Storie militari di gente comune

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Della Nunziatella mio padre parlava con nostalgia

di Francesca Longo

Correvano i primi anni '60 ed ero una bambina. Ogni estate festeggiavo per un mese la mia vita a casa della nonna paterna, una splendida signora fiorentina, vedova di guerra e convolata in seconde nozze col ragionier Carlo, Cavaliere della Repubblica e reduce dai campi di prigionia in Africa. Nozze solo religiose, perché la nonna non avrebbe rinunciato alla pensione di vedova di guerra per nessuna cosa al mondo.

Firenze, 1960. Non so se per via di quel nonno acquisito - mi fu spiegato subito che non era di famiglia, ma che potevo volergli bene comunque - o per via del mio nonno vero, prima medaglia d'oro nella guerra d'Albania, le pulizie a casa della nonna le faceva l'attendente. Era un giovane militare, educatissimo, che sopportava con infinita pazienza mia nonna, donna che la vita aveva reso energica e che per sua natura era meticolosa e pignola, al pari del nonno ragioniere.

L'attendente mi accudiva, quando la nonna usciva a fare la spesa e il nonno lavorava nella sua stanza con la calcolatrice a manovella, gettando un occhio sulla 'bambina' che giocava con le meraviglie della 'scatola della nonna', una cassetta di legno Cinzano in cui lasciavo di anno in anno i regali che mi venivano fatti. Librini, giornalini, bamboline, sorprese del Tide che la nonna raccoglieva nel tempo solo per me.

Spesso, a pranzo, mi portavano al Circolo Ufficiali dove altri attendenti ci servivano, come fossimo dei reali. La nonna m'insegnava a stare composta a tavola - perché ero in un posto molto speciale - e gli attendenti mi trattavano da donna adulta. O da principessina. Tutto era silenzio, piatti e posate da ricchi, bicchieri scintillanti. Il non-nonno mi sgridava per la mia endemica inappetenza, raccontando storie di fame in prigionia, la nonna intercedeva solo a metà, ricordandomi la fame che aveva fatto il mio papà durante la guerra, nei vari collegi.

Andavano tutti fieri dei due orfani a dieci anni che si erano diplomati a Napoli alla Nunziatella. Di più di mio padre, che s'era laureato lavorando e che stava facendo carriera. La nonna lo esibiva come una bandiera davanti a ogni generale o ufficiale che passava per salutarci. "Questa è la nostra Franceschina, la figlia di Franco…" e sciorinava tutti i successi di mio padre con gli occhi azzurro cielo che mandavano lampi d'orgoglio.

Nonna era la vedette del Circolo: altissima, biondissima - coi capelli a baschetto, di quel biondo cenere che nessun parrucchiere può nemmeno lontanamente restituire - vantava una quarta misura ed era nota negli ambienti come la Greta Garbo di Firenze. Era la vedova di un eroe. Consolabilissima, dal momento che mezza Firenze le aveva fatto la corte, e che lei, da ragazzina, s'era ripromessa di non sposare mai un militare, tanto più se meridionale. Mio nonno, appunto. Ragazzo del '99, ufficiale di fanteria, calabrese.

Io somigliavo al nonno: scura scura, con gli occhi marrone che brillano e i lineamenti irregolari. Alta e magra come lui. Del mio vero nonno so solo che prima di partire sfidò i suoi gemelli di dieci anni a shangai. Poi arrivò una cartolina postale in cui li riprendeva per gli scarsi risultati scolastici. Ma la predica arrivò a babbo morto, sul serio.

So che era innamoratissimo della nonna, so che la nonna l'aveva cacciato dal talamo perché dopo ogni campagna di guerra puzzava come una bestia ("E poi, c'aveva di quelle pretese…!"). La nonna era una toscanaccia e non le mandava a dire a nessuno, men che meno al marito. "E poi, Franceschina, occhettuvoi, ci vuole più coraggio a mantenere una famiglia che a morire da eroe" mi diceva. Aveva vietato ai figli di fare i balilla, privandoli del moschetto. Poi li aveva lasciati alla Nunziatella, per affrontare da sola la guerra.

Della Nunziatella mio padre ha sempre parlato con immensa nostalgia. Entrato a tredici anni (a scuola era andato un anno prima), uscito a diciotto, vi aveva trovato una famiglia. Amici, padri ufficiali e professori, scuola e (poco) cibo. Oltre a un vestito di cui andar fiero, una divisa che lo distingueva nella fame di Napoli di quegli anni. E la gente dei bassi accoglieva con gioia quei ragazzi affamati, ma distintissimi nella loro divisa. Miseria e nobiltà. Lui e suo fratello gemello condividevano tutto, anche l'allegria della gioventù.

Le puttane li accoglievano nei casini, sebbene minorenni, per farli studiare al caldo. Fu lì che mio padre e mio zio 'rubarono' la loro iniziazione (e con quella il massimo rispetto per 'le signorine' che, gratis, li avevano coccolati almeno un po', quasi fossero mamme). Era l'Italia del dopoguerra. Un Paese che sgomitava per dimenticare e per ricominciare.

Di tutto ciò m'è rimasto il ricordo dei racconti di papà, la retina che il nonno ragioniere e cavaliere metteva prima di andare a dormire per tenere fissi i capelli impomatati, l'immagine della nonna regina tra attendenti e ufficiali, gli interminabili pomeriggi al Circolo del Bridge allora in Piazza San Lorenzo (di cui i nonni erano fondatori), e soprattutto le lenzuola - che sapevano di lavanda - della nonna, ricavate dai paracadute che le aveva regalato un ufficiale inglese.

Sembrava di dormire in una nuvola, stretta alla nonna che odorava di pulito e tabacco. Mai più nulla di così soffice, dolce, morbido. Accompagnata dalla voce roca per il fumo - una voce d'altri tempi - di nonna che mi raccontava che l'ufficiale, bellissimo, era arrivato a Firenze per liberare lei, proprio lei, dalla guerra e dalla fame, scivolavo ogni notte nei miei sonni più belli. Ero a casa, era la mia casa, è la mia casa, ancora oggi. E papà rideva con lo zio dei miei racconti romantici. "Ma che cavolo ha combinato la mamma quando eravamo alla Nunziatella?"

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