Chiesa cattolica, disconoscevano l’autorità del Papa di Roma ed esplicitarono il loro rifiuto con la consacrazione di quattro vescovi, un atto che, con il secolare accentramento del potere della Chiesa nelle mani del successore di Pietro, rientra nella esclusiva potestà del Pontefice romano.

La scelta di Wojtyla fu dettata quindi dalla volontà di bloccare una deriva tradizionalista, contraria al Concilio, e per riaffermare l’autorità assoluta del Pontefice romano sulla Chiesa, un assetto che le comunità cristiane originarie non avevano previsto e anzi avevano tentato di evitare.

La revoca di Benedetto XVI della scomunica alla Fraternità S. Pio X si inserisce nello stesso contesto alla base dell’estrema sanzione comminata da Wojtyla a Lefebvre. Con il successore di Giovanni Paolo II, le novità introdotte dal Concilio II sono state in parte ridimensionate, (ad esempio l’ecumenismo presente nella definizione della Lumen Gentium di “scintille di verità” presenti in ogni credo stride con dichiarazioni come quella del luglio 2007 del cardinale Levada sulla comunità cattolica come unica Chiesa in Cristo) a favore di una visione che, in nome di una generale lotta al relativismo, ha chiuso la porta a quasi tutte le sollecitazioni di una società civile in continuo mutamento (ad esempio con il rigetto di temi come l’eutanasia) e ha reso la centralità della Chiesa cattolica uno dei principali motivi conduttori del pontificato di Ratzinger.

Non solo, Benedetto XVI, a differenza di Wojtyla, è salito al soglio di Pietro in una età avanzata e quindi con la consapevolezza di non poter impostare il suo impegno con una ampiezza di prospettive e scelte proprie di un papa più giovane come il pontefice polacco; il suo “programma” è quindi apparso sin da subito più limitato: poche cose, pochi obiettivi e uno fra questi è stato perseguire la riunificazione delle varie correnti in cui, nei secoli, si è frantumato l’universo religioso cristiano.

Sin dal 2005, Ratzinger si è quindi adoperato per un graduale riavvicinamento con gli scismatici di Lefebvre con gesti di riconciliazione, ma anche con scelte precise, come la liberalizzazione del latino e la possibilità di usare il rito preconciliare tridentino.

Simili aperture, unite al clima dell’attuale Chiesa cattolica, meno in sintonia con il Vaticano II (posizione evidenziata anche da una affermazione dell’Osservatore Romano sulla necessità di non mitizzare il Concilio aperto da Giovanni XXIII), hanno preparato il terreno alla revoca della scomunica.

L’abolizione della sanzione si è infine materializzata quando anche l’ultimo tassello è tornato al suo posto e cioè al momento in cui la Fraternità S. Pio X ha dichiarato, a fine 2008, di riconoscere la centralità della dottrina della Chiesa di Roma. Dopo il graduale riavvicinamento del Vaticano alle posizioni anticonciliari dei seguaci di Lefebvre, il cerchio si è chiuso con l’accettazione dei lefebvriani a sottomettersi di nuovo alla autorità assoluta del Pontefice romano.

Tutto bene quel che finisce bene, se non che a gettare una luce poco edificante sulla chiusura dell’ultimo scisma della cattolicità sono intervenute le assurde dichiarazioni di uno dei quattro vescovi consacrati da Lefebvre: Richard Williamson che qualche tempo prima del decreto di revoca ha negato l’attendibilità dei numeri della Shoa e persino l’esistenza della camere a gas, causa della morte di milioni di ebrei.

Appare difficile pensare che Benedetto XVI non fosse a conoscenza di simili dichiarazioni negazioniste di uno dei vescovi scismatici e quel che colpisce di più è che abbia voluto procedere lo stesso con il decreto di revoca, a pochi giorni anche dalla celebrazione del giorno della Memoria, la ricorrenza internazionale per non dimenticare gli orrori dell’Olocausto contro il popolo ebraico.

Ovviamente le reazioni negative dei discendenti delle dodici tribù di Israele non si sono fatte attendere. Il portavoce dello Yad Vashem, il museo dell’Olocausto, ha definito scandalosa la decisione di Ratzinger di accogliere nel grembo della Chiesa un vescovo che ha negato la Shoa; Jerusalem Post ha chiesto la sospensione delle relazioni ufficiali tra Vaticano e comunità ebraiche. Non solo, qualcuno ha sostenuto che la scelta di Ratzinger avrebbe messo in forse la realizzazione del prossimo viaggio del Papa in Terra Santa.

A parziale rettifica delle sciagurate dichiarazioni di Williamson, e per ridurre le polemiche suscitate dalla sua decisione, il 28 gennaio Ratzinger ha pronunciato dure parole contro le tesi negazioniste e ha ammonito i fedeli a non dimenticare l’Olocausto. Tale presa di posizione è servita però a poco. Il danno al dialogo con gli ebrei è ormai una realtà e servirà ben altro a riparare le relazioni bilaterali.

Benedetto XVI non è nuovo a tali situazioni. Qualcosa di simile, allora contro i musulmani, si verificò nel 2006, quando a Ratisbona l’ex teologo citò le parole poco amichevoli riguardo Maometto e la sua religione di un imperatore bizantino.

Entrambi gli episodi sono riconducibili al medesimo atteggiamento che sembra permeare l’attuale Chiesa cattolica: una comunità arroccata sulle sue posizioni e troppo ripiegata sulle beghe e controversie interne. Una chiusura che la conduce a essere spesso incapace di vedere al di là del proprio particolare e che la rende poco incline al nuovo e alla riconciliazione con posizioni divergenti dal suo magistero non coincidenti con il suo dominante conservatorismo, come ad esempio con la teologia della liberazione, di cui uno dei principali esponenti, padre Leonardo Boff, rimane consegnato al silenzio, così come deciso dall’allora cardinale Ratzinger.

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