Storie militari di gente comune

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Il battesimo dello Stretto di Messina

di Luigi Tarsia

Estate 1986, Nave Palinuro. Crociera addestrativa per gli allievi del Collegio navale Morosini. Il Palinuro è la seconda nave scuola della Marina militare italiana. Per i profani del mare si potrebbe anche dire che somiglia al ben più noto Vespucci. Solitamente è utilizzata per l'addestramento degli allievi nocchieri ed è normalmente di sede a La Maddalena. Io ero allievo del primo corso, un pivolastro, ma anche i miei anziani erano alla prima esperienza addestrativa in mare.

Ovviamente a bordo erano tutti pronti ad accoglierci e a svezzarci e non riuscivano a nascondere un sorrisino sotto i baffi, pregustando il divertimento delle settimane a venire. Partimmo alla volta di Brindisi. I primi due giorni furono cruciali. Cominciarono le prime sofferenze di mal di mare, le notti insonni a causa delle amache sulle quali dormivamo, le corse su e giù, a dritta e a sinistra in cerca di "secchi d'aria compressa da portare sull'altana per l'innalzamento del parrocchetto volante", il susseguirsi di posti di manovra generale alle vele, la ricerca del "cazzo del nostromo" e degli "occhi di Cubia" e altre diavolerie del genere.

Ovviamente erano frasi ad hoc di nessun senso logico o pratico, che se solo ci fossimo fermati a riflettere un attimo avremmo capito essere una burla nei nostri confronti, pivelli del mare, ma ci veniva fatto credere essere di vitale importanza per la vita della nave. Tutti eravamo quindi ben attenti a non fare brutte figure e non essere di peso all'equipaggio. Eravamo organizzati su tre turni di servizio e tutti avremmo svolto i vari incarichi: dal gamellaio al timoniere, dalla vedetta al posto di guardia in quadrato ufficiali e cosi via. Al terzo giorno accadde l'inverosimile.

La mattina alle sette adunata generale in coperta di marinai e allievi con sospensione di tutte le attività in corso. Ci veniva comunicato che, contrariamente a quanto previsto, avremmo attraversato lo stretto di Messina, il famoso stretto di Scilla e Cariddi. Questo ci avrebbe permesso qualche giorno di franchigia in più, ma sarebbe stato molto pericoloso. Il comandante della nave, era il capitano di corvetta Orioni; d'accordo con tutti gli altri ufficiali mise su una bella storia.

La nave, che è a vela, non ce l'avrebbe fatta a passare lo stretto con i suoi alti alberi in quanto questi si sarebbero impigliati nei cavi dell'alta tensione sospesi tra Reggio Calabria e Messina. Quei cavi infatti davano l'illusione ottica di essere molto bassi al centro dello stretto, il punto in cui noi avremmo attraversato. Era necessario che due persone opportunamente scelte li sollevassero servendosi di "mezzi marinai". Furono scelti per l'operazione un allievo e un giovane marinaio che si era imbarcato con noi a Napoli.

Inutile dire che i due erano terrorizzati dall'incarico che gli era stato propinato, ma nello stesso tempo erano fieri di svolgere un compito tanto delicato per la nave. Il comandante aveva sottolineato la pericolosità dovuta all'alta tensione, al fatto che la coperta è sempre bagnata e che quindi avrebbero rischiaro di rimanere fulminati. La cosa era stata preparata molto bene. Il nostromo, un capo di prima classe, vecchio lupo di mare, s'incaricò di preparare i due prescelti.

I due vennero fatti spogliare e lasciati solo con i pantaloncini e la maglietta. Vennero ingrassati per benino su tutto il corpo al fine di essere "isolati" elettricamente. Sotto i piedi avevano un tappetino di corda anch'esso ingrassato, in testa un vecchio elmetto che oscurava la vista. Erano stati dotati di due mezzi marinai lunghi circa 3 metri anch'essi opportunamente ingrassati.

I due, terrorizzati, furono messi a prua ai lati del bompresso. Gli altri dovevano stare tutti lontani per la pericolosità dell'alta tensione. Solo il medico fu autorizzato a stare vicino per portare prontamente gli eventuali primi soccorsi.

Ovviamente, ingrassati com'erano, scivolavano sul castello di prora e non riuscivano a tenere alto il mezzo marinaio che scivolava tra le mani. Anche noi eravamo terrorizzati dall'operazione che questi due stavano compiendo. Il comandante dalla coperta con il megafono impartiva gli ordini e noi tutti guardavamo i cavi che effettivamente sembravano essere bassissimi e toccare l'estremità degli alberi.

Il comandante urlava e li incitava ad alzare maggiormente i mezzi marinai. E i due si allungavano per arrivarci… la tensione si tagliava a fette quando il comandante di colpo si mise a ridere e ci informò di aver superato il battesimo dello Stretto, una tradizione in Marina.

Non potevamo credere ai nostri occhi, non potevamo immaginare che una intera nave si fosse divertita alle spalle di quei due sprovveduti, anche questa come tutte le altre era una burla. La tensione svanì immediatamente, ma subito fummo messi di nuovo sotto tensione dall'ennesima scampanellata: "Posto di manovra generale, alle vele!" Si ricominciava, mentre i due sventurati passarono diverse ore a lavarsi per togliersi tutto quel grasso di dosso.

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