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| Storie militari di gente comune | |
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1996, primo processo Priebke. La stampa di mezzo mondo staziona fuori della porta dell'aula. Ogni volta che un avvocato esce, ogni volta che esce un testimone decine e decine di giornalisti, telecamere, microfoni partono all'assalto. E' un rito inutilmente claustrofobico, soprattutto se ci sono i registratori delle agenzie: dieci minuti dopo tutti i mezzi d'informazione hanno già la notizia, di fondo si potrebbe rimanere tranquillamente in redazione.
A restare sedute su una panca, in disparte, assolutamente estranee a quanto accade ci sono tre vecchie signore. Vestiti semplici, scarpe nere larghe, calze elastiche, borsetta col manico rigido, come si usava una volta. Se ne stanno lì, guardano, in silenzio, ignorate da tutti. Nella pausa tra un assalto e l'altro le avvicino. "Sono una giornalista, e voi?". Due fingono di non aver sentito e, di loro, una si allontana. L'ultima sgrana due occhi splendidi, due occhi da bambina e me li punta addosso: "Cosa vuole?". "Sapere chi siete, perché siete qui". Non ha voglia di parlare, men che meno con una giornalista. Mi siedo. "Sono la moglie di una delle vittime delle Fosse Ardeatine, siamo le mogli di alcune delle vittime". Lì, sedute su una panca, sole. Si comincia a chiacchierare d'altro, del senso degli assalti col microfono, di tutta la confusione, del fatto che vengo dalla provincia e che non sono abituata a tanti giornalisti tutti assieme. "Io sì". Viene anche lei dalla provincia, un posto vicino a Roma. E' arrivata con la corriera, perché le hanno detto di andare. Di solito va lei, i figli lavorano. Sono bravi ragazzi. La figlia s'è laureata, il figlio dopo il diploma ha preferito andare a lavorare. Sono sposati, hanno bambini. "Vuole vedere le foto?". Apre la borsetta tira fuori dal portafoglio una specie di album in miniatura. La figlia sposa, nipotine e nipotini, il figlio con la moglie. Una foto dei genitori, una di lei da giovane. L'ultima è quella del marito. "Era giovane, io aspettavo nostro figlio, non l'ha mai conosciuto, suo padre". Si ferma. Piange, ma senza una lacrima. "Sono più di cinquant'anni che mi uccidono ogni volta. Io sono morta allora, muoio ogni volta, anche oggi". Racconta, mentre vicina, in silenzio, l'amica ascolta e annuisce. "C'erano i due bambini e alla fine della guerra tutti ci hanno aiutato, non posso dire nulla. - prosegue - ma io dalla vita m'ero aspettata molto meno". Forse molto di più, ma non lo dice. "Volevo la mia famiglia, vivere come le altre donne. E invece no, per ringraziare perché qualcuno s'occupava di far studiare i bambini, tutti i governi, in generale - racconta - io ho ogni anno uno o più appuntamenti dove devo esserci, in cui ricordare. E ogni volta che ricordo io rivivo quei giorni e muoio anch'io con lui. Non una volta, cento, mille volte. Così io non ci sono più. Ma i nostri figli sono bravissimi". Sono 'fresca' di vedove di guerra. Sono le mogli di alcuni giornalisti morti in zone a rischio. Mi pare di capire tutto, di arrivare diritta al dolore ingessato della mia amica che rifiuta qualsiasi apparizione pubblica, di quello compostamente irreale di un'altra nelle situazioni ufficiali, della rabbia di quella che dovrà allevare l'orfano più piccino. "Io non sarò mai più io - mi diceva la mia amica - sarò per sempre la vedova di… Ma mio figlio deve vivere". La prima telefonata in cui le lacrime erano di gioia è arrivata lo scorso anno: ha dedicato la matura del figlio col massimo dei voti a lui, al marito. Piangerà di gioia per la laurea, per le nozze, per i nipoti. Per lui. E per sé, morta con lui. Morta dentro e condannata a morire ogni volta. Anche con la vedova delle Ardeatine si sta diventando amiche. Esce un avvocato e non mi alzo. Ci sono le agenzie, in fondo. "Non ci vergognamo a essere presenti, ogni volta che ce lo chiedono -anche le amiche sono tornate e l'ascoltano ammirata, tanto non ci siamo! Ma lei poi sul serio lo scrive, finalmente qualcuno lo scrive?" Lo giuro, anche se non posso garantire che sarà pubblicato. Scambio d'indirizzi. L'articolo esce. Sono tutte e tre felici, telefonano. Per anni ci siamo fatte gli auguri a Pasqua e Natale. Da cinque anni, purtroppo, non arrivano più. Negli anni ne ho conosciute altre. Le vedove delle scorte uccise dalla mafia (una ha avuto una cattedra in Veneto e quindi, per cortese 'raccomandazione', può fare la spola con la Sicilia, dove restano i figli coi nonni). Le vedove di uomini uccisi dal terrorismo. Tutte, ma proprio tutte, donne che sono morte quel giorno e che ogni anno, quel giorno, tornano a morire, condannate a morire come fanno le indiane quando si fanno bruciare sulla pira del marito. Non ho mai dimenticato quella ciociara schietta, che mi raccontava - alla fine come un fiume in piena - l'ultimo incontro con lui, l'ultima carezza, l'ultima frase da riportare a quel bambino che non avrebbe conosciuto. "Maschio - diceva - e lui il maschio lo voleva tanto! Ma allora mica sapevi prima che era maschio. Sarebbe stato così felice!". Le Fosse Ardeatine non sono mai state così presenti, così parte della vita delle donne. Anche se allora non avrei mai creduto che portassero tanti altri nomi: Mostar, Bologna, Mogadiscio, Palermo, Baghdad…
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