Storie militari di gente comune

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Giò Lupara

di Luigi Chiavarelli

Anno 1974. Lo chiamavano Giò lupara, era un piccolo sergente siciliano, asciutto e nervoso, buono come il pane ed era anche mio vice comandante di plotone: 1° plotone della 6^ compagnia fucilieri Grifi del 2° battaglione paracadutisti Tarquinia. Aveva solo un difetto: durante gli addestramenti a partiti contrapposti, che erano e sono la norma nella Folgore, non c'era verso di fargli rispettare i tempi stabiliti per l'azione.

Appena era in vista del nemico: banzai! Assaltava a testa bassa sparando raffiche (a salve) a tutto spiano mandando la sorpresa a farsi benedire. Non era certo un'aquila, ma era resistente, generoso, dotato di un coraggio che rasentava la temerarietà ed era benvoluto dagli uomini perché aveva un cuore d'oro. Se non avesse avuto quel difettuccio.

Era il mese di febbraio, faceva un freddo cane. Dopo un lancio notturno ad Altopascio eravamo riusciti, in due gelide notti di cammino, a non farci intercettare dalle pattuglie del 5° battaglione El Alamein e a portarci a pochi chilometri dall'obiettivo: una fattoria semidiroccata che rappresentava un Posto Comando.

Arrivammo alle prime luci dell'alba. Mentre gli uomini riposavano in bivacco nel folto della boscaglia, andai con il sergente e i tre caporali comandanti - rispettivamente del gruppo assalto, gruppo appoggio e gruppo sicurezza - in ricognizione sull'obiettivo. Riuscimmo ad avvicinarci a sufficienza e sbinocolando nascosti in una macchia, a farci un quadro abbastanza chiaro della situazione e a formulare un piano d'attacco.

Avremmo condotto una manovra classica: azione diversiva di un piccolo nucleo comandato dal sergente che avrebbe aperto il fuoco da sud esattamente alle due e mezzo di notte, attirando così l'attenzione dei difensori. Contemporanea infiltrazione silenziosa da nord del gruppo assalto guidato da me, che avrebbe minato la baracca del posto comando per poi filarsela rapidamente. Razzo verde e sganciamento del nucleo sotto il fuoco del gruppo appoggio; sganciamento del gruppo appoggio protetto dal gruppo sicurezza; sganciamento del gruppo sicurezza che, ripiegando, avrebbe attivato una serie di mine e trappole esplosive per bloccare eventuali inseguitori. Tutto molto semplice e lineare.

Rientrammo al bivacco e approntammo una specie di plastico speditivo dell'obiettivo con terra, foglie e rametti. Svegliati gli uomini impartii gli ordini. Feci ripetere a tutti nominativi, frequenze radio, tempi e modalità dell'azione, compiti specifici, misure di coordinamento, luogo di raduno dopo l'azione, comportamento in situazioni d'emergenza eccetera. Catechizzai con mille raccomandazioni il sergente che giurò sulla testa di chi aveva più caro che avrebbe rispettato gli ordini alla lettera.

Consumammo, intirizziti, un misero spuntino a base di galletta e carne in scatola. All'imbrunire ci muovemmo e in diverse ore di lentissimo cammino nel bosco, in un buio quasi impenetrabile, raggiungemmo le posizioni stabilite. Mancava ancora un'ora all'inizio dell'azione. Tutti i gruppi mi avevano comunicato di essere in posizione tranne il nucleo del sergente, ma non mi preoccupai. Doveva fare un ampio giro e il terreno, soprattutto di notte, non era facile.

Ci sdraiammo sulle foglie secche e indurite dal gelo attendendo l'ora "X". La notte era gelida e silenziosa. Un venticello pungente ci tagliava la faccia e portava a tratti il parlottare delle sentinelle nemiche. Ne intravedevamo le ombre al pallido chiarore di una misera falce lunare. Avevano le mani in tasca, i cappucci delle giacche a vento sopra i passamontagna e battevano i piedi dal freddo.

"Bene - pensai - con tutta quella roba sulle orecchie non ci sentiranno". Ero caricato e ottimista. Gli uomini della pattuglia li conoscevo perfettamente. Erano anziani di naja, duri e bene addestrati. Contavo di ottenere dai giudici di campo un punteggio del 100%. Avevo appena formulato questo ottimistico pensiero che si scatenò un'ira d'Iddio: raffiche, urla di Folgore!, scoppi di castagnole: Giò Lupara non aveva resistito!

L'intero presidio nemico si svegliò e velocemente attivò il previsto, impenetrabile, dispositivo di difesa. Le bombe illuminanti rischiararono a giorno la zona: impossibile avvicinarsi. Diedi per radio l'ordine di sganciamento e tutti i gruppi, silenziosamente ma molto rapidamente, abbandonarono le posizioni avviandosi al punto di raduno. Tutti meno Giò Lupara. Seppi poi che le pellacce del 5° battaglione lo avevano catturato e aveva passato il resto della notte all'aperto scalzo, bendato, legato mani e piedi perché non aveva voluto rivelare il nostro punto di raduno.

Certe cose a quei tempi erano abbastanza comuni. Ben di peggio gli sarebbe accaduto se non si fosse trattato di un addestramento ma della realtà. Obiettivo mancato al 100 %. Anziché il rientro in sede (doccia calda, vestiti puliti, bella dormita) il premio fu l'assegnazione di un secondo obiettivo, a 40 chilometri da lì, da attaccare la notte del giorno dopo.

Oggi sorrido al ricordo, ma allora eravamo veramente imbufaliti. Purtroppo il destino ci ha tolto la possibilità di sorridere insieme a Giò Lupara, in vecchiaia, al ricordo di queste imprese di gioventù. Una fiamma alla calotta del paracadute ci ha privati per sempre del focoso ma generoso sergente.

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