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| Anno 2009 | |
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Sullo sfondo delle complesse vicende politico-diplomatiche che hanno visto l’avvio ufficiale di Eulex il 9 dicembre scorso si colloca la misteriosa vicenda di tre agenti tedeschi del Bundes Nachrichten Dienst (BND, Servizio Informazioni Federale), arrestati all’indomani di un attentato alla sede dell’Ico (International Civilian Office) avvenuto nella notte del 14 novembre a Pristina. L’edificio in questione, una torre di quattro piani di vetro e acciaio – circondata da una robusta cancellata di ferro dipinta in azzurro intenso –, è sede di Peter Feith, commissario straordinario UE e futuro rappresentante della comunità internazionale in Kosovo, figura chiave anche nella struttura Eulex, diretta dal generale francese Yves de Kermabon: inutile sottolinearne valore e contenuto simbolici nel quadro politico odierno del Kosovo. Il tedesco Andreas […], interrogato a poche ore di distanza dall’attentato, veniva arrestato il 19 (assieme a due altri compatrioti) con l’accusa di essere responsabile dell’attentato, accusa provata dalla registrazione di una telecamera di sorveglianza.
In senso metaforico una seconda ‘bomba’ esplodeva la sera del 22, quando veniva reso noto il provvedimento emesso dalla autorità giudiziaria del Kosovo per la detenzione preventiva dei tre sotto l’imputazione di ‘terrorismo’ e relazioni con un servizio di informazioni straniero. Sottoposto a forte pressione internazionale il governo del Kosovo, attraverso il tribunale di Pristina, il 26 rassegnava tutta la questione alla giustizia delle Nazioni Unite, mentre il giorno 27 in Germania, nel corso di una riunione straordinaria della commissione di controllo del Bundestag sui servizi, il responsabile federale degli stessi, non solo ribadiva la più assoluta estraneità ai fatti, ma accusava a sua volta dell’attentato un movimento estremista kosovaro. Nella galassia dei gruppi operanti nella provincia, a geometria variabile ma composti per lo più da irriducibili del disciolto Uck, veniva incolpato l’Esercito della Repubblica del Kosovo, formazione nuova nella sigla e tuttavia già di tutto rispetto. In conseguenza il governo federale si rivolgeva alle autorità internazionali il giorno 28 chiedendo il rilascio immediato e il successivo 29 i tre tornavano in Germania con un volo diretto da Pristina. La prima osservazione – che sorge abbastanza spontanea e potrebbe apparire forse un tantino ingenua – è che Pristina, in questo momento, sembra ospitare una quantità di agenti operanti per conto di vari servizi paragonabile a quella di Vienna ai tempi del “Third Man”, benchè l’importanza della capitale austriaca all’inizio della guerra fredda fosse ben diversa da quella di Pristina ai nostri giorni. Evidentemente ciò sembra necessario, ma al contrario la stampa tedesca nei commenti successivi ha sottolineato l’inutilità e l’inefficienza proprio del BND in Kosovo, quando non fu in grado di prevedere i disordini del marzo 2004 (“Welt am Sonntag”, 30.11.08), e ha rincarato la dose con altri commenti più espliciti e poco favorevoli al ruolo del BND nelle vicende del Kosovo nel 1999, nell’occupazione di Baghdad e ora perfino in Afghanistan (“Welt”, 27.12.08). Più che di fatti precisi questi commenti risentono però abbastanza di un orientamento caratteristico di una parte dell’opinione pubblica e del resto si allineano con le critiche tradizionalmente mosse da determinati settori alle attività di intelligence in generale. Difficile a questo punto non intravedere comunque nella vicenda un segnale preciso rivolto dal governo del Kosovo a quello tedesco, benchè una decrittazione esauriente non risulti affatto facile, almeno sulla sola base della mera lettura di organi di stampa. Indubbiamente il colpo inferto è stato molto forte, dato che non solo si sono resi noti nomi e volti degli agenti tedeschi, tutti provenienti dalla Bundeswehr, ma è risultata la loro presenza all’interno di un’agenzia di consulenza per gli investimenti (Logistic-Coordination & Assessment Service, LCAS) operante a Pristina, mentre la rete televisiva del Kosovo ha diffuso a sua volta altre immagini e imbarazzanti dettagli. Perché dunque è stato suscitato tanto interesse mediatico? Una prima risposta sembra risiedere al contrario proprio nell’attività svolta dal BND in Kosovo, soprattutto nella raccolta di informazioni relative agli stretti legami tra politica ufficiale e militanza in gruppi paramilitari, tra imprenditorialità economica e criminalità organizzata e la relativa analisi che ne consegue: come è noto infatti i rapporti ‘riservati’ redatti dal BND e poi divulgati misteriosamente costituiscono forse la fonte di informazioni più importante sull’argomento, almeno – ovviamente – tra quelle più note al pubblico e citate con maggior frequenza. Una lettura in questi termini è quella suggerita da Michael Martens (“Franfurter Allgemeine Zeitung”, 30.11.08) alla quale si aggiunge però un altro particolare inquietante: con il sostegno di ‘chi’ il governo kosovaro avrebbe osato un gesto simile? A questo punto una risposta diventa possibile anche per esclusione e non solo per ragionamento. Se il movente poi diventa l’interesse economico, come ipotizzato da un altro quotidiano tedesco (“Tageszeitung”, 25.11.08) che ricorda una frase tratta da un romanzo di Le Carré “prima regola: segui il denaro”, è da presumere allora che si tratti di un interesse tale da far passare in secondo piano anche i fiumi di marchi e di euro già riversati dalla Germania in Kosovo e gli appoggi politici ricevuti. Facendo ora una semplice considerazione, non è un mistero che Stati Uniti e Gran Bretagna abbiano fortemente caldeggiato l’indipendenza del Kosovo proclamata unilateralmente e che la Germania in seno all’Unione Europea abbia da parte sua collaborato attivamente nell’intento di convincere altri stati dell’Unione indecisi o perplessi. Altri hanno osservato perfino che, dal dopoguerra ad oggi, la Germania non ha mai avuto un governo su posizioni così filo-americane come l’attuale. Dall’altra parte la Germania è sempre stata anche un generoso finanziatore di iniziative per la ricostruzione del Kosovo. Da fonti tedesche risulta che, in termini di donazioni, sarebbe stata dopo gli Stati Uniti il secondo paese. Stati Uniti e Germania secondo Balkanalysis.com non si sarebbero limitate a donazioni nel campo sociale: una centrale delle trasmissioni (utilizzabile anche per intercettazioni) già in funzione presso Kfor sarebbe stata ceduta al KPC (Kosovo Protection Corp) che nel bene o nel male si appresta a diventare la base per le future forze di autodifesa kosovare. Perché quindi correre il rischio di perdere altri sostegni tedeschi? Una possibile risposta risiederebbe nella volontà di rivalsa (o forse qualcosa di più…) da parte di Hashim Thaci che, dopo aver incassato il sostegno all’indipendenza, memore del rapporto del 2005 del BND – che insisteva in modo particolare proprio sulla centralità della sua figura nelle complesse ingegnerie ‘politiche’ del Kosovo –, abbia inteso regolare alla prima occasione un vecchio conto in sospeso. A partire dall’aprile 2008 è anche iniziato il reclutamento ufficiale per la struttura di intelligence del nuovo stato e si dice che gli uomini del partito del primo ministro siano stati presi in considerazione per i nuovi incarichi sotto una luce particolare: buona parte di loro avrebbero iniziato la carriera già dai tempi del Shik (Sherbimi Informativ i Kosovës), nato più o meno in paralello all’Uck ma con funzioni più riservate, sotto la guida di Kadri Veselji, persona che gode della fiducia pressochè assoluta di Thaci e in questo caso specifico sembrerebbe trattarsi di fiducia ben meritata. Oltre a queste interpretazioni che mettono in diretto collegamento Thaci e il BND, altri osservatori hanno sottolineato l’abilità del primo ministro che, ribadendo la sovranità nazionale del Kosovo dalle ingerenze dei servizi stranieri – nel momento in cui contro Eulex si stava coagulando un fronte esteso da Albin Kurti ad elementi degli stessi partiti di governo –, ha recuperato platealmente l’immagine di unico difensore di tale sovranità. Per quanto machiavellica possa sembrare quest’ultima ipotesi non bisogna dimenticare che siamo pur sempre nei Balcani, in particolare in Kosovo dove già una volta la responsabilità della ‘scomparsa’ di elementi moderati albanesi fu attribuita ai serbi, mentre in realtà l’Uck pare sia stato al tempo stesso carnefice e canonizzatore dei martiri della causa. In conclusione lo scenario che si apre davanti a Eulex appare poco rassicurante quanto a stabilità nell’atteggiamento delle autorità del Kosovo, soprattutto in assenza di alternative e perché l’aspetto ‘rule of law’ della missione rappresenta indirettamente il primo passo della possibile integrazione, integrazione che secondo Bruxelles è chiave fondamentale della stabilità dei Balcani occidentali. Trattandosi inoltre di una missione europea Pesd il campo d’azione appare molto più complesso di quello già sperimentato in Macedonia o in Bosnia; le premesse giuridiche dell’impianto appaiono meno solide ed Eulex sembrerebbe costretta a barcamenarsi tra una Serbia poco duttile e un Kosovo assai determinato come tra i marosi di Scilla e Cariddi, per non parlare delle letture più inquietanti della vicenda di cui si è appena parlato. Quanto ad altri temi che possano destare preoccupazione, la scelta potrebbe essere più ampia del previsto: si parla già di un’apertura dei confini tra Kosovo e Albania e della realizzazione di un’autostrada tra Pristina e Durazzo.
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