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| Storie militari di gente comune | |
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Nella notte il vento caldo di scirocco faceva sbattere le tende di casa. Mi alzai per avvolgerle pensando, come sempre in questi casi, a "quei poveretti là fuori" in mezzo al mare a soffrire, così come per anni era capitato anche a me. Al mattino m'attendeva la solita routine aeroportuale con il solito elicottero da preparare in fretta e furia- "che domani viene l'equipaggio di bordo a ritirarlo".
Atterro a mezzogiorno dopo una prova sul campo e chiedo via radio assistenza per sistemare alcune piccole avarie. In quel momento la torre di controllo comunica a tutti gli aeromobili in volo un incidente accaduto sulla vicina costa. Una ragazza era stata trascinata in mare da un'onda e un signore, che aveva assistito alla scena, si era tuffato in acqua per salvarla. Entrambi erano ora in balia del mare mosso e vento forza cinque. Non ci sono elicotteri in volo vicino alla base. La richiesta di soccorso inizia la sua trafila burocratica. Mi viene un'idea. Il mio volo prova sul mare è già autorizzato e c'è l'equipaggio che aspetta solo una mia chiamata. Se facessi delle proposte alla centrale, rischierei un "aspetta che chiamiamo il Centro di soccorso e vediamo cosa dice". Decido. Chiedo di mandarmi l'equipaggio e un salvagente. I colleghi arrivano un po' perplessi per la mia decisione di indossare il salvagente senza spegnere i motori o scendere dall'elicottero. Dopo dieci minuti stiamo sorvolando la costa e ci abbassiamo su un mare color caffelatte. La gente sugli scogli ci aiuta con indicazioni visive a rintracciare quei due puntini neri ormai distaccati dalla costa e fra di loro. Mi butto letteralmente sul primo naufrago: l'uomo muove saltuariamente le braccia e, mentre l'operatore mi avverte della velocità residua, noto che la ragazza davanti a noi non si muove. Ho i pensieri che si rincorrono nella testa: l'elicottero è ancora pesante, forse è meglio non indietreggiare. La ragazza è da più tempo in acqua, l'uomo aveva dato cenni di vita. Infine ecco la soluzione al mio dilemma: "Prima le donne e i bambini". Non c'è bisogno di essere marinai per saperlo. La ragazza si infila il collare e dopo pochi secondi giace sul pavimento dell'elicottero; salva. Mi avvento sul secondo naufrago: "Ammaina la braga". "Braga in acqua". "Comandante, il naufrago non reagisce". "Non è possibile, riproviamo". "Niente, non si muove". "So che lei è brevettato per il recupero-inanimato, ma non ha l'attrezzatura". "Comandante, se vuole io mi butto". Guardo negli occhi il copilota senza parlare. Mi aspetto un cenno di approvazione o di sostegno, un "No Comandante, non lo faccia". Niente. Mi volto e trovo la soluzione al mio nuovo dilemma: una motovedetta della Polizia, che si era palesata da dietro il promontorio e stava a pochi metri. Non ero mai stato così felice nel vedere una motovedetta. La sorvoliamo indicando la posizione del naufrago, che poco dopo viene issato a bordo. "Per lui non c'era più nulla da fare" ci dicono via radio. Da allora porto sempre questo cruccio dentro di me - se non avessi avuto questo condizionamento mentale? Se, se, se…Nel rapporto scrissi di essere intervenuto di mia iniziativa, per la "salvaguardia della vita umana in mare" durante un volo tecnico, ma tralasciai di accennare ai fattori che avevano condizionato la sequenza di recupero.
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