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| Storie militari di gente comune | |
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Per i bambini di prima elementare agli inizi degli anni '60 a Trieste erano semplicemente farfalle. Solo che con loro non potevi fare come con le farfalle in Carso, prenderle col retino e tirarle fuori lentamente senza toccare la polvere delle ali (salvo poi infilzarle crudelmente con uno spillo per collezionarle). Quelle farfalle lì non le dovevi proprio toccare e basta. Erano farfalle speciali.
Nell'atrio della scuola intitolata all'autore di Cuore - all'epoca Edmondo De Amicis, non Michele Serra - trionfava un cartellone che veniva illustrato il primo giorno di scuola (più volte l'anno, per solerzia volontaria delle maestre): "Se trovate un oggetto che assomiglia a questi, non toccatelo. Chiamate la Polizia". Erano bamboline, dadi, penne, oggettini di forma singolare e invogliante, ma soprattutto farfalle. Roba assolutamente apparentemente innocua, familiare. Quando mai una farfalla può uccidere il bambino? Caso mai è viceversa, come con le formiche (da sterminare col piede per pomeriggi interi), come con le code delle lucertole - che tanto ricrescono e per ciò non creano sensi di colpa - come con le lucciole, che se sei bravo le metti pure nella lanterna! Come con la cetogna dorata, verde smeraldo, a cui, se la catturi, puoi legare una zampina col rocchetto del filo e divertiti per un intero pomeriggio con un aquilone che fa rumore. Come con le farfalle, a cui non si tarpano le ali, le si conservano, perché sono così belle che potrebbero volare via (e infatti non ci sono più). I bambini sono crudeli. O almeno i bambini di una volta erano crudeli, soprattutto con gli animali, considerati compagni di scorribande, amici nemici. Quelli di oggi sono più buoni. Intendo i bamini, anche perché buona parte dei summenzionati insetti o rettili sono praticamente scomparsi. Noi bambini negli anni '60 avevamo però farfalle da torturare e farfalle da non toccare. Quest'ultime erano mine antiuomo, insetti che ci sarebbero esplosi tra le mani e ci avrebbero ridotto come i tanti che giravano nel quartiere e di cui sapevi solo che non dovevi mai, assolutamente mai, chiedere a voce alta alla mamma: "Perché quello non ha la mano? Perché non ha l'occhio? Perché cammina con una gamba sola?". Chiedere era lecito, ma sottovoce. "Ha toccato una farfalla" sussurrava la mamma. Così, per quell'istinto naturale che spinge l'infanzia alla scoperta di qualsiasi incognita, nei giardini vicino a casa, dove trascorrevamo i pomeriggi, alle corse, alle partite a "guerra francese", al "portone", alla "bandierina" si sostituì (eredità dei più grandi, quelli che avevano già dieci e spesso addirittura tredici anni) la caccia alla farfalla. Le regole erano semplici. Ufficialmente dovevamo trovare le Am lire, che si recuperavano con una certa frequenza, dal momento che non erano passati molti anni da quando i posti dove giocavamo erano appannaggio esclusivo di gente che "svuotava" di nascosto i pantaloni e quanto contenevano, senza preoccuparsi troppo degli spiccioli in tasca. Del resto, all'epoca le bonifiche non correvano veloci. A Trieste la guerra era finita neanche otto anni prima, figuriamoci se c'era stato il tempo di passare al setaccio le varie colline della periferia! E poi anche le farfalle, anche quelle farfalle, da noi erano angloamericane! Le Am lire servivano a giocare a portone, al posto del sassolino. Dopo aver ritrovato la prima monetina angloamericana ed essere corsi a casa invocando un'insperata ricchezza, la frase della mamma "Non valgono più nulla" gelava ogni infantile entusiasmo. Ma a noi non interessava molto. Piccoli ragazzi della via Pal, sognavamo d'incappare nelle farfalline viste a scuola. Il primo che avesse avuto la fortuna di trovarne una doveva chiamare tutti. E poi tutti assieme saremmo andati dalla polizia, anzi Polizia italiana, per trascinarla a vedere la nostra scoperta. Saremmo stati degli eroi. La scuola sarebbe stata fiera di noi. Il gioco è andato avanti per un paio d'anni. Abbiamo trovato un buon numero di coppiette appartate, scoprendo qualcosa che sicuramente mamma e papà non avevano e non avrebbero mai fatto, qualche esibizionista, decine e decine di Am lire, ci siamo pestati, maschi e femmine, lasciandoci lividi da nascondere a tutti per settimane. Spesso era amore e odio. Ma quella farfallina lì, per fortuna, non l'abbiamo mai trovata. Guardo le foto che m'arrivano per lavoro. Sono spesso foto di bambini che la farfalla, magari sotto altra forma, l'hanno trovata. Forse non hanno chiamato la polizia, forse da loro non c'era la polizia. Forse nell'atrio della loro scuola non c'era il cartellone con bamboline, penne, dadi e farfalle. Forse la maestra non è più brava come quelle di una volta. Forse non hanno la maestra. Forse… Sicuramente sono bambini mutilati. Che non potranno mai, come facevamo noi, consolarsi di un'esplorazione fallimentare con un "Bandierina, bandierina numero…" o con la gara a chi schiaccia più formiche. Anche per questa prova di forza c'è bisogno di gambe e braccia.
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