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| Storie militari di gente comune | |
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Roma, 9 Agosto 1973. Primo giorno di servizio in prima nomina come Sottotenente dell'Arma aeronautica, ruolo servizi. Sull'emozione, sull'imbarazzo, sul timore quasi, sulla reverenza verso la bandiera di guerra, sulla giovanile ingenuità non mi dilungo perché sensazioni comuni a tutti i giovani che come me hanno vissuto la stessa esperienza. In ogni caso ben presto tutto questo fu superato dagli eventi che usualmente scandiscono il primo giorno al reparto: saluti, benvenuti, strette di mano, auguri, presentazioni, brindisi, facce curiose, sorrisini ironici. Assegnazione dell'incarico: vicecomandante della 2a compagnia. Anzi, "Sarà, di fatto, il comandante perché il suo capitano è e sarà via per parecchio tempo. E' alla Scuola di Guerra". Non ebbi, lì per lì, il coraggio di dire che non avrei saputo da dove cominciare.
Ci pensò qualcun altro a iniziarmi. Non avevo neanche finito di salutare gli avieri della fureria quando entrò il maresciallo dell'ufficio personale con una bracciata di mappe tutte zeppe di documenti. Pensai fosse venuto per un saluto e invece " Tene', c'è questa roba da firmare". "Di che cosa si tratta?" "Una denuncia per diserzione dell'aviere F.R.". "Ma io che c'entro? Sono appena arrivato. Non so neanche chi sia costui". "Lo conosciamo bene noi e poi adesso lei è comandante facente funzioni della compagnia. Tocca quindi a lei firmare la denuncia. Comunque non stia preoccupato perché dopo di lei altri firmeranno". Non provai nemmeno a replicare: "Sì, va bene, ma sono io a cominciare". A quel punto ero in un tale stato confusionale che avrei sottoscritto anche una dichiarazione di guerra agli Usa, se me lo avesse chiesto. Dunque firmai il mezzo chilo di carte. Perché fu il battesimo del fuoco? Scoprii nei giorni a seguire la tipologia delle compagnie del mio battaglione, la loro attività e i criteri d'assegnazione alle stesse della forza in arrivo dai Car*.. La 1^, quella dei diplomati e laureati, tutti impiegati al comando - quella dei raccomandati, si mormorava - quasi tutti a casa al termine dell'orario d'ufficio, incluso il pernotto*, fatti salvi i turni di guardia La 3^, quella dell'autoreparto*, degli invisibili, considerato che stavano sempre fuori o comunque agli automezzi, a disposizione. Il Reparto Vam*: inutile parlarne perché sempre e solo occupati per i loro tipici servizi di rappresentanza o guardie d'onore (essendo a Roma le occasioni non mancavano di certo). Infine la 2^, la mia, quella dei servizi di caserma. Dalla corvé alle cucine, dalle mense ai circoli, dai magazzini alla manutenzione dei cessi e delle docce; insomma quella dei servizi più umili, ma anche quella dei servizi essenziali se la vogliamo dire tutta. Non impiegai molto tempo a capire quale fosse la media culturale dei miei avieri, ma alla fine non era molto importante il titolo di studio per i lavori da fare; piuttosto mi preoccupavo per il loro futuro. Erano sicuramente i meno fortunati e anche i meno considerati in caserma. Ma c'erano quelli peggio combinati, anch'essi della mia compagnia: quelli di Forte Boccea. Per intendersi, gli avieri della 2^ Regione Aerea che, caduti sotto le grinfie della giustizia militare, avviati dapprima al carcere di Forte Boccea e poi messi in libertà provvisoria, venivano alla fine aggregati alla mia compagnia. Ecco dunque perché il primo giorno ricevetti il battesimo del fuoco. Da allora tantissime, troppe, volte ebbi a che fare con i carabinieri, con la Procura militare, con gli assistenti sociali dei comuni d'appartenenza, con le famiglie. Per risolvere problemi resi enormi dalla burocrazia militare, per cercare di capire i personaggi, per aiutare le famiglie, per aiutare loro stessi a rientrare in un minimo di normalità dopo l'esperienza sicuramente traumatica di un carcere. Per tentare di capire (pia illusione!) se fossero davvero colpevoli, come mi diceva la polizia militare, o semplicemente innocenti, come essi affermavano. A differenza di Colombo, che scoprì il Nuovo Mondo, io scoprii soltanto un Altro Mondo. Che non conoscevo, che neppure ipotizzavo, ma che avrei dovuto conoscere se soltanto avessi voluto definirmi cittadino italiano. Ma torniamo all'aviere disertore. Indagai tra i suoi colleghi e seppi che alla fine non era un delinquente come poteva apparire, ma semplicemente un "fuori di testa" come oggi sarebbe definito. I miei predecessori le avevano provate tutte, lo avevano spostato da un servizio all'altro, senza alcun risultato: andava, veniva, faceva e disfaceva a suo piacimento. Il tutto senza cattiveria né, tantomeno, malvagità. Restava comunque un disadattato alla vita di comunità. Dall'ultimo servizio, la cucina del circolo ufficiali, si era dovuto allontanarlo perché i suoi colleghi non lo volevano con loro. Avevano paura di lui perché nei momenti di libertà si allenava al lancio dei coltelloni da cucina, seppure non verso di loro. I carabinieri non lo rintracciarono al suo domicilio in Sardegna e neanche dalla famiglia riuscirono ad avere qualche indicazione. Ne venne fuori il ritratto di un ragazzo abituato all'aria aperta, alla solitudine, all'assenza di regole di comunità, orari compresi. Sapevamo anche che aveva una ragazza, ma nulla di più e nessun riferimento specifico. Dopo mesi d'assenza quasi lo dimenticammo e ce n'erano di rogne a sufficienza, ogni giorno, per pensare a lui. Improvvisamente incominciarono ad arrivare ai suoi colleghi di compagnia alcune cartoline di saluti dalla Corsica. E da quel momento il quadro incominciò a delinearsi: aveva seguito la sua ragazza che era lì a lavorare per l'estate. Questo, molto semplicemente, gli disse la testa in quel momento: non era importante la divisa, non era importante l'obbligo del servizio militare, contava solo stare vicino alla sua ragazza (i suoi colleghi erano convinti che fosse incinta, ma forse erano solo chiacchiere). Finì anche questa traccia. I mesi nel frattempo passavano velocemente e l'aviere F.R. passò nel dimenticatoio rimanendo solo un nome scritto sopra un fascicolo della Procura e dei carabinieri. Uno dei tanti. Gli scaglioni arrivavano, si congedavano e alla fine nessuno degli avieri della 2^ più sapeva alcunché di questo ragazzo. Eravamo rimasti in pochi a conoscere il suo nome e ancora di meno ad averlo conosciuto. A nessuno, in effetti, interessava più di sapere che fine avesse fatto. Anche il mio "tempo" militare correva velocissimo e, ormai al termine della ferma, i problemi giudiziari dei miei avieri non erano più una questione così grande, non fosse altro che per il callo che ci avevo fatto. Ma non era finita lì. Nel mio penultimo giorno di servizio ci fu l'ennesima sorpresa, un vero e proprio coup de téatre. Stavamo già preparandoci per il pranzo quando squillò il telefono: era il sottufficiale di giornata. "Al corpo di guardia c'è un ragazzo che si chiama F.R. e che dice di essere della seconda compagnia. E' vero? Che devo fare?" Solo un nanosecondo, ma lungo un secolo: "Arrivo subito. Faccia chiudere il portone e stia con lui, tranquillo. Avverta i carabinieri al comando Regione della sua presenza: lo conoscono già". I cento metri che mi separavano dal corpo di guardia servirono a scatenare tutti i pensieri e le sensazioni possibili. Soprattutto lampi di lame e di coltelli nella mia testa. "Dov'è l'aviere F.R.?" In borghese, abbastanza ripulito, jeans e magliettina, capelli lunghi. Poteva essere uno dei tanti ragazzi di Roma, ma non lo era in effetti. Nel mio immaginario era un disertore che amava tirare di coltello. "Allora sei il famoso F.R.? Dove sei stato tutto questo tempo senza far sapere niente?" "A casa, in licenza". "Senti qui si muore di caldo, andiamo a parlare lì dentro che è più fresco" (mi vergogno tuttora della mia faccia di tolla). La cella della Cps*, regolarmente aperta di giorno, ci accolse e raccolse le nostre chiacchiere volutamente generiche sia per far passare il tempo sia per mostrare una tranquillità che non c'era (almeno per quanto mi riguardava). Per lui tutto sembrava normale: l'assenza di mesi, l'abbigliamento borghese, i capelli lunghi. "Sono passato a trovare gli amici". "Ma perché non sei in divisa?" "Ormai ho finito il servizio militare". No, non aveva finito. Arrivarono i carabinieri, senza sirena per fortuna. Tranquillamente gli dissero che doveva andare con loro. Si voltò verso di me: "Perché devo andare con loro? Non ho fatto niente. Ero in licenza". Rivedo ancora il suo sguardo smarrito mentre si allontanava tra due carabinieri. Un anno prima avevo conosciuto solo un nome, quel giorno ne conobbi il portatore. Per lui Forte Boccea e poi, probabilmente, di nuovo alla 2^ compagnia: quella dei meno fortunati. Anche questo era gioventù. Anche questo era naja.
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