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| Anno 2009 | |
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Il 24 dicembre scorso, all’età di ottantuno anni, si è spento a Boston il politologo americano Samuel P. Huntington. Benchè, soprattutto negli ultimi tempi, il nome dello studioso fosse stato messo in relazione unicamente alla teoria dello ‘scontro di civiltà’, gli interessi intellettuali e i saggi pubblicati hanno riguardato anche numerosi altri aspetti della politica e delle relazioni internazionali. Limitando le opere solo ai libri e agli articoli più noti, si tratta di almeno una ventina di titoli dedicati a svariati argomenti; ciò è abbastanza comprensibile dato che Samuel P. Huntington cominciò a insegnare all’età di ventitre anni e fu autore assai prolifico che attraversò vari periodi della storia degli Stati Uniti. Impossibile quindi in poco spazio tracciarne un giudizio completo e obiettivo e valutarne il pensiero che, nonostante le critiche aspre suscitate e i dibattiti infuocati sorti intorno, resta comunque uno dei più acuti e interessanti della politologia contemporanea.
A dispetto di quanto sostenuto da molti e sebbene le sue teorie fossero citate spesso negli ambienti ‘neocons’, Huntington rifiutò sempre l’immagine di ispiratore teorico della politica di G.W. Bush mantenendo un atteggiamento caratterizzato da qualcosa di più del semplice distacco accademico. A chi lo interpellava a proposito dello ‘scontro di civiltà’ rispondeva apertamente che la sua teoria intendeva soprattutto mettere in guardia e far riflettere, ma non era assolutamente fondata sulle inevitabili conseguenze. Il corollario che ne derivava era che anche durante la ‘guerra fredda’ del resto, il semplice timore che uno scontro nucleare fosse inevitabile era stato forse lo stimolo più forte ad evitarlo. In un mondo che continua a dividersi sulla tanto discussa teoria del ‘clash of civilizations’ risalente al suo primo articolo su “Foreign Affairs” nel lontano 1993, spesso a priori o in maniera ideologica, sembrerebbe più opportuno ricordare invece ad esempio la sua ultima opera “Who Are We: The Challenges to America's National Identity” nella quale osservava che negli Stati Uniti parecchie cose stavano cambiando, soprattutto per la presenza sempre più numerosa di immigrati (o sempre più spesso ‘cittadini’) di origine latino-americana, quindi di lingua spagnola e religione cattolica. Secondo Huntington il carattere identitario degli Stati Uniti, sintetizzato nel celebre acronimo WASP, sarebbe di conseguenza in crisi e la componente depositaria di questa tradizione ridotta da tempo a una minoranza. Huntington avverte che l'America, di fatto multirazziale e multietnica, può sopravvivere solo se non cade nella trappola del multiculturalismo e se conserva la propria radice anglo-protestante. Più che da ‘immigrati’ infatti, osserva molto acutamente, l’America fu fondata da ‘coloni’, che avevano un obiettivo assai più alto di quello di semplici migranti: essi volevano fondare una nuova comunità, una città ideale, qualcosa che richiamasse da vicino, ma in modo più concreto, la grande Utopia espressa da un altro grande pensatore inglese come Thomas More. La loro cultura era quindi costituita essenzialmente dalla religione cristiana, dal moralismo protestante, dall'etica del lavoro, dalla lingua inglese e dalla tradizione britannica del ‘rule of law’. Difficile riscontrare queste caratteristiche o un progetto analogo all’interno della forte e confusa pressione migratoria in corso, mentre una trasformazione dell’attuale identità sembra invece certa. Abbandonando ora questi temi – ma fino a un certo punto, perché potrebbero diventare uno sfondo possibile ai nuovi sviluppi e ai cambiamenti profondi che si intravedono già nella società americana –, è importante ricordare proprio in questa sede che Huntington nel 1957 pubblicò “The Soldier and the State: The Theory and Politics of Civil-Military Relations”, destinato a diventare un classico sulla questione dei rapporti tra Forze armate e società e sul controllo politico sulle prime. Per comprendere meglio il pensiero di Huntington sull’argomento occorre fare una breve premessa sui modelli possibili del rapporto tra Forze Armate e società che rappresentano i due punti estremi di una stessa linea: Carlo Jean li definisce infatti ‘di convergenza’ e ‘di divergenza’ precisando che ci si può trovare di fronte a varie combinazioni di questi. Nel modello di convergenza “le Forze armate costituiscono un sistema aperto, in osmosi e interazione continua con il resto della società” (Carlo Jean). In questo modello teorico le Forze armate sono parte integrante della società e quindi i valori specifici non si fondano tanto sull’etica militare quanto sullo spirito civico, che diventa un surrogato del patriottismo tradizionale. Esso si basa soprattutto sul fatto che il soldato sia essenzialmente un cittadino in uniforme. Tutta l’organizzazione tende ad uniformarsi alla tecnica manageriale piuttosto che alla rigida gerarchia. Ovviamente in caso di conflitto il carattere specifico delle Forze armate riprende il sopravvento, perché le esigenze operative impongono unicità e responsabilità di comando, fedele esecuzione di ordini, esaltazione dei valori tradizionali. Una delle conseguenze di questo modello sarebbe anche l’assenza di istituti di formazione proprii da parte delle Forze armate. La cosa al nostro occhio contemporaneo sembrerebbe sconvolgente eppure, negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra mondiale, nonostante prestigiose accademie militari, erano stati organizzati corsi post-universitari impostati secondo criteri manageriali per migliorare l’efficienza degli ufficiali di stato maggiore dell’aeronautica. Un economista come Robert MacNamara, che fu in seguito il segretario alla Difesa di J.F. Kennedy e la cui figura è legata indissolubilmente alla guerra del Vietnam, inventò infatti dei master ad hoc presso l’università di Harvard. In realtà, benchè la precisione dei bombardamenti ottenuta dopo questi corsi si fosse rivelata alla fine più efficace, con soddisfazione dell’ufficio statistico dell’Usaf di cui faceva parte lo stesso MacNamara, i piloti restarono di diversa opinione. Il modello di divergenza (che è poi quello descritto da Huntington) prevede al contrario un ruolo determinante dei valori tradizionali e dell’etica militare: nega a priori che l’organizzazione militare in tempo di pace debba essere diversa da quella in caso di conflitto, soprattutto perché sul piano operativo, la conversione da un modello all’altro (prevista da Janowitz, fautore invece del modello di convergenza) espone a rischi seri. La condizione militare è alla fine una funzione dello Stato, non un servizio pubblico in uniforme e un esercito per questo “sarà sempre qualcosa di profondamente diverso da una impresa” (Carlo Jean). Di questi due modelli resta da sottolineare in ogni caso l’astratezza teorica, dato che i casi reali che si possono manifestare sono sempre ognuno diverso dall’altro e possono investire con risultati differenti settori diversi delle stesse Forze armate. Le conclusioni di Samuel Huntington, che scrive in pratica all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, si rivelano alla fine profetiche per quanto riguarda la scomparsa degli eserciti fondati sulla coscrizione obbligatoria e soprattutto sulla crisi di identità attraversata dal mestiere delle armi dopo la fine della ‘guerra fredda’. Si discute oggi se le natura delle missioni di peace-keeping abbia mutato o meno la centralità dei valori di riferimento della struttura militare, ma non è ancora accaduto nulla che abbia modificato il pensiero di un altro sociologo: Moskos scrisse infatti che il peace-keeping non era uno stretto compito dei militari, ma essi erano tuttavia gli unici in grado di farlo. Nel frattempo anche il camaleonte della guerra ha subito profonde trasformazioni e si è arrivati alla concezione del ‘post-heroic warfare’ teorizzata da Edward Luttwack. Il resto è storia di questi giorni: l’opinione pubblica israeliana era favorevole al 70% ai bombardamenti aerei della striscia di Gaza ma, al momento dell’attacco su terra, i favorevoli sono calati drasticamente al 20%.
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