Storie militari di gente comune

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Una foto col mio amico kamikaze

di Alessandro Fantato

L'anno prima, a qualche mese dal diploma, ricordo di esser passato di fronte al cancello di una caserma in una zona centrale di Roma. Eravamo in molti, era una manifestazione di sinistra, era il 1983 e io gridavo qualcosa contro i militari e contro la Nato. Pensavo a questo fatto mentre varcavo il cancello della Scuola allievi sottufficiali di Viterbo e mi chiedevo anche cosa ci facessi dall'altra parte del cancello. Ma certo, volevo fare il pilota e quello era, economicamente parlando, l'unico sistema per diventarlo.

Stranamente non ci furono traumi. Il mio fresco passato da manifestante non impattò contro la disciplina militare. Nemmeno quando, dopo meno di un mese dall'ingresso, il comando venne assunto dal colonnello Giannatiempo. Un cavaliere, un cavaliere con il cavallo. Anzi, con la cavalla. Alto, dritto e secco. In testa un cappello grande, largo, imponente. Il volto, asciutto, con gli occhi sottili e chiari, che se li avesse avuti un ragazzo si sarebbero definiti furbi, serviva a portare gli enormi baffi che adesso ricordo leggermente a manubrio, ma che forse non lo erano.

La giacca dai bottoni dorati era sempre perfettamente stirata, linda, e aderiva al suo corpo come fosse stata elasticizzata. Sotto quella giacca un corpo che contrastava con la maggior parte dei corpi dei sottufficiali e degli ufficiali della scuola ai quali non servivano a nulla gli enormi sforzi nel ritirare le pance in sua presenza. I pantaloni di Giannatiempo erano da cavallerizzo e si infilavano, perfetti, in alti stivali color marrone chiaro sempre perfettamente lucidi. La voce era leggermente nasale, le sillabe ben scandite e il discorso lento, chiaro, autorevole malgrado la tonalità leggermente alta.

La cavalla arrivò con lui e con la cavalla arrivò la tradizione che voleva i nuovi sottotenenti passare la loro prima notte alla scuola insieme a lei, nella stalla per assicurarsi che non avesse bisogno di nulla. Portato con la mano sinistra il frustino. Il braccio piegato a novanta gradi, il polso leggermente ricurvo all'indietro per far si che il frustino alloggiasse tra l'avambraccio e il torace. Una stampa. Il colonnello Giannatiempo era una vecchia stampa che ancora oggi si può trovare nei circoli e nella Rivista Militare. Una stampa animata che si aggirava per la scuola.

Una delle prime cose che introdusse furono i ferretti. Andammo tutti dal calzolaio a comprare coppie di miniature di ferri di cavallo. I ferretti avevano tre buchi e andavano inchiodati al tacco delle scarpe. Erano escluse le scarpe da ginnastica. Erano graditi sulle scarpe civili. La scuola si riempì di rumore. Quando si camminava non inquadrati era come il rumore di un torrente, senza un ritmo, un gorgoglìo scoordinato e continuo. In tutte le altre occasioni un solo plotone era in grado di ottenere l'effetto che l'anno prima doveva essere quello ottenuto da tutti e due i battaglioni della scuola. Aumentarono anche le distorsioni alla caviglia perché correre con i ferretti era come fare dei passi lunghi su di una pista di ghiaccio.

Un'altra cosa che venne introdotta furono le adunate del venerdì. C'erano state anche negli anni precedenti ma duravano il tempo di un paio di ordini e di un paio di annunci. Le nostre adunate iniziavano alle due di pomeriggio e continuavano a oltranza. Tutti sull'attenti. Fermi. L'elmetto in testa, il cinturone lucido e stretto su di una giacca non studiata per non far pieghe in quelle condizioni. Le pieghe non dovevano esistere. Non erano tollerati nemmeno ondeggiamenti, sussurri Lo sbattere delle palpebre, benché permesso, era visto come indice di fragilità.

Erano lunghi i venerdì pomeriggio. Giannatiempo era di fronte a noi, su di un palchetto. Di fronte un leggìo sul quale lui posizionava un librone. Nel librone era scritto il nostro destino e il nostro futuro. C'erano i nomi di coloro che dovevano abbandonare il corso a insindacabile giudizio di Giannatiempo. I motivi potevano essere gravissimi. Era punito con l'allontanamento dal corso uno scarso rendimento negli studi, nell'addestramento, nell'attività ginnica, ma anche l'essere trovato a camminare senza un ferretto, l'essersi recato in libera uscita in borghese o essere trovato senza basco.

Il cubo doveva essere millimetricamente perfetto e squadrato, l'armadietto doveva corrispondere alla stampa che ci era stata data, tranne che per i colori in quanto la stampa era in bianco e nero. Il contenuto doveva corrispondere alla dotazione ricevuta, gli asciugamani piegati in alto a sinistra, lo zaino valigia, ovviamente tenuto squadrato tramite apposita intelaiatura, doveva apparire non concavo e nemmeno convesso, nè pieno nè vuoto, le fasce di chiusura non dovevano pendere oltre la fibbia ma rientrarvi dall'alto in basso e sporgere per due centimetri. Tutte queste condizioni e altre ancora andavano rispettate altrimenti il nome finiva nella lista del venerdì.

Fermi dunque, immobili, sotto la pioggia e sotto il sole. Alcuni svenivano. Dimessi dal corso. Altri, spesso quelli più convinti, avevano da ridire. Quella, nella loro mente, non era un'attività che li preparava alla agognata azione. Mormoravano, piano si chiedevano cosa si facesse fermi sull'attenti per ore. Dimessi dal corso.

Io non protestavo e anzi una volta in camerata cercavo di spiegare agli altri che non esisteva un perché alla tortura del venerdì e non esisteva perché eravamo militari. Insomma, dovevano fidarsi di me, fino a pochi mesi prima avevo fortemente criticato i militari e quella che ero convinto fosse la cosa più stupida del mondo, stare immobili per ore, altro non era che una conferma alle mie teorie. Bisognava stare fermi, immobili perché … era un ordine. "Voi militari dovreste saperlo no?" dicevo loro.

Tra di loro c'era un ragazzo basso e muscoloso. Proveniva dai paracadutisti e voleva andare a fare l'incursore. Non andavamo d'accordo su nulla, ma per motivi opposti, il venerdì pomeriggio eravamo come due statue e le nostre discussioni sul perché bisognasse stare fermi ci fecero diventare amici. Diventammo entrambi capi plotone a dimostrazione che teorie completamente diverse possono portare allo stesso risultato e che le selezioni, per il mio caso, hanno comunque delle falle. Quasi dieci anni più tardi entrambi fummo mandati in Africa.

Altro passaggio importante, a causa del quale si poteva finire nella lista nera, era l'ispezione della guardia all'alba. Anche questo diventò presto un rito e durò fino a quando un kamikaze non entrò in azione. Al mattino, prima di qualsiasi attività, tutta la guardia doveva essere schierata di fronte al corpo di guardia. Giannatiempo appariva da sotto il colonnato del comando dall'altra parte del piazzale. Si fermava li un paio di minuti e la sensazione di eternità che si provava ricordava il momento in cui a scuola il professore si sedeva e apriva il registro facendo poi scorrere il dito sulla lista dei nomi. La sensazione era esattamente la stessa.

Alla destra della guardia schierata c'era la cavalla. Sono convinto che provasse quello che anche noi provavamo e questa vicinanza emotiva ci faceva scordare il puzzo. Prima di decidersi e attraversare il piazzale, Giannatiempo batteva un paio di colpi con la punta del frustino lungo lo stivale sinistro, poi alzava il ginocchio invece di portare avanti il piede per fare il primo passo, batteva lo stivale sinistro per terra e con il destro iniziava l'attraversamento del piazzale. Attimi infiniti. Noi si aspettava rigidi per il sonno, per il freddo e per la paura.

Raggiunto il comandante della guardia e urlato quanto andava urlato, iniziava l'ispezione. Giannatiempo si sfilava i guanti di pelle e si infilava un paio di guanti bianchi. Fila per fila, uomo per uomo analizzava l'uniforme, il posizionamento del basco, la lucentezza delle fibbie della buffetteria, la piega del pantalone della mimetica nella zona nella quale un elastichetto interno al pantalone stesso crea uno sbuffo, che non doveva essere troppo ampio come a ricadere sull'anfibio, ma nemmeno inesistente, il passaggio dei lacci delle scarpe, lo splendore e il grado di riflesso degli anfibi, la presenza di tracce di fango all'interno della cucitura della suola.

Non era finita qui. Con il frustino ci toccava l'esterno del polpaccio e a quel segnale dovevamo piegare di novanta gradi il ginocchio alzando indietro il piede in maniera che la suola della scarpa fosse perpendicolare al terreno, tacco verso l'alto e punta verso il terreno. Veniva controllata la presenza dei ferretti e in particolare di tutti e tre i chiodini che lo fissavano alla suola e la totale assenza di tracce di fango all'interno del disegno della suola stessa.

Finita l'ispezione alla guardia e fatti annotare i nomi di coloro che il successivo venerdì avrebbero lasciato il corso, passava alla cavalla. La procedura ispettiva era la stessa con la differenza che le eventuali punizioni venivano date sia allo stalliere che alla cavalla lasciata senza biada, ma solo se arrivava in ritardo all'adunata del mattino.

Una mattina il kamikaze inquadrato nella guardia, che mal sopportava il colpo di frustino sul polpaccio che lo faceva sentire trattato da cavallo, invece di alzare la scarpa chiese il permesso di parlare. Urlando, perché tutto andava urlato, disse: "Signor colonnello, io non credo che lei possa fare questo signor colonnello". Sono ancora oggi convinto che la cavalla ebbe un fremito e girò lentamente la testa a guardare la guardia schierata.

Lo spigolo destro della bocca di Giannatiempo ebbe una leggerissima impercettibile contrazione, portò la mano al baffo corrispondente a quello spigolo, gli dette un stiratina e quindi, guardando il kamikaze disse: "Ha ragione, ben detto!"

Il kamikaze finì il corso e riuscì a fare l'incursore. Lo appresi dai giornali, che descrissero la sua morte al check point Pasta. Si chiamava Stefano Paolicchi* e di lui conservo la foto della nomina a capo plotone, nella quale un colonnello simile a una vecchia stampa ci mette sulla divisa gli agognati baffi gialli da sergente.

* Stefano Paolicchi
Sergente maggiore incursore paracadutista
Massa, 2 maggio 1963 - Mogadiscio, 2 luglio 1993
Medaglia d'oro al valor militare, alla memoria

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