Anno 2009

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La US Navy e le Small Boats

Giovanni Martinelli, 14 gennaio 2009

Quello che stanno vivendo gli Stati Uniti è un momento del tutto particolare; la fine della presidenza Bush e l’oramai imminente insediamento del neo-presidente Obama stanno infatti stimolando un intenso dibattito su molti argomenti. E tra questi non poteva certo mancare quello relativo alle politiche di sicurezza e di difesa, per un confronto che da una parte si lega con l’analisi e le prospettive delle operazioni militari ancora in corso e dall’altro con il mutamento degli scenari strategici e operativi.

Diventa quindi del tutto naturale, anche in relazione alla grave crisi economica mondiale e alla necessità di impiegare al meglio le risorse disponibili, riflettere sul come sono strutturate, organizzate ed equipaggiate le Forze armate americane. Un confronto per certi versi facilitato dalla grande attenzione che, indipendentemente dallo schieramento politico, questi temi esercitano su gran parte del Paese e dalla presenza di numerosi centri studi e ‘think-tank’ che si occupano di questi temi.

Accade così che diversi di tali organismi abbiano già provveduto a elaborare degli studi (Cfr. ‘Due importanti pubblicazioni americane da segnalare, C.Buzzi su PdD) non solo su quelli che potrebbero essere gli scenari più probabili ma anche su come dovrebbe cambiare lo strumento militare americano. Argomenti di non poco conto visto che (volenti o nolenti) ciò che accade - anche militarmente parlando - negli Stati Uniti finisce con l’influenzare anche il resto del pianeta.

Tra i molti lavori presentati, ve ne è uno in particolare (America's Defense Meltdown), redatto per conto del Center for defense information (Cdi)), che per la sua originalità merita più di un cenno, soprattutto nel capitolo che riguarda la possibile evoluzione della US Navy. E questo anche perché a redigerlo è una firma importante: William Lind, uno dei massimi teorici di quella ‘fourth generation warfare’ che a sua volta finisce con il rappresentare il filo conduttore di tale capitolo, oltre che dell’intero rapporto. In sintesi, ciò che si afferma è che per la Marina americana sia arrivato il momento di spostare l’attenzione dalle operazioni alturiere a quelle da effettuarsi in ambito costiero, laddove cioè i futuri conflitti tenderanno a manifestarsi con sempre maggiore frequenza.

Sulla base di questa considerazione generale, viene tracciato un profilo di quella che dovrebbe essere la US Navy di domani, con la riconferma dell’importanza della componente subacquea (in quantità e qualità) alla quale aggiungere semmai un nucleo di battelli di dimensioni più piccole (anche a propulsione convenzionale) proprio per i contesti littoral, delle portaerei che però dovrebbero trasformarsi da ‘aircraft’ a ‘general purpose carrier’ in grado di ospitare assetti diversi (dai velivoli alle truppe) e, infine, della componente anfibia con la raccomandazione all’utilizzo di un maggiore numero di unità di derivazione commerciale nonché lo sviluppo di piattaforme più piccole per supportare meglio le operazioni sempre in ambito costiero.

Ma è nel campo delle grandi unità di superficie, e per contro di quelle piccole, che si registrano le novità più significative; ciò che viene proposto è infatti la completa radiazione delle prime perché ritenute obsolete. Al massimo, si ipotizza di mantenere in servizio solo alcune di quelle dotate del sistema Aegis per affidare loro il compito di difesa dai missili balistici; per contro, le funzioni di difesa delle formazioni navali incentrate sulle portaerei e sulle unità anfibie (in pratica le cosiddette ‘big decks’, cioè Lha/Lhd) potrebbero essere affidate, oltre che a loro stesse approntate allo scopo, a navi mercantili opportunamente convertite con equipaggiamenti modulari.

Grandi unità che verrebbero così sostituite da piattaforme più piccole (derivabili anche da realizzazioni civili) robustamente armate e in grado di imbarcare piccoli gruppi di Marines e/o Special forces; il concetto d’impiego prevedrebbe il loro dispiegamento nell’ambito di flottiglie rapidamente dispiegabili nelle acque costiere (ma anche in quelle interne, quindi con dimensioni ancor più ridotte) di quei Paesi nei quali si renderebbe necessario l’intervento. Infine, viste le ridotte dimensioni, queste unità dovrebbero disporre di ‘navi madre’ in funzione di appoggio.

Ma perché, al di là delle specifiche - e a dir poco estreme, forse anche troppo - tesi esposte in questo lavoro, appare comunque interessante soffermarsi sull’argomento delle unità di piccole dimensioni destinate ad operare in acque costiere? Perché in realtà esso riflette, sia pure con diverse differenze tra le varie proposte, una tendenza di fondo che negli Stati uniti è in atto da almeno 20 anni a questa parte e che peraltro si scontra con il crescente gigantismo di certe realizzazioni recenti.

Già sul finire degli anni 80 infatti, il Vice admiral Arthur Cebrowski, considerato il padre della Network centric warfare (Ncw) e futuro direttore dell’Office of force trasformation, elaborò il concetto di una nuova categoria di unità di piccole dimensioni, chiamata Streetfighter, da affiancare alla più tradizionale componente di superficie composta da caccia e incrociatori.

Unità che nelle varie versioni, tutte caratterizzate da un dislocamento contenuto (entro le 600 tonnellate ma con un certo margine di crescita) e da costi ridotti, avrebbero dovuto affrontare sia missioni difensive che difensive. In pratica, si sarebbe dovuto trattare di piattaforme multiruolo per la lotta alle mine e antisom, così come per il supporto delle operazioni a terra e il contrasto di bersagli di superficie e, in un’ulteriore variante, di trasporto e rifornimento veloce (con diversi punti di contatto con l’attuale programma Joint high speed vessel, Jhsv). Già in questa occasione si affaccia il concetto di nave-madre, soprattutto in relazione all’impiego delle unità di minori dimensioni. Tuttavia, l’aspetto saliente del concetto Streetfighter era rappresentato dalla forte integrazione che tutte queste unità avrebbero dovuto conseguire; di fatto, esse avrebbero dovuto operare come uno sciame, interconnesse secondo i concetti della Ncw allo scopo di esaltarne le capacità operative.

Un concetto successivamente affinato, insieme a Stuart Johnson, in un’analisi (Alternative Fleet Architecture Design) datata 2005; vengono infatti delineate nel dettaglio le caratteristiche di due unità: la Very small surface combatant (Vsc-100) e la Small surface combatant (Ssc-1000), la prima di circa 100 tonnellate di dislocamento e la seconda di 1.000, caratterizzate entrambe da una modularità molto spinta.

Non è certo dunque difficile scorgere nel lavoro dell’Ammiraglio americano l’origine del programma Littoral combat ship (Lcs) poi varato dalla Us Navy; ma è anche opinione diffusa che in realtà esso abbia finito con il tradire parte delle aspettative, sia per la notevole crescita dimensionale (con piattaforme ormai intorno alle 3.000 tonnellate di dislocamento) che per quella dei costi (letteralmente esplosi).

Un programma quello delle Lcs che non ha certo esaurito il dibattito su questi argomenti, anzi. In tempi più recenti esso si è infatti rafforzato sulla scorta di articoli apparsi su Proceedings e, in particolare, su Armed forces journal del luglio scorso quando Milan Vego, professore al Naval war college di Newport, con un pezzo dal titolo eloquente (Think Small) torna a sostenere la tesi in base alla quale la Us Navy dovrebbe dotarsi di corvette multiruolo per le operazioni in acque costiere e di motomissilistiche da impiegare per l’interdizione di passaggi obbligati.

Appare dunque chiaro che le trasformazioni subite dagli scenari operativi, con il ridimensionamento delle probabilità di uno scontro in mare aperto tra formazioni navali di grandi dimensioni a favore di un più diffuso impiego in ambienti littoral (in contesti che possono rapidamente passare dalla semplice presenza all’intervento armato), stiano conducendo a una fase di rinnovato interesse per un’ampia gamma di piattaforme.

Piattaforme le cui caratteristiche possono essere quindi sommariamente riassunte in dimensioni contenute (che possono variare tra le poche centinaia di tonnellate di una Fast patrol/missile boat e le circa 2.000 di una corvetta), pescaggio ridotto e capacità di sviluppare velocità elevate grazie a impianti propulsivi incentrati su turbine a gas e/o diesel veloci, sempre più spesso associati a idrogetti, e a forme di scafo nonché a materiali di costruzione innovativi.

A tali elementi va poi aggiunta una spiccata versatilità, intesa come capacità di imbarcare moduli differenti (con sistemi d’arma, sensori ed equipaggiamenti specifici) per assolvere missioni diverse: Mine (Mw), Anti-submarine (Asw) e Anti-surface warfare (Asuw), supporto alle Forze speciali, pattugliamento/presenza, anche facendo perno su elicotteri e/o su veicoli unmanned [aerial (Uav), surface (Usv) e underwater (Uuv)]. Unità da ‘assemblare’ in flottiglie di dimensioni variabili e da inserire poi in una rete che colleghi ogni singolo elemento. Il tutto con costi - di acquisto e di esercizio - contenuti.

In sintesi, piattaforme in grado di destreggiarsi agevolmente nei più volte menzionati contesti littoral e con la capacità di affrontare una vasta gamma di missioni e di minacce, comprese quelle sempre più frequenti di natura asimmetrica. Tutti concetti che, peraltro, sono già stati testati dalla stessa Us Navy in più di un’esercitazione, compresa la (storica) Millenium challenge 2002.

Una tendenza che merita dunque di essere seguita con attenzione, se non altro come stimolo per vedere le cose da una prospettiva diversa, una sorta di contrappasso di fronte a una rincorsa tecnologica che appare spesso fine a se stessa, comunque scollegata dalle reali necessità operative e fin troppo costosa; ma soprattutto si tratta di concetti da esplorare anche per quelle Marine che, pur presentando esigenze diverse da quella americana, possono trarre delle indicazioni preziose per allestire le proprie flotte, mutuando quelle caratteristiche che più rispondono alle proprie necessità operative.

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