![]() |
| Storie militari di gente comune | |
|
|
Sicilia, 1943. Un'immagine: un militare americano distribuisce chewingum e caramelle ai numerosi bambini che gli sono attorno. Uno di questi bambini era mio padre. E questa è una delle tante "istantanee" che sono rimaste a me e ai miei due fratelli, a tanti anni dalla sua prematura scomparsa. Tante storie, tutte vere e circostanziate (non era certo tipo da 'ricamo'). Noi non ci limitavamo ad ascoltarle: le assaporavamo parola per parola, lo subissavamo di domande e lo tormentavamo perché ce le raccontasse per l'ennesima volta. Il ricordo dei fatti precedenti e successivi allo sbarco alleato in Sicilia, quindi, è per me fatto di brevi racconti e tante immagini, troppe per essere condensate in queste righe.
I Tedeschi, di cui ricordava il pane nero che veniva spesso condiviso con gli affamati bambini presenti, si erano comportati bene: probabilmente si trattava di un reparto della Hermann Goering* o comunque della Luftwaffe, dal colore e dal tipo di uniformi che vestivano. Nei giorni immediatamente precedenti la loro ritirata dalla zona, un distinto ufficiale di origine altoatesina comunicò pubblicamente in perfetto italiano la necessità di requisire tutti i quadrupedi del paese e di disporre dei maschi adulti come conducenti. La cosa gettò nella disperazione le famiglie del paese, soprattutto per il timore di non rivedere i propri cari, ma anche per l'essere privati degli animali, fondamentale appoggio per le scarse economie domestiche. La famiglia di mio padre, che possedeva una splendida mula, fu protetta: mio nonno, militare richiamato, era morto qualche tempo prima e mia nonna, madre di tre figli, fu avvertita di non rispondere al bussare da parte dei militari. Mio padre ricordava quel bussare e le pronte assicurazioni del dipendente comunale sul fatto che in quella casa abitasse una vedova. Per tranquillizzare il paese, tuttavia, l'ufficiale tedesco aveva dato la sua parola d'onore sul fatto che gli uomini sarebbero tornati, unitamente agli animali requisiti, il giorno dopo. Cosa che si verificò puntualmente. In seguito l'apprensione tornò per l'avvicinarsi degli Alleati: il terreno preparato dalla propaganda aveva fatto sì che si pensasse a orde di sanguinari invasori. Per tale paura, tutto ciò che avrebbe potuto far risalire a qualche collusione con il passato regime venne bruciato nei camini domestici, compresa la divisa da Balilla moschettiere di mio padre. Per sottolineare ulteriormente la resa incondizionata, furono stese lenzuola bianche nei balconi. Si può immaginare, con tale premessa, lo stupore del paese, barricato dietro le persiane chiuse, nel sentire i soldati americani invitare in dialetto siciliano i "paesani" a uscire senza paura! Altra istantanea: mio padre, ben undici anni e la responsabilità di madre, fratello e sorellina, si recava, in groppa alla famosa mula, in un paese vicino per integrare le magre razioni attraverso l'acquisto di un po' di carne al mercato nero. Al bordo della strada aveva notato un mucchio di terra sotto il quale si trovava il corpo di un soldato tedesco, ucciso durante gli scontri con le avanguardie americane. Dalla sepoltura improvvisata sbucavano, a testimoniare la fretta nell'abbandono delle posizioni, le gambe dello sfortunato combattente. La volta successiva notò che i piedi del soldato non calzavano più gli stivali. Nei racconti di guerra di mio padre spesso venivano fuori i risvolti umoristici e il gioco dei bambini come, ad esempio, i soldati americani zeppi di spine alle prese con i fichi d'india o l'immancabile visita a un cannone abbandonato con abbondante smanettare di leve e manopole di puntamento. La zona era zeppa di armi, equipaggiamenti e materiali abbandonati: anche nei dintorni si iniziavano a contare i primi morti o mutilati a causa di incauti o casuali contatti con ordigni esplosivi. Un duello tra caccia avversari: i bambini, affascinati, seguivano le evoluzioni dei due aerei. Un anziano ingiunse agli spettatori di ripararsi, dicendo che all'interno dei velivoli si sarebbe potuto trovare un ... (seguì il nome del matto del paese). Erano presenti, nel paese, anche alcuni soldati italiani, probabilmente anziani richiamati della "territoriale", addetti a una contraerea sistemata tra le rovine del castello che sovrastava il paese (il basamento della mitragliera esiste ancora). All'avvicinarsi della "bufera", fucile in spalla, se ne tornarono tranquillamente a casa. Il ricordo degli americani, nella prospettiva dei bambini, veniva spesso associato all'abbondanza delle loro elargizioni. Tale ricordo era spesso messo in contrapposizione alla tirchieria e alla freddezza mostrata dagli inglesi accampati poco distante. Iraq, 2003/2004. Stessa immagine: un soldato attorniato da bambini che distribuisce dolciumi e scatolette. Quel soldato sono io. L'istantanea è lievemente diversa dalle precedenti: mi trovo all'esterno della recinzione della sede della CPA* di An Nasiriyah, affacciato alla torretta del VM*. Con me l'autista. Gli altri sono dentro l'edificio o fanno sicurezza nei paraggi. Io sono intento a scrutare, non senza una certa preoccupazione, le dense volute di fumo nero che si sprigionano da un distributore di benzina, situato a nord, a circa un chilometro. di distanza. Tra poco dovremo andare a vedere cosa succede. Tra poco vedrò la testa ricciuta di un bambino, ucciso da un proiettile vagante nello scontro a fuoco tra poliziotti iracheni e "quelli" che hanno incendiato. Il solito marmocchio, concentrato di furbizia e luridume, si avvicina per chiedere qualcosa da mangiare. Frugando in una busta dentro il mezzo, trovo una mela, intatta. Gli occhi del bambino si illuminano, ma non basta. Chiede ancora, facendomi alzare gli occhi al cielo mentre dico "maku, habibi" che, se ben pronunciato, dovrebbe significare "niente, finito, piccoletto" o qualcosa di simile. Riesce a spillarmi ancora qualcosina, tenuta in serbo per altre soste. Vittoria! Il piccolo scocciatore se ne va, ma si tratta di una illusione. Torna con la sorellina (lo fa capire con orgoglio in qualche modo, ma la somiglianza è evidente), concentrato di sporcizia, simpatia e bellezza. Altra concessione: appurato che non avevo più niente di interessante, finalmente mi salutano con il solito gesto. La consuetudine di dare qualcosa ai bambini è nata spontanea, nei soldati italiani. Per fare felice un bambino era sufficiente una bottiglietta d'acqua da mezzo litro: "Mister, mister, give me water" era la cantilena ricorrente che, evidentemente imparata con i precedenti ospiti, veniva ripetuta da piccoli e meno piccoli in modo ossessivo con accenti e pronunce estremamente variabili. Tutti noi a mensa infilavamo nei tasconi della mimetica qualcosa di ghiotto per i bambini mau mau (termine usato per i locali). Durante il mese di Ramadan fu giustamente ritenuto opportuno evitare tale consuetudine, affinché non venisse interpretata come provocazione o mancanza di rispetto per le pratiche religiose locali. Sono però quasi sicuro che qualche maresciallone, magari burbero o severo con i suoi ragazzi, abbia continuato furtivamente a dare ai bambini onnipresenti il solito dono, magari accompagnato da un buffetto sulla guancia. Quante volte, vivendo la classica scena dei bambini festosi e questuanti, che ogni militare che è stato in Iraq si porta appresso, ho pensato a quei soldati e a quei bambini in Sicilia o in qualsiasi parte d'Italia!
*
|