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| Storie militari di gente comune | |
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Girovagando incuriositi fra le bancarelle dei mercatini antiquari è quasi scontata la sosta davanti al banco che espone decine di vecchie copertine multicolori della Domenica del Corriere. Istintivamente cerchiamo la copia con la nostra data di nascita, quella di persone care o guardiamo le avvincenti tavole di Beltrame cercando di ricordare i grandi e piccoli fatti storici che ha voluto fissare con la sua maestria.
Anch'io ho una bella raccolta di copertine, multicolori come le Domeniche, non di concreta carta ma di astratte immagini fissate nella mente, ricordi piccoli e semplici di un bambino cresciuto in una delle tante fortezze disseminate alla frontiera orientale, quella Emopoli nata come baluardo della Serenissima contro i turchi e ritrovatasi alla fine sentinella avanzata in perenne attesa dei temuti trinariciuti. La mia prima copertina è del finire degli anni '50, ancora in età d'asilo, con grossi carri armati scuri e possenti, sul muso disegnate due lance decusse. In caserma girano dei nuovi militari con il basco nero e non kaki come quello di mio padre, a un lato della porta della caserma ecco un grande scudo arancione con un cavaliere nero che fronteggia lo scudo rosso con la folgore gialla sul lato opposto. Questa novità si accompagna a un nuovo compagno di giochi che si chiamava come me, suo padre portava al bavero dell'uniforme delle lunghe fiamme di velluto nero bordate di un filetto rosso. Solo anni più tardi seppi che quelli erano i colori di Savoia Cavalleria e quei militari con il basco nero erano tutti cavalieri. Gli inizi degli anni '60 sono densi di copertine, una dopo l'altra, sembrano quasi edizioni speciali tanto si affollano nel ricordo. Inossidabile come il loro acciaio è il ricordo dei carri armati che affollavano un piazzale della caserma, allineati e coperti come reclute, il lungo cannone sporgente, questi carri non avevano le lance decusse sul muso, ma un'aggressiva, multicolore testa di tigre che sembrava uscita da un racconto del Corriere dei Piccoli, nostra allora avida lettura. Sul parafango lo scudo rosso con la folgore gialla indicava la loro appartenenza al reggimento di mio padre. Quei bestioni verde scuro erano per noi fonte inesauribile, giocattoli pantografati e indistruttibili. Anni dopo seppi il perché questi carri armati erano stati assegnati a un reggimento di normale fanteria. Quasi contemporaneamente la caserma si popolò di altri cavalieri. Venivano dall'Emilia e avevano al bavero delle fiamme di velluto nero sottopannato di giallo, si chiamavano Cavalleggeri di Saluzzo. Al loro seguito ecco nuovi compagni di giochi, un altro Carlo come me che mi incuriosiva molto perché a casa sua si parlava di Somalia e di Mogadiscio, dove il padre era stato in servizio dopo la guerra, le due sorelline nate lo stesso giorno a distanza di un anno che in casa avevano, appeso alla parete, un calendario con un cordoncino giallo-nero e con quel motto "Quo fata vocant" che mi è rimasto impresso per sempre nella testa. Anche qui tanti anni dopo scoprii che questi cavalleggeri erano nientemeno che il Gruppo esplorante divisionale. Anche nell'altra caserma ci furono dei movimenti, l'immancabile copertina vede partire gli artiglieri con le pipe* nere bordate di giallo-arancio e arrivarne altri con le stesse pipe ma ora sormontanti un rettangolo azzurro con l'ala ed il gladio dorati. Questi erano artiglieri della Folgore. Portavano sul braccio lo stesso scudetto rosso con la folgore gialla che portava mio padre. Venivano da Trieste mentre gli altri andavano a Udine. Anche il mistero di questa copertina lo risolsi in seguito, da grande. Ma non c'è sosta, ecco subito un'altra copertina. Nell'appartamento di fronte al nostro arriva una nuova famiglia militare, nuovi coetanei e nuove anche quelle strane mostrine che porta il loro padre. Sono identiche a quelle del mio, l'ala ed il gladio dorati su panno azzurro, ma in basso c'è anche un pezzetto di velluto verde con una riga centrale bianca: è un nuovo reggimento, per la prima volta sento parlare di fanteria d'arresto. Sono questi soldati che vigilano quelle strane costruzioni, più o meno della baracche con tanto di scritta Anas che improvvisamente spuntano sul Carso, sulla piana di Gorizia, sull'Isonzo e sul Torre, lungo gli argini e in punti dominanti le strade. Baracche che sembrano innocue, ma che nascondono cannoni e mitragliatrici, prima difesa al nemico da est che tutti aspettano. Inutile dire che solo dopo molti anni ebbi l'opportunità di conoscere la storia sempre rimasta un po' misteriosa di questi nuovi soldati. Una piccola copertina, solo una nota di colore, raffigura dei soldati in divisa estiva di tela kaki. Stranamente, quando escono in libera uscita non portano le scarpe basse nere, ma i cosiddetti scarponcini al cromo nero. E' un fatto molto strano, che rompe con le regole, le abitudini, la prassi, ma questi, dicono, sono richiamati, un vocabolo che per un bambino ha altri significati mentre nel gergo militare ha un suo preciso senso. Immaginatevi la mia meraviglia qualche anno fa quando lessi in un saggio sulla nostra storia militare del dopoguerra che quei richiamati avevano a che fare, forse, con il "Piano Solo". Bellissima e unica questa raccolta di copertine che mi fanno tenere vivo il ricordo di anni altrettanto belli, ma soprattutto stupefacente è considerare che queste immagini della mia memoria di bambino si sono trasformate da adulto negli interessi che più amo e coltivo, la ricerca sulle vicende storiche e ordinative dei nostri reparti, la storia delle loro tradizioni e colori, lo studio storico-militare della nostra difesa a nord-est negli anni del dopoguerra. Sembra quasi che ogni mia personale copertina abbia preteso una risposta ai mille interrogativi di un bambino che vedeva certi episodi solo come giochi e passatempi, mentre la risposta è stata quella di scoprire la vita di una vasta comunità militare, ai più indifferente o sconosciuta, ma che a me e a chi ha percorso la mia stessa vicenda è rimasta incancellabile nel cuore.
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