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| Anno 2009 | |
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Modularità, questa sembra essere diventata una delle parole d’ordine nel campo della realizzazione di unità navali; un concetto che riscuote sempre più interesse da parte di un numero crescente di Marine, anche perché, nel corso del tempo, i modi di metterlo in pratica sono andati aumentando, consentendo di ampliare le opzioni disponibili.
Il primo sistema apparso sulla scena è stato il Meko (Mehrzweck-kombinatione); ideato dai cantieri tedeschi Blohm+Voss negli anni 70, può essere considerato un successo commerciale di assoluto rilievo visto che più di 1.500 moduli Meko sono già stati prodotti e installati su oltre 60 unità navali di tutto il mondo. Tale soluzione prevede che sistemi d’arma, sensori e perfino parti consistenti dell’unità vengano costruite separatamente dall’unità stessa in quanto inserite/poste su moduli di dimensioni standard e completamente indipendenti; questi vengono poi installati sulla nave e a essa collegati grazie al fatto che dispongono di connessioni per l’energia elettrica e di interfacce con i sistemi di bordo, ivi compreso quello di combattimento. Non solo, anche le apparecchiature elettroniche, gli impianti di condizionamento e quelli di ventilazione, possono trovare posto su pallet specificatamente pre-allestiti. I vantaggi - più che sulla riconfigurabilità delle unità - vertono sul fatto che la costruzione dei moduli può avvenire contemporaneamente a quella delle piattaforme, che è possibile l’installazione di sistemi ed equipaggiamenti diversi scelti del cliente, mentre risultano facilitati anche gli interventi di manutenzione e di sostituzione (anche in caso di aggiornamento) dei moduli stessi. In sintesi, minori tempi di costruzione e minori costi sia in fase di acquisto che di gestione della nave. Il difetto è costituito dal fatto che qualsiasi intervento sui moduli deve essere effettuato in strutture attrezzate e richiede tempi lunghi. Esattamente ciò che non accade con il sistema Stanflex (Standard flex); sviluppato dalla Marina danese - in collaborazione con varie industrie del Paese - e da essa adottato per tutte le proprie unità, questo sistema si basa su contenitori standard (utilizzati sempre per ospitare sistemi d‘arma ed equipaggiamenti specifici per missioni differenti) con le proprie connessioni da collegare una volta installati a bordo ma, e qui sta la novità, le operazioni di messa in opera e in funzione richiedono solo una gru per il loro movimento e poche ore di lavoro. Ai vantaggi della modularità già visti per il Meko, si aggiunge così anche quello di poter riconfigurare rapidamente le unità. Ed è proprio sulla base di questo principio che si arriva all’ultima evoluzione del concetto; con le sue Littoral combat ships (Lcs), questa volta è la Us Navy ad affinare ulteriormente il concetto. A disposizione delle 55 Lcs previste, vi saranno infatti 64 moduli (24 per Mine e per Surface warfare, 16 per Anti-submarine warfare); in questo modo, una stessa piattaforma sarà in grado di svolgere più missioni semplicemente cambiando i moduli stessi. E questo grazie al fatto che gran parte degli equipaggiamenti (armi, sensori, mezzi e apparecchiature) necessari all’assolvimento di tali missioni sono contenuti in container da 20 piedi e/o in altri di dimensioni minori e che ciascun modulo risulta installabile e funzionante in meno di 24 ore. Una sorta di ‘plug and play’ applicato a una nave militare. Se quindi, come abbiamo visto finora, il tema della modularità è stato affrontato secondo un approccio incentrato sulla possibilità di modificare taluni elementi lasciando però inalterata la piattaforma che li ospita, quello seguito dai cantieri olandesi Damen Schelde Naval Shipbuilding si basa su un principio opposto in quanto è la piattaforma stessa ad essere oggetto di trasformazioni profonde. Denominato Sigma (Ship integrated geometrical modularity approach), questo progetto è in grado di offrire unità che spaziano dai 50 ai poco meno di 150 metri di lunghezza, dai nove ai 15 di larghezza e dalle 450 fino alle oltre 4.000 tonnellate di dislocamento. Un risultato interessante, ottenuto grazie all’impiego di sezioni standard lunghe 7,2 metri e di larghezza variabile; in pratica aggiungendo un numero crescente di sezioni è possibile aumentare le dimensioni della nave. Si parte così dalle sette sezioni (larghe nove metri) che ‘producono’ una unità di 50,4 metri e si arriva alle 20 sezioni (larghe 15) per quella da oltre 148; in questo modo diventa possibile, sfruttando lo stesso identico progetto, offrire una gamma di piattaforme che spazia dal Patrol/Offshore patrol vessel alla fregata, passando per la corvetta. Le sezioni, come detto, sono standard nel senso che ciascuna dispone di proprie paratie con porte stagne e sono pressoché complete di ogni altra componente strutturale. Sempre nell’ottica del contenimento dei costi, sono stati poi selezionati un numero ristretto di fornitori per i sistemi di gestione della piattaforma, per quello di combattimento e per quello propulsivo (anche se resta aperta la possibilità di rivolgersi ad altri), mentre è possibile fare un più o meno ampio ricorso a componenti commerciali da bilanciare con caratteristiche militari, il tutto secondo i desiderata del cliente. Sempre a proposito dell’impianto di propulsivo vengono offerte diverse opzioni: due o quattro diesel, oppure da quattro a sei diesel-generatori per una configurazione con motori elettrici o, anche, turbine a gas. Queste soluzioni alternative possono essere a loro volta associate a eliche (a passo fisso o variabile) oppure a idrogetti, mentre si garantisce una certa scelta anche su più sistemi di stabilizzazione. Sia lo scafo - ampiamente testato attraverso le prove in vasca di circa 60 modelli diversi - che le sovrastrutture incorporano poi tutte le più recenti tecnologie in fatto di riduzione della segnatura (in ogni campo), di protezione nei confronti delle minacce Nbc, di sicurezza della piattaforma in caso di danni a bordo e con un facile accesso agli apparati di bordo per un elevato livello di funzionalità complessiva. Un approccio dunque innovativo e interessante, tanto da riuscire già a ottenere significativi risultati in termini di commesse. Sono infatti da registrare gli ordini della Marina indonesiana prima e di quella del Marocco in tempi più recenti; la particolarità sta nel fatto che se la larghezza delle unità scelte è uguale (con le sezioni larghe per, l’appunto, 13 metri) diverse sono invece le lunghezze e, quindi, il numero delle sezioni. Nel primo caso - cioè le quattro corvette della classe Diponegoro - è stato scelto il tipo 9113 (90,71 metri di lunghezza e quasi 1.700 tonnellate di dislocamento) che impiega 12 sezioni; ancor più originale la scelta del Marocco, con un ordine per tre fregate, due delle quali del tipo 9813 (97,91 metri di lunghezza e 2.100 tonnellate di dislocamento) e una del tipo 10513 (105,11 metri di lunghezza e, infine, 2.300 tonnellate di dislocamento), rispettivamente con 13 e 14 sezioni. Per ciò che riguarda le corvette Diponegoro, l’apparato propulsivo è incentrato su due diesel SEMT Pielstick da 8.190 Kw ciascuno che consentono loro velocità che variano tra i 14 e 28 nodi e un’autonomia che può raggiungere le 4.800 miglia. Il sistema di combattimento è il diffuso Tacticos della Thales Nederland che fornisce anche il radar Mw08 per la scoperta e il tracciamento dei bersagli (di superficie e aerei) e un radar per la direzione del tiro Lirod Mk 2; a questi si aggiungono un radar di navigazione Bridgemaster della Sperry e un sonar a scafo Thales Kingklip. Con un equipaggio di circa 80 uomini, queste corvette dispongono di un 76/62 Super-rapido, due lanciatori binati per missili antinave Mm-40 Exocet, altrettanti lanciatori quadrupli Tetral per missili antiaerei Mistral e ancora due lanciatori binati per siluri antisom, oltre a un paio di pezzi da 20 mm; a poppa è presente un ponte di volo per le operazioni con gli elicotteri. Nel campo delle contromisure si segnalano apparati per le Electronic counter measures (Ecm) e le Electronic support measures (Esm), oltre a sistemi per il lancio di decoys. Il completamento della classe avverrà quest’anno con la consegna dell’ultima unità. Per il 2012 è invece prevista la consegna delle tre fregate ordinate dal Marocco; pur non essendo ancora noti tutti i dettagli, si può comunque tracciare un profilo di massima di queste piattaforme. La differenza di dimensioni fra le unità della Marina marocchina sono riconducibili al fatto che la versione 10513 disporrà di spazi dedicati alle funzioni di comando e controllo, con un equipaggio di 110 uomini, mentre le due 9813 ne saranno sprovviste e avranno un equipaggio ridotto, 91 uomini. Su tutte e tre sarà comunque presente un hangar e un ponte di volo per ospitare e far operare un elicottero medio. Molto simili a quelle delle unità indonesiane saranno anche l’impianto propulsivo, con due diesel SEMT Pielstick (peraltro non specificati, tanto che non sono note le prestazioni), il sistema di combattimento, sempre il Tacticos, i sensori, con la principale differenza data dalla presenza di uno Smart-S Mk.2 al posto dell’Mw08, e dei sistemi d’arma, e qui c’è da segnalare la sostituzione dei Tetral con dei lanciatori verticali per missili antiaerei Mica. Ciò che in conclusione si può affermare è che, al di là delle differenze delle proposte analizzate, quello della modularità si sta sempre di più affermando come un tema dominante nel campo delle costruzioni navali; e questo per la semplice ragione che, di fatto, essa rappresenta uno dei pochi elementi in grado di fornire delle risposte efficaci al sempre più grave problema dell’aumento dei costi delle moderne unità militari, talmente grave da mettere a rischio i programmi di rinnovamento di molte Marine.
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