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| Storie militari di gente comune | |
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La mia prima infanzia è trascorsa a Bari, dove mio padre comandava una compagnia di quel genio collegamenti che proprio allora si avviava a trasformarsi nelle trasmissioni. Abitavo in caserma, negli alloggi di servizio.
Mio padre, talvolta e se poteva, mi portava con lui quando andava a visitare alcune installazioni radio, si spostava con la jeep, quella americana della seconda guerra mondiale. Un lungo viaggio a Campobasso. La strada deserta e lì, guardando dietro, appresi per la prima volta che il materiale trasparente del telone si chiamava celluloide. Un giorno invece un temporale furioso e l'acqua che entrava da tutte le parti. Capii così che, prima di poter giungere alla realizzazione pratica del concetto di tenuta stagna, ci sono vari passi intermedi da compiere. Per buttarla in politica fu forse grazie alla jeep, al suo telone e ai temporali se poi diventai riformista. Quando vedo i raduni dei collezionisti, mi sfugge un sorriso quasi compassionevole e mi verrebbe da dirgli: "Ragazzi io sulle Willis ci viaggiavo da bimbo". Poi venne la "Matta" Alfa-Romeo. Era bello il maniglione del cofano. Ma anche la ruota di scorta faceva il suo effetto. Anche la cingoletta mi piaceva. Il cortile della caserma riassumeva tutti i campi di battaglia della storia e per noi bambini, tutti figli di militari, era un'inesauribile fonte di esperienze. Parlare con le radio che i soldati provavano. Essere avvolti dall'odore di nafta, che neppure un bagno cavava del tutto. Trovare un elmetto dimenticato e farlo divenire un tesoro prezioso e segreto. Collezionare stellette e mostrine. Fare un giro del campo sul sellino di un'Alce. Salire nella cabina dei camion fermi e cambiare le marce: se ci riuscivi ti sentivi Maciste. La parata del due giugno e il ricevimento. Il 4 novembre. La festa del patrono dell'arma. Le separazioni famigliari per i campi d'addestramento. La vacanze estive nel villaggio per famiglie di militari sulla Sila. I bagni alla spiaggia dell'aeronautica, verso l'aeroporto. Poi c'era la vita di una piccola borghesia del Sud. La domenica sempre a pranzo al Circolo. I pomeriggi col tè tra le signore della guarnigione. I matrimoni in divisa dei subalterni di compagnia (dopo di allora la trilogia di John Ford mi ha sempre richiamato sensazioni note). I soldati, con i visi ancora di un'Italia contadina che di lì a poco sarebbe emigrata in massa, le corse nei sacchi, il gioco della pentolaccia. L'attendente. Quello cui ho voluto più bene era calabrese. Un altro era bolognese, come la mia famiglia. Era un attivista di spicco del Pci. Siamo nel '55-'56, fate voi i conti. Era trasferito senza soste da un reparto all'altro. Infine mio padre risolse il caso di quel pericoloso bolscevico facendolo venire da noi come attendente. Mi accompagnava sul lungomare e al circo Togni: non ha mai tentato di darmi in pasto ai leoni. Si scoprì anche che era un bravo giocatore di pallavolo. Si riuscì così a farlo entrare in una squadra militare. L'ho rivisto tanti anni dopo a Bologna, quando anch'io mi occupai di politica. Non aveva dimenticato quel capitano che gli aveva fatto fare lo sport che amava. La domenica pomeriggio il film alla casa del soldato, e poi le befane. Amavo quando mio padre aveva dei servizi esterni non strettamente militari: il reparto assicurava spesso l'assistenza a manifestazioni sportive, corse ciclistiche, gare automobilistiche e motociclistiche, competizioni nautiche e veliche. Di tanto in tanto potevo andare con lui. Ricordo quando cambiarono le mostrine e il panno, da nero, divenne azzurro. Ricordo il giorno in cui mio padre divenne maggiore e tornò col berretto col cordoncino e la divisa dalle spalline con il filetto d'oro. Poi cominciò a stare male, il trasferimento al Celio a Roma, il trasporto in ambulanza militare a Bologna, infine l'ospedale Rizzoli, Morì in un giorno di neve. Un picchetto armato salutò il suo ultimo viaggio. Avevo sei anni. Per me iniziava una seconda infanzia molto meno ricca, in tutti i sensi. Scoprii però la solidarietà tra i militari. Ho capito il senso delle parole serietà, rigore, vicinanza, rimpianto. Nella vita civile non ho mai trovato eguale di legami personali così duraturi e disinteressati. Un collega di mio padre, che lavorava al ministero a Roma e si recava spesso a Padova, dove vi era un importante comando, si fermava quasi sempre a Bologna per un breve saluto. Diventò poi generale di corpo d'armata e a lui debbo un'occasione memorabile e l'invidia di tutti i miei compagni di scuola. Venne a prendermi all'uscita della scuola, c'era poco tempo tra un treno e l'altro e andammo a mangiare, con mia madre, al Circolo ufficiali in macchina con la bandierina blu dalle tre stelle rosse. Un film americano - Patton? Clark che entra a Roma? - che illumina ancora anni di estrema modestia. Uno dei militari di Bari lo incontrai a Udine nei giorni del terremoto del 1976, quando nella attesa della discussione della mia tesi di laurea, andai a dare una mano. Il figlio, con cui avevo giocato, e che ora fa il medico, mi spiegò allora come e perché quel Friuli, e non pensava solo ai suoi muri, che tutti avevano conosciuto era finito per sempre. Un altro ufficiale di quella caserma concluse la sua carriera alla Cecchignola. Quando andavo a Roma ero di casa; il figlio vive ora in Spagna e ci sentiamo per le feste o se qualche criminale fa saltare i treni a Madrid. Ho passato i primi sei anni della mia vita in un modo meraviglioso e ancor oggi non si sono ancora consumate del tutto le tracce di quel periodo. Quando passo davanti ad una caserma sbircio sempre dentro: so che lì vi è un mondo nascosto che solo io riesco a vedere.
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