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| Anno 2009 | |
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“L’importante è costruire in Asia Orientale un framework multilaterale che includa Stati Uniti, Cina e Giappone. Alla stabilità della regione serve questo, non una serie di accordi bilaterali centrati sugli Usa”. A parlare non è un consigliere diplomatico di Barack Obama, il prossimo inquilino della Casa Bianca, ma John Thomas Schieffer, l’ambasciatore americano uscente a Tokyo: un uomo di George W. Bush, il presidente della guerra preventiva e dell’unilateralismo Usa in politica estera.
Quanto dichiarato il 6 gennaio da Schieffer al quotidiano nipponico Asahi Shimbun, però, non dovrebbe sorprendere più di tanto. In Estremo Oriente l’amministrazione Bush – dopo un primo mandato contrassegnato da una certa rigidità – ha adottato in concreto una linea diplomatica più dialogante: i ‘Colloqui a sei’ sul nucleare nord-coreano lo testimoniano pienamente. Schieffer, poi, non auspica la formazione di un triangolo sino-nippo-americano, ma di uno schema multilaterale dove Giappone e Usa siedono da un lato e la Cina dall’altro. Nelle sua ottica, dunque, Tokyo – e lo stesso vale per gli altri alleati degli americani nell’area – dovrebbe rimanere in una posizione subalterna a Washington. Il progetto di una comunità politico-economica in Asia Orientale sul modello dell’Unione europea ha subito una forte accelerazione dopo lo scoppio della crisi finanziaria che ha investito la regione nel 1997. Cullato fino al 2005, il suo fallimento è da imputare ai contrasti tra Cina, Giappone e Stati Uniti, che hanno promosso linee divergenti, funzionali ai propri interessi strategici. Pechino voleva infatti limitare la nuova comunità all’Asean Plus Three, il forum multilaterale a cui partecipa con Tokyo, Seul e i dieci membri dell’Associazione dei Paesi del sud-est asiatico. Il Giappone dal canto suo guardava allo sviluppo di un raggruppamento più ampio (l’East Asia Summit, ossia l’Asean Plus Three con l’aggiunta di India, Australia e Nuova Zelanda). Gli Usa, invece, in quanto esclusi da entrambe le ipotesi, caldeggiavano la trasformazione dell’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) in una grande area di liberoscambio del Pacifico. Sulla carta, l’unico processo di integrazione regionale ancora in movimento è quello in cui è coinvolta l’Asean, che entro il 2015 dovrebbe tramutarsi da forum consultivo a vera e propria comunità economica. I primi segnali di una ripresa del processo di integrazione asiatica si sono avuti lo scorso 13 dicembre al summit trilaterale tra Cina, Giappone e Corea del Sud. Negli ultimi anni, i tre Paesi del Pacifico settentrionale si sono incontrati congiuntamente in otto occasioni, ma quello avvenuto in Giappone è stato un incontro dall’alto valore simbolico, quasi storico: il primo al di fuori della cornice Asean Plus Three. A dominare le discussioni è stata la crisi finanziaria globale. Pechino, Tokyo e Seul – tutte alle prese con un forte calo delle esportazioni e una contestuale crescita dei livelli di disoccupazione – hanno concordato che per meglio affrontare i suoi effetti recessivi in Estremo Oriente è opportuno unire le forze e rafforzare la cooperazione regionale. E’ stato anche raggiunto un accordo per potenziare il capitale della Asian Development Bank, i meccanismi di monitoraggio dei mercati finanziari regionali e per accelerare sulla ‘Chiang Mai Initiative’, che vede dal 2000 i Paesi dell’Asean Plus Three impegnati a creare un network regionale di ‘currency swap’ (scambio di valuta). Su questo ultimo punto, è da osservare che già alla fine di ottobre, a margine del vertice Asem (Asia-Europe Meeting), Cina, Giappone, Corea del Sud e Asean avevano trovato un accordo per costituire un fondo di 80 miliardi di dollari allo scopo di difendere il valore delle valute asiatiche in caso di crisi congiunturale. Le banche centrali dei tre Paesi hanno deciso poi di incrementare i loro accordi di currency swap per sostenere la divisa sud-coreana (won), che negli ultimi mesi ha perso 1/3 del suo valore nei confronti di dollaro e yen. Geograficamente, storicamente e culturalmente vicini, Cina, Giappone e Corea del Sud sono spesso in contrasto a causa della loro differente percezione del passato storico (in particolare riguardo alle conseguenze del militarismo nipponico della prima metà del Novecento) e di una serie di dispute territoriali nel Mar Cinese Orientale e nel Mar del Giappone. L’avanzare della recessione economica mondiale ha vinto queste diffidenze, riportando le lancette della storia agli anni Novanta, quando i premier giapponesi Ryutaro Hashimoto e Keizo Obuchi avevano sviluppato una attiva diplomazia con le loro controparti cinesi e sud-coreane. In Giappone alcuni pensano che sia forse giunto il momento di abbandonare la dottrina Fukuzawa, il pilastro teorico su cui si è fondata la modernizzazione del Paese. Alla fine dell’Ottocento, il filosofo-samurai Yukichi Fukuzawa sosteneva che fosse nell’interesse nazionale giapponese abbandonare una Asia immobile e arcaica per salire sulla ‘locomotiva Occidente’. Dopo i dissapori dell’era Koizumi (premier nipponico dal 2001 al 2006), i tre pesi massimi dell’Estremo Oriente sembrano prossimi a ristabilire proficue relazioni. Il loro Pil aggregato rappresenta il 75% di quello di tutta l’Asia e il 17% di quello mondiale. Numeri importanti, in un continente che è considerato tuttora un ‘motore di crescita’: il potenziale traino della futura ripresa mondiale. La leadership unipolare degli Stati Uniti si è dimostrata fallimentare sia dal punto di vista politico sia da quello economico. Ha portato a uno scenario mondiale che Yoichi Funabashi ha plasticamente definito ‘non-polar world’, in cui l’effetto combinato della globalizzazione e dell’indebolimento delle funzioni di controllo del vecchio Stato-nazione hanno fatto da detonatore allo scoppio della crisi in corso. Pechino, Tokyo e Seul lo hanno capito bene e stanno prendendo le loro contromisure. A prescindere dal colore politico del governo in carica, la comunità diplomatica americana è consapevole che la crisi finanziaria globale avrà delle ricadute sul ruolo egemonico goduto dagli Usa negli ultimi 20 anni. Il rischio per loro è di vedere i tradizionali alleati degli Stati Uniti nel Pacific Rim entrare nell’orbita cinese. La diplomazia multilaterale a cui Schieffer fa riferimento è pertanto finalizzata a bilanciare l’ascesa cinese nel Pacifico. E’ in sostanza un venir a patti per fare sì che lo Zio Sam conservi la sua leadership regionale (globale).
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