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| Storie militari di gente comune | |
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"Professionalità è saper dire di no. E' inutile fare gli eroi quando non serve. Non abbiate timore di abortire una missione se la situazione lo consiglia: non dovete dimostrare niente a nessuno!" Mentre con il mio aereo SM-1019 volavo nella nebbia seguendo l'autostrada, con lo sfintere contratto e con gli occhi fuori dalle orbite per cercare di intravedere almeno i fari delle macchine a 500 piedi sotto di me, le parole del direttore del corso piloti mi martellavano nel cervello: "Non dovete dimostrare niente a nessuno!" Io, invece, pilota pivello del 4° raggruppamento Altair di Bolzano, non me l'ero sentita di rimandare indietro il colonnello degli Alpini che doveva urgentemente recarsi a Pisa e ora ero nella merda.
E avvenne l'inevitabile: mi infilai in un banco di nebbia come un sorcio nel formaggio, naturalmente senza disporre della strumentazione necessaria per un volo strumentale. Tendine di ovatta alla finestra, visibilità zero. Adrenalina! Adrenalina! Istintivamente cabrai tirando la cloche al petto e inavvertitamente frenai, cioè tolsi motore. L'assetto cabrato (muso dell'aereo verso alto) mi rassicurava finché l'occhio non cadde sul variometro*: stavo sprofondando! Adrenalina! Adrenalina! Diedi manetta tutta avanti con furore e presi quota nel borotalco. Per ora ero al sicuro: non c'erano monti, grazie a Dio, nella Pianura Padana! Con tono apparentemente calmo per non allarmare il passeggero, ma con il cuore in tumulto, lanciai per radio la mia richiesta d'aiuto e la voce suadente di un controllore di volo dell'Aeronautica militare italiana mi prese per mano. Dolci virate, dolci assetti a scendere (le mie facoltà di comprensione erano diventate quelle di una capra deficiente), seguii bovinamente le sue indicazioni finché, dopo un tempo che mi sembrò interminabile, il sipario si aprì e mi ritrovai in perfetto corto finale sulla pista di Verona Villafranca. Pensieri di amorosa gratitudine nei confronti di quell'ignoto controllore dell'Ami. Era andata, ma non era finita. Nel pomeriggio la nebbia si alzò e ripartimmo alla volta di Pisa. Visibilità ottima. Il passeggero venne regolarmente scaricato nel piazzale del 26° gruppo squadroni Giove e senza spegnere ridecollai verso Bolzano. Tempo splendido. Salii a quattordicimila piedi e mi gustai un volo diretto fino all'imboccatura della valle dell'Adige. Qui ridussi motore e rilassato, assaporando l'ottimo caffè che avrei sorbito dopo pochi minuti, picchiai dolcemente per portarmi alla quota prescritta, ma un colpo in avanti sulla cloche accentuò la picchiata e bloccò il comando di volo in quella pericolosa posizione. Adrenalina! Adrenalina! Pensai a un volatile infilatosi nei piani di coda, a una rottura dei timoni di profondità ma dolorose contorsioni, mentre l'aereo continuava a puntare il muso verso terra, mi consentirono di verificare che lì era tutto a posto, o quasi. Il paracadute - ero ormai a 2000 piedi - fissato male dal passeggero (che Dio lo benedica!) era caduto in avanti e aveva bloccato in avanti la cloche posteriore a cui la mia era collegata. Mi risuonarono ancora le parole del mio istruttore al corso piloti: "Controllate personalmente che il paracadute del passeggero sia ben fissato". Ma ormai avevo svelato l'arcano. Con altre contorsioni riuscii a spostare un poco il paracadute e un atterraggio sulle ruote* (non potevo richiamare la cloche alla pancia) mi consentì di tornare sano e salvo, ma con diversi chili in meno, all'ovile. Giornata intensa, istruttiva e straordinariamente piena di cavolate. L'importante è poterle raccontare.
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