Anno 2009

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Macedonia-Fyrom, un nodo irrisolto da diciotto anni

Giovanni Punzo, 9 febbraio 2009

Nel secolo scorso la ‘questione macedone’ presso l’opinione pubblica dei paesi occidentali rappresentava l’immagine più diffusa e conosciuta delle difficoltà politiche interne più o meno comuni a tutti i paesi balcanici. In modo schematico, ma indubbiamente con grande efficacia, John Reed – che si era trovato ad attraversare la regione nella primavera del 1915 – aveva scritto che “in cinque miglia quadrate sei villaggi parlano lingue diverse”. Se questa prima immagine portava con sé il concetto della confusione più totale senza soluzione, circa venti anni dopo Rebecca West ammetteva quasi con irritazione di non comprendere più neppure i fatti, perché “circondati da una pletora di fatti”.

Le elaborazioni successive di questi due concetti ci hanno accompagnato più o meno fino ai giorni nostri in parecchie varianti e da altre celebri frasi della Storia si può dire sia nato un vero e proprio ‘pregiudizio balcanico’: l’irrisolvibilità delle questioni a causa del loro forte radicamento nella mentalità e nella cultura dei popoli balcanici. Un giudizio che, oltre ad essere poco benevolo nei loro confronti, è soprattutto auto-assolutorio nei confronti di chi tali problemi non riesce a risolvere dall’esterno. In altre parole, senza togliere nulla alla reale complessità dei problemi, si tratta dell’ammissione indiretta di una certa impotenza che sembra ritornare anche in questa situazione specifica.

La ‘questione macedone’ del XXI secolo sembra essere oggi diventata la denominazione ufficiale della ex-repubblica yugoslava, questione tra l’altro che dura ormai da diciotto anni. Con amara ironia è stato anzi osservato che, proprio con la maggiore età, la vicenda è finita recentemente in tribunale perché la Ex-Repubblica Yugoslava di Macedonia (Fyrom, nell’acronimo inglese) ha citato in giudizio davanti alla Corte internazionale dell’Aja la Grecia per non aver rispettato accordi presi in precedenza relativamente al sostegno all’ingresso in organizzazioni internazionali. In questo momento però la Grecia si trova di fronte a una crisi politica interna e nel prossimo mese di marzo in Macedonia si tornerà a votare. La situazione sembra quindi essersi nuovamente azzerata e semplicemente si attendono gli eventi, come già accaduto in passato.

La sensazione che pare di cogliere nelle dichiarazioni è quella della stanchezza – per non parlare piuttosto di vero e proprio sfinimento – da parte dei negoziatori: questa stessa ‘stanchezza diplomatica’ ha giocato un ruolo determinante anche nella soluzione del conferimento della sovranità al Kosovo, come ha osservato Sergio Romano in una recente intervista. D’altra parte gli stessi negoziati, impostati nella convinzione di trovarsi di fronte a una delle consuete dispute balcaniche irrisolvibili a priori e ‘circondate da una pletora di fatti’, sono condotti in questa prospettiva e diventa legittimo dubitare che una soluzione proprio in questi termini sia possibile. Non si può però affrontare oggi la ‘questione macedone’ attuale senza tenere presente questo passato e soprattutto senza considerare che solo con una iniziativa politica complessiva dei paesi occidentali i nodi balcanici residui possono essere risolti. Una iniziativa che – verrebbe da aggiungere – dovrebbe essere però forte e credibile.

La posizione greca è molto complessa e sarebbe un errore esercitare pressioni per cambiarla facendone risaltare alcuni aspetti irrealistici e quindi pretestuosi. Oltre al comprensibile timore greco di instabilità a nord -– interpretate alla luce delle dure lezioni subite nel corso della Storia (v. Grecia e Macedonia, una ipotesi di lettura ‘balcanica’) –, le vicende del Kosovo hanno ulteriormente accentuato il timore di fronte alla possibile nascita di un cuneo albanese dalla sponda dell’Adriatico fino alla parte occidentale della Macedonia, ovvero quella abitata dalla minoranza albanese. Tra le righe della rigidità greca nei confronti della Macedonia non è difficile intravederne elementi precisi.

Risponde tuttavia a verità che la Macedonia occupa una posizione importante nell’identità greca. L’ideale ellenico di grandezza culturale passata si fonda sulla conquista della Macedonia ai tempi di Alessandro e sulla lotta successiva per la sua riconquista sottraendola al dominio ottomano in contesa con albanesi, serbi e bulgari, sebbene la conquista di Alessandro – secondo alcuni storici – sarebbe stata piuttosto un passaggio di potere di una regione frammentata sotto un unico dominio. Un aspetto paradossale risiede semmai nel fatto che l’attuale Macedonia anche nell’estensione concettuale più ampia possibile, ritenuta depositaria dell’ellenicità ‘romantica’ e simbolo collaterale della lotta per l’indipendenza, sia in realtà talmente multiculturale da non potere più essere presa seriamente in considerazione come ‘polmone della Grecia’.

D’altra parte si comprende subito come l’altra interpretazione della rinascita greca nella prima metà del secolo XIX, sorretta finanziariamente da Francia e Inghilterra con la nomina di amministratori bavaresi in loco, risulti assai meno appetibile per una opinione pubblica da sempre più sensibile ai temi del mito dello stato-nazione e della lotta per l’indipendenza nazionale. In tempi più recenti inoltre, quando si perfezionò la scelta politica occidentale della Grecia dopo la seconda guerra mondiale nel quadro della politica di Truman, la Macedonia rappresentava la zona in pericolo: in quegli anni divenne una ‘frontiera’ dove il confronto non era solo quello tra due concezioni politiche ma con il tempo anche tra Occidente e mondo slavo. In altre parole si compì una sorta di ‘etnicizzazione dell’ideologia’, alcuni elementi della quale restano fondamentali per comprendere tuttora gli orientamenti attuali del governo conservatore greco.

Quando negli anni Novanta del secolo scorso la ‘cortina di ferro’ crollò, si infransero anche le certezze greche nate nel contesto della Guerra Fredda e in breve le relazioni di buon vicinato intrattenute con la Yugoslavia di Tito, considerato elemento fondamentale di stabilità nei Balcani, si trasformarono dapprima in accondiscendenza nei confronti di Milosevic e in seguito in apprensione per tutto quanto accadeva a nord: dalla sponda adriatica al mar Nero ogni evento presentava implicazioni con la sicurezza nazionale, o almeno era così percepito. Dalla forte accelerazione impressa dalla disgregazione yugoslava ad oggi il quadro si è alla fine completato e complicato, perché ad esso va sommata la questione di Cipro e quella collegata dei rapporti con Ankara.

Attenzione merita anche la situazione interna della Macedonia che risulta oggi nel suo complesso abbastanza contraddittoria. Dopo l’inizio del processo di riforme interne partito dagli accordi di Ocrida nel 2001 e dalla soluzione prevista per l’integrazione della minoranza albanese, si sono insomma verificati eventi che di volta in volta hanno rimesso in discussione il livello di stabilità raggiunta. In ogni occasione si è parlato di casi isolati, soprattutto tutte quelle volte che si riscontravano legami di interdipendenza con il Kosovo (v. Kosovo indipendente e le elezioni in Macedonia), ma adesso trarne un bilancio di lungo respiro è diventato necessario, soprattutto in presenza di segnali contrastanti. Indubbiamente, sul piano della multiculturalità si sono notati notevoli progressi, anche se tutti i progetti varati a Ocrida non sono stati sorretti in maniera adeguata né possono dirsi compiuti.

Candidata all’ingresso nell’Ue già dal 2005, la Macedonia sembra aver deluso le aspettative dell’Unione relativamente al miglioramento del funzionamento delle istituzioni per raggiungere gli standard minimi richiesti. Di fatto secondo l’ultimo rapporto di Bruxelles la sufficienza non è ancora stata raggiunta, soprattutto per quanto riguarda il corretto svolgimento dei processi elettorali e l’efficienza della pubblica amministrazione: non è stata quindi fissata una data per l’avvio delle trattative ufficiali. Questo severo giudizio ha però radicalizzato l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti della Grecia – ritenutane ispiratrice – e il governo di conseguenza sta ora puntando soprattutto sugli aspetti economici.

Esistono probabilmente anche concezioni diverse della multiculturalità a Bruxelles e a Skopje: solo in Macedonia ad esempio è accaduto che un primo ministro salutasse i pellegrini musulmani macedoni diretti alla Mecca ricevendo in risposta la promessa dei partenti di pregare per lui e in questo caso si tratterebbe probabilmente di un caso unico in tutta la storia dei Balcani, almeno dal primo dopoguerra ad oggi. Se a questo episodio si aggiunge la proposta del ministro della Sanità di far effettuare a spese della pubblica assistenza le circoncisioni (anche per questioni strettamente sanitarie e per evitare infezioni, è stato sottolineato), l’immagine che ne deriva appare ambigua: accanto al riconoscimento del pellegrinaggio come componente della cultura macedone convive anche la ricerca consenso in tutti i modi possibili. Ovvio però che in Grecia, dove è sempre esistita una poco tollerata minoranza slava e una ancor più sparuta minoranza musulmana, gesti simili hanno prodotto notevoli incertezze.

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