Storie militari di gente comune

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Fascino dell'uniforme e pistole di legno

di Giovanni Bernardi

La prima assegnazione la ebbi a Novara, al III gruppo del 131° reggimento artiglieria corazzata Centauro, sottocomandante di una batteria su pezzi semoventi M-109G. Dopo il corso tecnico applicativo di sei mesi (settembre 1972 - febbraio 1973), del quale non avevo seguito i primi due mesi a causa di una frattura al quinto metatarso sinistro, ci fu concessa la licenza di fine corso di cinque giorni. La trascorsi a Roma dai miei. Il 5 marzo caricai la cassetta d'ordinanza e valige varie sulla 500 gialla (Roma K49653) e partii alla volta di Vercelli, sede del comando di reggimento e di tre gruppi (il I su M-109, il IV su M-44 e il V su M-55). La notte la trascorsi in albergo.

Il mattino dopo, sciarpa e sciabola, mi presentai alla caserma Scalise al comandante del reggimento, che mi comunicò di avere deciso di assegnarmi al III gruppo di Novara, scatenando le ire degli altri tre comandanti di gruppo perché, con la mia assegnazione a Novara, al III gruppo ci sarebbero stati ben tre sottocomandanti effettivi provenienti dall'Accademia. Troppo lusso per loro che ne avevano appena uno a testa. "Desidera dormire in caserma o ha pensa di prendere un alloggio fuori?" mi chiese il colonnello comandante. "Penso di alloggiare in caserma, signor colonnello" risposi senza esitazione. "Bene, dirò al suo comandante di gruppo di trovarle un alloggio".

Da un telefono pubblico chiamai casa. Rispose mia madre. Le detti la notizia della assegnazione a Novara.. "Mamma mia - esclamò - nemmeno Vercelli, addirittura Novara!" Evidentemente per mia madre il nord Italia aveva una connotazione un po' vaga. Alla fine dei conti a me Novara andava benissimo. Però mi venne in mente un epidodio dei primi tempi del matrimonio dei miei. Si sposarono a Napoli e partirono per Pordenone, dove mio padre, tenente, faceva servizio in un reggimento della divisione Folgore. Al rientro a Napoli per una licenza zia Caterina chiese a mamma: "Giacì, ma a Pordenone ce sta 'o pane?"

Eravamo in cinque del mio corso in artiglieria corazzata: Carlo Gibellino a Palmanova, Antonio Belvedere a Banne, Adriano Santini a Udine, Alessandro Pompegnani a Casarsa e io a Novara. Ci perdemmo di vista per qualche anno, come sempre succede sia ai compagni di scuola sia ai compagni di corso d'Accademia e forse anche ai laureati delle università. Arrivai alla caserma Passalacqua di Novara e mi presentai al comandante di gruppo. Soliti convenevoli e assegnazione dell'alloggio. Che non era un alloggio ma un posto letto in una camera insieme con un sottotenente di complemento e il tenente Enzo Gargano di tre anni più anziano di me, che io poi cominciai a chiamare "Enzuccio a babbo" per il modo che aveva suo padre, pugliese, di rivolgersi a lui.

Stavo mettendo a posto i bagagli quando entrò nella mia camera un sottotenente che, rivolgendosi a me con il Lei, mi disse che la batteria era schierata in cortile per l'adunata del pomeriggio e mi chiese quali ordini intendessi dare. Sapevo che il mio capitano - il comandante della 8^ batteria - non era presente perché, morto il padre, lui aveva avuto la prevista licenza di dieci giorni per gravi motivi famigliari. Ringraziai il sottotenente per il riguardo riservatomi e gli dissi di svolgere il programma previsto. Il giorno dopo all'adunata conobbi la mia batteria: 120 reclute arrivate da poco, da addestrare, da colloquiare, da sentire i loro problemi, le mamme ammalate di cuore (almeno un soldato su tre aveva una mamma ammalata di cuore), i padri invalidi, i fratelli minori.

Per molto tempo non ebbi molto tempo da dedicare a me stesso. Scoprii subito che il soldato non è un foglio di carta che si mette nel cassetto quando si finisce di lavorare, ma continua a vivere, pranzare, cenare, andare in libera uscita, dormire. E se succede qualcosa in questo tempo di non-servizio, comunque il comandante ne è responsabile. C'è sempre qualcuno che chiede al comandante: "Come mai…?" Con il capitano Briseda però, quando tornò in servizio, stabilimmo subito un rapporto cordiale che conservo ancora oggi.

Il primo anno, su 365 giorni 200 li trascorsi fuori caserma in esercitazioni varie: baraggia di Cameri, sede del 31° carri con cui cooperavamo; baraggia di Candelo Massazza, fango d'inverno e polvere d'estate; Campo addestramento unità corazzate (Cauc) in Sardegna; scuola di tiro di reggimento a Langhirano, Parma, cinque gruppi di artiglieria che si alternavano nel fuoco, un fuoco d'inferno. A Langhirano c'erano i prosciutti. Gli artiglieri mi raccontavano con stupore che chiedevano un passaggio alle macchine e queste si fermavano per darglielo. Un contadino una volta ci riportò un grappolo di artiglieri ubriachi sul pianale del suo trattore. Lo avevano aiutato a fare qualcosa nella sua vigna e lui li aveva ringraziati offrendo loro pane, prosciutto e del buon vino.

Oltre a quello del grappolo di artiglieri sul trattore, due sono i ricordi di quel periodo che, anche volendo, non credo riuscirò mai a cancellare. Tutti e due risalgono ai primi giorni di servizio al III gruppo. Il primo riguarda l'uniforme (o tuta) da combattimento. Alla Scuola di applicazione di Torino, non so per quale arcana regola del commissariato militare, ce l'avevano ritirata a tutti. A Novara avevo quindi bisogno di una tuta nuova. Lo feci presente all'aiutante maggiore. Questi convocò il maresciallo del magazzino vestiario e gli disse di darmi una uniforme da combattimento nuova. Per il maresciallo fu un colpo terribile, come se gli avessero detto di prestarmi sua moglie. Spiegò all'aiutante maggiore che lui le tute nuove ce l'aveva ma erano del magazzino QE e non si potevano toccare perché servivano in caso di mobilitazione.

Iniziarono quindi le trattative, che si conclusero con la decisione di darmi una uniforme scelta tra quelle restituite dagli artiglieri congedati. Usata quindi. Così, per alcuni mesi, con un magazzino pieno di uniformi da combattimento nuove io andai in giro con quella riconsegnata da un artigliere congedato. Dopo un po' però mi rassegnai e - come sempre accade a chi si rassegna - scoprii che anche quella tuta da combattimento poteva avere il suo fascino: il fascino dell'uniforme usata. A rompere l'incantesimo dopo diverse settimane fu il comandante di reggimento. Durante una esercitazione nella baraggia di Candelo Massazza mi vide in quelle condizioni e in presenza del comandante di gruppo mi chiese: "Come mai…?" Io risposi raccontandogli quello che era successo. Lui si rivolse al comandante di gruppo e sparò un altro "Come mai…?" Quest'ultimo si rivolse a me esclamando: "Bernardi, lo poteva dire a me!" Insomma, alla fine la colpa era mia. Il giorno dopo ebbi l'uniforme nuova, naturalmente prelevata dal magazzino QE.

L'altro ricordo ha a che fare con il magazzino di batteria. Appena mi fu possibile lasciai le reclute ai sottotenenti e andai al comprensorio dove erano parcheggiati i carri e dove c'era il magazzino delle dotazioni. Il magazziniere mi illustrò i materiali. Io notai delle fondine per pistola Beretta M-34 che, invece di essere flosce, sembravano contenessero qualcosa. Chiesi al soldato cosa ci fosse dentro. "Le pistole, sottenè". "Le pistole? Ma siete pazzi a tenere le pistole in magazzino? In armeria devono stare!" "Ma non sono quelle vere - reagì candidamente il ragazzo - sono quelle di legno". "Come, di legno! E che ci facciamo con quelle di legno?"

Con molta pazienza il magazziniere mi spiegò che quando si andava in esercitazione al capocarro e al pilota - che in dotazione non avevano il fucile ma la pistola - non venivano date le pistole vere dall'armeria. Perciò, per evitare di mostrare al cinturone una fondina floscia, qualcuno si era ingegnato a modellare delle pistole di legno. Molto rudimentali, la forma appena accennata, ma sul calcio era applicato un occhiello per attaccare il correggiolo. Seppi in seguito dall'amico Gargano che neanche a me sarebbe stata data la pistola vera in esercitazione. Così cominciava la mia vita di guerriero: tuta da combattimento vecchia e pistola di legno.

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