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| Storie militari di gente comune | |
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Albania, gennaio 2000. La sala mensa del Comzw (Comando della Zona delle Comunicazioni Ovest) era affollata come al solito. Un vento freddo graffiava le vetrate a mare ed era piacevole in quei pochi minuti di relax, godere del tepore della sala, del profumo dei cibi, dell'allegra compagnia degli amici. Gli accenti delle varie regioni d'Italia s'intersecavano e sovrapponevano in un costante brusio, mescolandosi con la morbida cadenza dei soldati greci e quella gutturale dei Turchi. L'atmosfera era serena, in molti tavoli allegra. Le cose andavano bene. Il nuovo comando Nato a guida italiana aveva saputo farsi apprezzare e benvolere. Un sentimento di diffuso ottimismo, di intima soddisfazione scaldava i cuori e pervadeva gli animi.
Anche il comandante era allegro e questo era buon segno. Era sabato e tutti pregustavano un fine settimana tranquillo anche se su quella isolata base Nato i giorni erano tutti intensamente uguali e solo la Santa Messa delle nove e il dolce a pranzo spezzavano, la domenica, i consolidati ritmi di quella vita spartana. Il caporalmaggiore scelto di servizio alla sala operativa entrò nella mensa di corsa, cosa molto inusuale, dirigendosi verso il tavolo comando. Pattinando sul pavimento bagnato, riuscì a fermarsi a stento a pochi centimetri dalla sedia del capo di stato maggiore e fece un perfetto saluto militare irrigidendosi sull'attenti. Molti nella sala interruppero le chiacchiere, guardando la scena con una punta di curiosità e apprensione. Il caporalmaggiore scelto sussurrò qualcosa all'orecchio del capo di stato maggiore che si alzo, girò attorno alla tavola e disse qualcosa all'orecchio del generale comandante. Ci fu un fitto parlottare, i due ufficiali guardarono ripetutamente l'orologio. Con un cenno il generale chiamò presso di sè il tenente colonnello comandante del gruppo di volo della Cavalleria dell'Aria seduto dalla parte opposta del tavolo che si alzò di scatto e con passo veloce lo raggiunse. Ancora un parlottare sommesso, di nuovo uno sguardo agli orologi poi il tenente colonnello sbattè i tacchi, salutò il comandante e uscì a passo veloce dalla mensa. Il generale e il capo di stato maggiore ripresero a mangiare, ma il sorriso si era spento. Il generale iniziò a sbucciare una mela; lo sguardo fisso testimoniava che la sua mente era altrove. Il capo di stato maggiore chiamò vicino a sè il capo cellula operazioni, diede degli ordini e questi dopo poco uscì a sua volta. Il brusio della sala, che si era quasi arrestato all'ingresso del caporalmaggiore scelto, riprese con più veemenza, alimentato dalla curiosità di sapere cosa fosse successo. "La situazione è questa - disse il capo sala operativa - l'ambasciata Usa di Tirana ci ha telefonato pochi minuti fa comunicandoci che un loro funzionario è stato colpito da infarto. Poiché le strutture ospedaliere di Tirana non dispongono delle attrezzature di rianimazione necessarie, ci hanno chiesto di prelevare l'infartuato con un elicottero prima che faccia buio e di portarlo all'aeroporto di Tirana. Qui verrà prelevato da un elicottero Usa, in partenza ora dalla Macedonia, che lo porterà a Skopje dove esistono le strutture mediche più idonee." "Ok, problemi?" chiese il capo di stato maggiore. "Nessuno signor colonnello. L'equipaggio del AB-205 è già sull'elicottero e fra poco dovremmo sentire l'accensione della turbina". Quasi che l'equipaggio l'avesse udito, proprio in quell'istante si udì in lontananza il sibilo del turbomotore che ben presto si mutò in un rombo cupo che a sua volta si fuse con il possente flappeggio del rotore. Dopo pochi minuti il rumore si intensificò e con la mente tutto il personale della sala operativa potè immaginare il vecchio, affidabile AB-205 sollevarsi di circa un metro e mezzo sulla "H" di atterraggio, ruotare lentamente verso ovest puntando la prua verso il mare, abbassare leggermente il muso mentre il rotore si inclinava in avanti e le possenti braccia rotanti facevano presa nell'aria sollevando la macchina verso il cielo plumbeo. Il rumore andò diminuendo fino a sparire del tutto; si udì di nuovo per qualche istante quando l'elicottero, con ampia virata, tornò verso terra sorvolando il comprensorio direzione Tirana. Poi tutto fu silenzio. Erano le 16:00. Stava facendo buio. Il generale, ancora alla mensa con la maggior parte degli ufficiali del comando, schiacciava delle noci in silenzio. "Gennaio non è un buon mese per volare nel tardo pomeriggio - pensava - soprattutto con vecchi aeromobili non notturnizzati*. Comunque l'equipaggio è molto esperto e la rotta per Tirana è conosciutissima. In 20 minuti dovrebbero essere all'ambasciata. La Zae* è bene illuminata e non dovrebbero esserci problemi per atterrare e ripartire. Ancora cinque minuti e sono all'aeroporto. Scaricano il malato senza spegnere e alle 17:00, al massimo alle 17:30, sono già qui". Pensava e schiacciava le noci. Aveva fatto un bel mucchietto di gherigli ma si era scordato di mangiare. Pensava e schiacciava le noci. Intanto i minuti passavano lenti. Le ombre della sera si allungavano. Il generale si alzò e con passo volutamente lento e il volto ostentatamente sereno, uscì dalla sala e si diresse verso la sala operativa. Nella vecchia sala da ballo, adattata a sala operativa, l'attività ferveva come sempre. Sguardi fissi illuminati dai computer. Soldati arrampicati sulla scaletta di legno per aggiornare i dati di situazione sulla grande carta del nord dell'Albania. Ufficiali al telefono che parlavano sommessamente. Ufficiali al telefono che parlavano concitatamente. Sottufficiali intenti a scrivere o riordinare le carte. Gli esperti metereologi che consultavano mappe solcate da isobare. L'esperto capo sala chino su rapporti appena pervenuti che masticava il cannello della vecchia pipa sempre spenta. Alcuni non si accorsero dell'ingresso del comandante. Chi lo vide si alzò di scatto mettendosi sull'attenti con un'energia inversamente proporzionale al grado e all'età. Il generale li salutò con un cenno del capo. "Cosa mi dici dell'elicottero, Antonio?" Il capo sala si accorse solo allora della presenza del comandante e si alzò di scatto con l'impeccabile formalità che gli era consueta e un velo di ansia per non avere dato l'attenti a tutto il personale. "Stai pure comodo e dimmi cosa succede" disse tranquillo il generale. "Tutto bene signor generale. L'elicottero ha prelevato l'americano ed è atterrato sull'aeroporto di Tirana. Sta aspettando il Black Hawk che dovrebbe essere partito da Skopje, ma di cui per ora non abbiamo notizie". Il generale annuì e guardò ancora una volta l'orologio. Le 17:00. Guardò fuori dell'ampia vetrata. Era già buio. Un lampione a forma di palla illuminava con una debole luce azzurrina lo spelacchiato giardino del comando, ma al di là della stretta zona di luce non si vedeva nulla. Il generale prese a passeggiare a testa china davanti alla grande carta topografica, immerso nei suoi pensieri. Le 17:15, le 17:30. "Antonio, riprova a collegarti con Skopje e vedi se questo cazzo di Black Hawk è decollato!". "Subito comandante". Molte teste si erano alzate perplesse alla parolaccia del comandante, sempre molto attento a esprimersi correttamente. Tutti pensarono: "C'è qualcosa che non va". I minuti passavano lenti. Il brusìo della sala operativa continuava ma su una tonalità più bassa a causa della presenza del comandante. Poi giunsero le parole che il generale temeva: "Signor generale la sala operativa di Skopje ci ha comunicato che il Black Hawk non è decollato a causa del maltempo. L'aeroporto è ancora agibile ma sulle montagne è difficile passare e il comandante americano ha dato forfait". "Mettimi in contatto con il 205" disse il generale. Dopo pochi istanti dalla radio gracchiò la voce del tenente colonnello pilota dell'aeromobile. "Comandi signor generale, passo". "Com'è la situazione del malato, passo". "Brutta comandante. I segni vitali sono minimi. Il tenente medico dice che se non si interviene presto l'abbiamo perso, passo". "Chi è questo americano? passo". "E' un segretario d'ambasciata, ha 45 anni, moglie e tre figli piccoli, passo". "Porca puttana - pensò il comandante - almeno fosse stato vecchio e scapolo". "Come sono le meteo lì da voi, passo". "Per ora buone ma si sta alzando la nebbia, passo". "Senti, Giovanni, la situazione si è complicata. L'elicottero americano non è decollato dalla Macedonia per cattivo tempo in rotta; mi dispiace molto per quel poveretto ma ormai non possiamo fare più nulla. Riporta il malato all'ambasciata e pace all'anima sua". Ci fu un lungo silenzio. Si sentiva solo lo sfrigolio della radio accesa. La sala operativa era diventata silenziosa. Tutti si erano immobilizzati e guardavano il comandante, in attesa con il microtelefono in mano. Poi la radio gracchiò di nuovo. "Comandante, ho parlato con tutto l'equipaggio. Vorremmo fare un tentativo, passo" "Che tentativo!" quasi urlò il comandante. "Vorremmo provare a passare. Sono tutti d'accordo. Anche il dottore, passo". "Ma siete matti. Di notte, d'inverno, sulle montagne albanesi e con una perturbazione in atto, senza radioassistenze e senza Ngv*! Non se ne parla nemmeno". Ci fu un altro lungo silenzio. "Comandante, scusi se insisto. Conosco molto bene la tratta Tirana- Scopje. Le assicuro che se rilevo la minima difficoltà torno indietro. Ci lasci provare. Se muore senza che si sia fatto alcun tentativo per salvarlo non ce lo perdoneremmo mai. Non potremo più guardare negli occhi i nostri figli, passo". Il generale era turbato e nello stesso tempo commosso e orgoglioso ma nulla trapelò all'esterno e rimase impassibile. Rivedeva con la mente i volti dei membri del suo equipaggio: il tenente colonnello piemontese, esperto e con più di 4.000 ore di volo alle spalle; il 1° maresciallo calabrese con una dolce, piccola moglie e quattro splendidi bambini; il giovane tecnico meccanico pugliese dal volto intelligente che si sarebbe sposato al rientro in Italia; il tenente medico toscano, simpatico e ipercritico, ma sempre in prima linea. E pensò anche al segretario morente e alla sua famiglia, certo affranta e angosciata, in quel momento. Sentì pesante ancora una volta la responsabilità del comando. Chiuse gli occhi e pensò: "Signore illuminami". "Giovanni, sentimi bene. Fate un tentativo, ma al primo dubbio dietro-front, mi raccomando; nessuno stupido eroismo, passo". "Ricevuto, comandante; eseguo, passo". Il silenzio tornò a regnare per qualche istante poi il tramestìo riprese come di consueto. Il tempo cominciò a fluire con una lentezza esasperante. Almeno così parve al generale. Ogni minuto sembrava fluire lento, oleoso, melmoso e le lancette dell'orologio sembravano inchiodate al quadrante. Dopo un tempo infinito la radio esplose e lo fece sobbalzare: "Base qui … (scariche) … sso". "Avanti Nube 386 qui base, passo" rispose il radiofonista. "Base qui nube 386, verticale … (scariche) … novità. Proseguiamo per … (scariche)". Il generale strappò di mano il microtelefono al radiofonista: "Nube 386 com'è il tempo, com'è la visibilità, qual è la vostra posizione, interrogativo, passo". Silenzio. Solo il monotono fruscio del nulla che fluiva indifferente dall'altoparlante. "Nube 386, passo". Silenzio. Restituì il microtelefono al radiofonista. Le 18:00; 18:30; 19:00. "Telefonate a Scopje e sentite se l'elicottero è arrivato" ordinò con voce ferma il comandante. Il capo sala eseguì. Il generale ne seguiva tutti i movimenti. La composizione del numero, l'attesa, la prima risposta, il dialogo in inglese, la cornetta riagganciata. Il volto del capo sala era serio, pensoso. Sembrò fare dei calcoli con la mente. Si voltò lentamente: "Nulla comandante". Ci fu una pausa: "Ho fatto un rapido calcolo dell'autonomia carburante. Se non arrivano nei prossimi cinque minuti…". Lasciò la frase in sospeso, ma il significato era chiarissimo. Sembrò che un drappo nero avvolgesse la sala. Le occhiaie del comandante si incupirono, le spalle sembrarono afflosciarsi, impercettibilmente. Il capo sala provò della pietà per lui. Il tempo tornò a cristallizzarsi. Il generale guardò fuori della finestra, fissò la notte in silenzio con un grande peso nel cuore, ma il vetro gli rimandò solo la sua pallida immagine. Chissà perché il pensiero andò alla moglie, ai figli. "Chissà cosa stanno facendo adesso" pensò. Poi si girò di scatto e con voce ferma ma apparentemente calma diede degli ordini: "Attivare le squadre di soccorso. Avvertire il Sar*. Attivare l'ospedale di Durazzo. Dare l'allarme a Scopje". Aveva appena pronunciato il nome della capitale macedone quando il lungo, brutale trillo del telefono del capo sala lo fece sobbalzare e s'interruppe. Il capo sala sollevò con veemenza la cornetta: "Pronto!" Silenzio in tutta la sala. Qualcuno stava parlando concitatamente dall'altra parte filo. Il capo sala era di spalle e il generale non poteva vederne l'espressione del volto. Sentì un fremito d'impazienza attanagliare lo stomaco; avrebbe voluto gridare ma si trattenne e attese. La conversazione finì. Il caposala si voltò. Sorrideva. Sul volto abbronzato i denti bianchi e regolari spiccavano come un faro: "E' il comandante di Nube 386. Sono passati e sono atterrati direttamente all'ospedale di Scopje. Sta chiamando da lì; stanno bene e l'americano è fuori pericolo. Vuole dirgli qualcosa?" Certo che voleva dirgli qualcosa. Voleva urlargli che erano stati dei pazzi e che gli avrebbero fatto venire l'infarto. Voleva urlargli che erano i soliti Italiani disobbedienti e individualisti, che se ne fregavano degli ordini e facevano sempre di testa loro. Voleva urlargli che cosa mai avrebbe dovuto raccontare alle loro mogli e ai figli se non fossero tornati da quella missione. Voleva dir loro che erano dei grandissimi figli di puttaaanaaa! Voleva dir loro che erano i migliori soldati del mondo e li avrebbe abbracciati volentieri e che era fiero di essere il loro comandante. Non disse nulla di tutto questo. Prese con calma la cornetta che il capo sala gli porgeva: "Pronto, Giovanni, ho sentito tutto. Ottimo lavoro. Ora andatevi a riposare e domani a rapporto da me".
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