Storie militari di gente comune

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La breve storia di un ufficiale medico

di Corrado Sfacteria

La storia di Corrado la scrivo io - vero o no che sia che oggi ha settantasei anni e una gran voglia di raccontare. Potrebbe averne anche solo trenta o quaranta, ma è una storia che s'è ripetuta e si ripete nelle forze armate come nelle università, sul lavoro o persino in famiglia. E' la storia della smania di prevaricazione che alligna nell'animo umano, neanche fosse ad esso connaturata, forte del fatto che non sempre viene riconosciuta come tale.

"Tre mesi alla Scuola di sanità militare di Firenze passarono in fretta - racconta Corrado - e quanto avevo appreso dai libri di medicina negli anni universitari non aveva trovato riscontro nella pretesa di insegnare, in poche e dispersive ore, materie che sarebbero state gestite solo a livello di ufficiale medico superiore. Nessuna pratica. Continuava l'andazzo universitario della selezione in base al criterio per cui ne dovevi sapere più del professore, anche se i malati li curava lui".

Uno spera che finalmente dalla teoria si passi alla pratica. L'illusione di Corrado s'infrange in Alto Adige, sottotenente medico di prima nomina. Aspetta con altri la destinazione definitiva, assiste al consueto trasferimento del raccomandato di turno, risponde a domande che ben poco hanno a che vedere con le sue specifiche competenze, tanto meno di quelle mediche.

"Chi conosce l'inglese?" "Io!". "Tu allora…truppe alpine" fu l'indiscutibile risposta dell'anatomico o più o meno sedicente tale. Prime vessazioni, con versamento dei soldi ricevuti a Bolzano per il sostentamento della cantina degli ufficiali anziani e quindi, nella notte, la palla passa ai 'nonni'. Prelevato e legato in pigiama a un lampione nel centro del paese, aspetta l'alba e un tirolese che lo libera. Segue il rocambolesco rientro in caserma in pigiama. La sentinella punta l'arma. Farsi riconoscere in pigiama è impossibile e di grande aiuto fu solo approfittare, in un'azione di guerra vera e propria in solitario (si evitano le sentinelle, si striscia, ci si arrampica) del sonoro russare degli aiutanti di sanità che occupavano i letti vuoti dell'infermeria.

"Ma perché quei letti e quell'infermeria? - prosegue Corrado - Non avevo più bisogno di dormire. Avrei potuto sopportare uno scherzo da parte di colleghi medici, non da imberbi ufficialetti pronti per il congedo con un risicato diploma di scuola media superiore".

Li incontrò, poi, al circolo ufficiali, che in seguito divenne comune coi sottufficiali, tutti in attesa di una sua reazione che non arrivò mai. Quello stesso giorno Corrado infatti aveva dovuto rientrare in servizio: il calzolaio del reggimento, un civile, si era impiccato. Il corpo della vittima, un cinquantenne, era sospeso a una trave.

"Una corda, con punto di sospensione alla nuca, aveva agito da cingolo direttamente sul collo e si era arrestata contro la parte inferiore della mandibola. La lingua era protrusa assieme alla protesi dentaria" è il suo preciso ricordo, di quelli che non si cancellano "Uno sgabello era rovesciato ai suoi piedi. Per il resto della giornata non feci altro che pensare a quell'impiccato e questo pensiero mi provocava un'angoscia tale, che tutto quello che vedevo mi sembrava brutto e triste".

A Firenze non gli avevano detto molto. Non gli avevano detto che chi poteva si defilava dal servizio al campo reclute. Lui accettò. Chiese se qualcuno era intenzionato ad accompagnarlo. " Noi restiamo in infermeria - rispose l'aiutante - dobbiamo sostituire i sottotenenti medici". "Mah, pensai, a Firenze non l'hanno detto!"

La compagnia reclute era comandata dal capitano Pesavento e stava effettuando l'addestramento autunnale in un campo allestito in un bosco di "Pincia Teresa" immerso in una costante nebbia. "Mi fecero dormire sulla paglia vestito - ricorda Corrado - protetto da una tenda a telo singolo legata a degli spuntoni di roccia e sollevata appena dal terreno, in cui riuscii a entrare solo carponi".

Gli alpini erano ammassati a gruppi, sotto tende a più teli e con il fieno per materasso. Alcuni ufficiali disponevano di tende da campeggio con letto a rete, materasso di lana, illuminazione e acqua. Ma quelli che avevano mezzi dormivano in albergo.

Le sue attività, le uniche, si concentravano all'alba, prima della partenza per le marce. Si metteva in coda alla compagnia alla volta di chissà quale cima. "Ero abituato alle marce, che costituivano l'unico impegno militare degli alpini. Marce e marce per tirare qualche schioppettata e ritornare al campo per la prossima".

"C'era un cuciniere ligure di nome Lupo - ricorda ancora - che faceva da factotum e mi svegliava all'ora della partenza. Lui restava al campo, dove preparava un intruglio che veniva ingurgitato dagli alpini stanchi e affamati al punto da non capire se ci avesse cotto assieme carne dio solo sa quale specie animale. Ma nessuno mi aveva mai nemmeno consentito di verificare la dispensa!"

Un pomeriggio Lupo gli consegnò un foglio con i nominativi di tre alpini che chiedevano di marcare visita. Il capitano Pesavento aveva deciso di scavalcare una cengia in più e quei giovani, come accertò Corrado nella visita, avevano piaghe alla regione malleolare laterale e i piedi arrossati e una edematosi. Prescrisse un paio di giorni di riposo.

L'indomani Lupo non svegliò il giovane ufficiale medico. Ne chiese ragione al cuoco che gli rispose che il capitano gli aveva ordinato di non farlo, prima di partire per la marcia, portando con sé anche i tre che avrebbero dovuto restare a riposo. E riposò anche lui, svegliato solo dai passi degli alpini che rientravano dalla marcia, nel tardo pomeriggio.

Vide il capitano Pesavento, seduto con altri ufficiali intorno a un tavolo, su una altura che dominava il campo. Non appena Pesavento lo vide, lo chiamò con voce allegra: "Dottore, venga a bere un cognacchino". "No! Non ho voglia di bere. Sono giù di morale e voglio rientrare in caserma. Si faccia mandare un aiutante di sanità!" gli rispose. "Lei è il medico, rientri pure" concluse, mentre un sottotenente gli porgeva un bicchiere colmo di cognac da infermeria.

"Seppi che Pesavento evitò per un paio di giorni di fare marciare quegli alpini con le piaghe - conclude Corrado - e forse sapeva benissimo anche che non avrei potuto rivolgermi a nessuno, se non altro perché in caserma il maggiore in grado era rimasto il maresciallo aiutante che sicuramente non digeriva i dottori".

La conclusione, per Pesavento, ritrovato in caserma: "Gli ufficiali che si ricordano di più sono quelli che ti hanno fatto soffrire". Per Corrado: "Ognuno ha la sua filosofia. Aveva ragione. Meno male che si ricordano più volentieri quelli che ti hanno mostrato solidarietà e generosità. Peccato che sono in minoranza".

A cura di Francesca Longo

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