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| Storie militari di gente comune | |
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Spesso il pensiero ritorna ai volti, indimenticabili, dei miei primi soldati. A quel plotone di Fanti di Linea, "piedi neri" purosangue del 1° battaglione del 17° reggimento fanteria che il destino pose sotto mio comando in quel non vicino 1973.
Il battaglione ramazzava da tutta la Divisione "Granatieri di Sardegna" le teste calde, i delinquenti, i fetentoni e li ammassava al 1° battaglione, tra le montagne d'Abruzzo in quel di Sulmona, affinché la Grande Unità non fosse inquinata da quella feccia e potesse operare in serenità. Quel plotone, il 1° della 3^ compagnia fucilieri, era composto da trenta persone, tutti pregiudicati campani, sardi, siciliani, pugliesi e calabresi. Papponi, contrabbandieri, grassatori, piccoli mariuoli, camorristi. Mi accolsero come si accoglie al mattino un brufolo spuntato sulla punta del naso: un misto di disappunto e di schifo. " Ma che vuole quest'altro caga c…." . Alla mia prima sveglia, un calabrese dalla faccia patibolare aveva accolto con un sonoro "Vaffa" le mie sollecitazioni a che lasciasse la branda e si era voltato dall'altra parte riprendendo a dormire. Alcune mie certezze cominciarono a vacillare, la stellette nuove di pacca, fresche di Scuola militare, cominciarono a brunirsi. Iniziai una dura marcia in salita, una lotta certosina per aprirmi un varco attraverso la dura corazza di diffidenza e ostilità che si erano creati per sopravvivere nel mondo spietato da cui provenivano. Non fu facile. Mi dovetti guadagnare la loro fiducia pian piano, attraverso piccole cose concrete. Si accorsero che non li volevo fregare. Si accorsero che forse ero un po' "frescone" ma innocuo e che credevo in quello che dicevo. Parlammo a lungo, di notte, dopo il silenzio, nei bagni della compagnia. Cominciai a conoscerli uno ad uno, cominciai a capirli. Finchè un giorno Ienco mi disse : "Sor tene' vuie nun site proprio malamente". Mai complimento mi fu più gradito. Avevo 23 anni, loro 20 o 21, eravamo quasi coetanei eppure le nostre vite erano state talmente diverse che non ci capivamo. Un giorno che cercavo di far comprendere a Rapicano che "prelevare" sacchi di zucchero o di caffé dalle merci ammassate sui moli del porto di Napoli era comunque un furto, anche se non si conosceva il proprietario, questi mi disse una grande verità: "Sor tene' nun potete capi'. Voi siete nato col culo nella panna". Era vero, l'immagine dolciaria era estremamente efficace e metteva in luce l'abisso che ci divideva. Ma l'abisso pian, piano si ridusse, si formò un legame forte e se io mi sentivo protettivo verso di loro (mi infuriavo se qualcuno li puniva o li "cazziava" ) loro lo diventarono nei miei confronti, in una forma ingenua, spontanea, spesso quasi commovente. Lentamente diventai il "loro" Tenente, il plotone diventò il "nostro" plotone: sicuramente il migliore! Dopo un anno me ne andai, trasferito a un ambitissimo battaglione Paracacadutisti. Ci fu la cena d'addio, ci furono le bevute, i canti e le facezie ma ci furono anche le lacrime e gli abbracci. Non li ho più rivisti. Spesso penso a loro e mi piace pensare che forse qualche buona parola ha attecchito nei loro cuori offesi e umiliati. Mi piace pensarli padri di famiglia e buoni mariti, ma la vita non è una telenovela e il lieto fine non è affatto scontato.
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