Storie militari di gente comune

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Prigionieri

di Francesca Longo

Il cavalier Giorgio Caldini veniva dalla prigionia. Come del resto il ragionier Carlo Ponis. Quale prigionia, dove e perché? Una bambina, se sente la parola 'prigionia', pensa immediatamente al carcere e a qualcuno che ha fatto qualcosa di brutto. Ma come potevano degli ex ufficiali dell'Esercito italiano fare qualcosa di brutto? E cosa potevano aver fatto di male lo 'zioGiorgio', che era il più puntiglioso e onesto bancario esistente, o il ragionier Ponis, che era pure il mio nonno in surrogato?

A scuola, dopo la preghiera, cantavamo tutte l'inno nazionale. La maestra, d'origine istriana e figlia di un potentissimo e italianissimo direttore didattico, nelle ore di musica ci insegnava, accompagnandole al pianoforte, tutte le canzoni che avevano reso l'Italia storicamente importante. Io cantavo e qualche volta mi veniva da piangere, perché pensavo a mio padre che per via dell'Italia aveva perso da bambino il suo papà vero, pur volendo bene al 'surrogato'. Ancora oggi alcuni canti mi emozionano.

Papà mi aveva insegnato un sacco di canzoni. A due anni, mi dicono, giravo con lui, nei suoi momenti liberi, per i bar di Catania e cantavamo l'Inno dei sommergibilisti, che mi piaceva (e mi piace) un sacco. Applausi neanche fossi a San Remo. "Rapidi ed invisibili, scattano i sommergibili che van per l'immenso mar…" Una favola, anche andare per l'immenso mar ridendo in faccia alla morte e al destino. O il Piave, che mormorava stranieri che non passano. Grazie al nonno vero, ovviamente.

Papà parlava sempre della morte. Era una sua ossessione. Persino 'Ciao ciao bambina' per me era solo il preludio di un addio straziante tra padre e figlia. Si parlava spesso di orfani e vedove di guerra, mai dei prigionieri di guerra. E loro parlavano poco, per non dire nulla. Nonno Carlo mi raccontava che in Africa, in prigionia, aveva imparato a giocare a bridge. Per cui m'ero fatta un'idea della sua prigione molto blanda. Giocava a carte, beveva the. Però, per me, qualcosa di male doveva averla fatta per essere finito in prigione!

Quanti anni sono passati per capire sul serio cos'era successo? Quanti libri ho letto per capire? Quanti silenzi ho incontrato per farmi, anche grazie a loro, un'idea sulla pace? Forse non ce l'ho ancora, ho solo tessere di mosaico di piccole storie individuali. L'ho scoperto col silenzio totale di mio suocero, sopravvissuto a Dachau. Mai detta una parola a nessuno. Era tornato e ciò bastava. Il motivo? "Dimenticate, non rinfocolate odi". E poi "non voglio parlare".

Giustificava altri mutismi, compresi quelli del cavaliere e del ragioniere. Mai silenzio fu più rumoroso, più stimolante, più significativo. Oggi potrei trovarvi giustificazioni - anche individuali, non solo di equilibri internazionali - che sono comunque quelle che mi hanno spinto a credere fortemente nella politica e poi in tutti quei meccanismi atti a prevenire la guerra. Forse, dall'omertà dell'Italia del dopoguerra è nata una generazione che cantava inni (se n'era studiati di suoi), ma che nella pace confidava, avendo quanto meno studiato gli orrori della guerra.

Oggi so che il cavalier Caldini e il ragionier Ponis s'erano trovati al momento sbagliato nel posto sbagliato, dalla parte sbagliata, per un qualcosa che facevano perché doveva essere fatta e non discussa. Italiani brava gente? Non lo so, non ci credo (in guerra sarebbe come definirli completamente deficienti), ma ci spero. Loro erano veramente brava gente. Ma non erano angloamericani o russi vittoriosi. Per fortuna loro, nemmeno tedeschi.

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