Storie militari di gente comune

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Bono Taliano

di Luigi Chiavarelli

Albania, 1999. Novembre. Partiti dal confine con il Kosovo e diretti a Durazzo, stavamo facendo una breve sosta lungo la stradaccia scoscesa che attraversa boschi e rasenta dirupi tra Puke e Kukes. Un vecchio contadino albanese mi venne incontro concitato. Sulla nuca il berretto di feltro bianco, bombato, tipico delle comunità di montagna, il viso rugoso illuminato da un sorriso smagliante. Mi afferrò la mano senza che io gliela tendessi e la strinse forte. L'agitò come cosa cara perduta e ritrovata mentre col capo assentiva e la bocca sdentata, aperta a un radioso sorriso, mostrava i pochi, antichi denti. Non capivo ma anch'io sorridevo, imbarazzato e ricambiavo la stretta con cordialità. Farfugliò qualcosa nella sua lingua ma compresi solo "…bono taliano...".

Un giovane, forse un nipote, si avvicinò con rassegnata pazienza e parlò al vecchio. Intuii che gli diceva di non importunarmi o qualcosa del genere ma quello, imperterrito, continuava a shakerarmi il braccio. Poi tutto fu chiaro. Il giovane mi spiegò che il vecchio, da bambino, durante la guerra era vissuto molti mesi presso un reparto italiano e mai aveva potuto dimenticare l'affetto e la gentilezza dei nostri soldati che l'avevano sfamato, rivestito e trattato come un figlio. Il tricolore sul mio braccio aveva risvegliato gli antichi ricordi e con quella stretta voleva ringraziare coloro che tanti, tanti anni prima gli avevano dato amore e speranza nel futuro: "…bono taliano..".

Mesi dopo, mi tornò in mente l'episodio del vecchio mentre i bambini di Valona vivaci, curiosissimi, sorridenti, arrampicati sul muro di cinta che circondava il nostro distaccamento, tendevano le piccole mani gridando: "Ciao! Ciocolat? Ciao! Ciocolat? ". Erano piuttosto sporchi ma non malnutriti. Certo, per loro anche quello era un gioco, una bella avventura e tutto li incuriosiva, tutto li interessava. Mai avrebbero dimenticato quei ragazzoni in tuta mimetica ed elmetto, i lunghi fucili, lo scudetto bianco, rosso e verde sulla spalla sinistra. Percepii con vivezza come venivamo visti da quegli occhietti avidi di esperienze e di conoscenze. Percepii come fosse facile in quei momenti ferire per sempre o lasciare un ricordo positivo, far sì che quei tre colori vivaci venissero associati a una sensazione piacevole, a un sentimento di gratitudine, di sicurezza, di fiducia nel prossimo o fossero accomunati all'odio e alla paura. Mi apparvero in un lampo la bocca sdentata e il viso sorridente del vecchio. Momenti impalpabili come il frullare di un ala, sensazioni magiche gustate per un attimo e già trascorse.

Mi frugai le tasche ma erano vuote. Imprecai mentalmente contro me stesso. Cosa potevo dare a quei cuccioli per non tradire la loro speranza? Sorridendo allungai le mani verso la sommità del muro. Fecero a gara per stringerle, toccarle, accalcandosi spingendosi, ridendo e schiamazzando come uno stormo di passeri giocosi. Erano vuote le mie mani ma non mostrarono delusione. Erano appagati, contenti, cercavano speranza, chiedevano amicizia, attenzione e rispetto. Forse mi sbagliai ma mi sembrò di percepire una giovane voce, quasi un sussurro: "...bono taliano…" mi sembrò che dicesse. Forse fu solo suggestione ma mi sentii felice. Momenti impalpabili come il frullare di un ala, sensazioni magiche gustate per un attimo e già trascorse.

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