Storie militari di gente comune

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Chiedenti rapporto

di Luigi Chiavarelli

Esisteva nel nostro Esercito - e spero esista ancora - una pratica benemerita: il rito serale dei "chiedenti rapporto". A fine giornata, quando la maggior parte dei Quadri se ne andava a casa e i soldati si preparavano alla cena, si formavano lunghe file davanti all'ufficio del comandante di compagnia. Erano i chiedenti rapporto, cioè coloro che avevano necessità di parlare a "quattr'occhi" con il loro capitano.

L'ufficiale doveva ricaricarsi spiritualmente per vincere la stanchezza di un'intensa giornata e non rischiare di liquidare con poche battute superficiali e frettolose le esigenze dei soldati. In quelle occasioni un buon capitano era non solo il comandante ma spesso anche il fratello maggiore. Gran parte degli argomenti esposti erano finalizzati a ottenere un permesso o una licenza ma sovente i problemi erano ben più gravi: fidanzate incinta, contrasti in famiglia, difficoltà di ambientamento, malattie di persone care, problemi finanziari, consigli per la vita futura eccetera.

Erano momenti impegnativi per i comandanti coscienziosi ma molto utili per rinsaldare lo "spirito di compagnia" e potevano anche essere motivo di arricchimento spirituale. Mi è impossibile ricordare le centinaia di fanti e paracadutisti che hanno bussato alla mia porta, ma il primo, il primo chiedente rapporto della mia carriera militare non lo potrò mai dimenticare.

Ero tenente in un battaglione di fanteria e sostituivo il comandante titolare della compagnia fucilieri, che era in licenza. Ero seduto, con una certa emozione, al posto del capitano. Era già buio e faceva freddo nonostante la stufa a legna fischiasse e sfrigolasse come una locomotiva. Ripassai mentalmente i principi fondamentali di quella materia che nelle scuole militari di allora si chiamava "Governo del personale", poi dissi al furiere di fare entrare il primo chiedente rapporto.

Mi sembra ancora di vederlo: piccolo, emaciato, di aspetto malaticcio, gli occhi arrossati, fermo in una posizione d'attenti molto poco marziale. Si presentò con una voce flebile, inaccettabile per un fuciliere, ma non lo redarguii, perché nel suo sguardo leggevo la disperazione. Lo feci sedere. Una punta di ansia mi stuzzicava lo stomaco: "Sarò all'altezza della situazione? Saprò dargli i consigli giusti? Sembra proprio disperato".

Attendevo proteso in avanti, i gomiti sulla scrivania e le mani giunte per non perdere una sillaba ma il fante se ne stava con la testa bassa, rigirando il basco tra le mani e non profferiva parola. "Allora?" sollecitai con una certa forza. Il fante sobbalzò e mi rivolse uno sguardo da cane bastonato. "Signor tenente…" "Sì, dimmi, ti ascolto" "Signor tenente…" "Sì, avanti!" "Signor tenente … è una settimana che non caco e … non mi tira più".

Rimasi a bocca aperta, sconcertato, allibito. Avevo pronti una decina di "pistolotti" da uomo esperto e conoscitore del mondo. Ero pronto a confortare, dirigere, consigliare dall'alto dei miei 23 anni. A tutto ero preparato … ma non a questo. Se non fosse stato per il suo sguardo disperato avrei pensato a uno scherzo dei miei colleghi ufficiali subalterni. Mi ripresi in fretta dallo stupore. Confesso che non ricordo più cosa gli dissi esattamente. Lo rincuorai, scrissi un biglietto per l'ufficiale medico e gli consigliai di andare in infermeria la mattina dopo.

La storia è finita. Non ha nulla di epico ma la ritengo emblematica di quel rapporto profondo, poco conosciuto e molto umano che legava i nostri bravi soldati ai loro comandanti. Per non lasciare il lettore nell'incertezza posso dire che rividi quel soldato qualche giorno dopo: era colorito e sorridente. Mi si presentò con un'impeccabile battuta di tacchi: "Tutto a posto signor tenente. Didietro … e anche davanti. Tante grazie".

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