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| Storie militari di gente comune | |
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Se sei comandante di reparto e ti cercano alle 11 di sera, qualcosa di grave è successo. Il centralinista del comando di battaglione parlava con voce concitata e l'unica cosa che ricordo è una frase che non ho mai potuto dimenticare: "E' saltata la diga del Vajont". Bisognava andare a Longarone, una piccola cittadina nella valle del Piave a mezza strada tra la mia sede di servizio, Pieve di Cadore, e la sede del comando di reggimento, Belluno.
Poiché ero in zona da più di tre anni conoscevo bene sia il tragitto che il paese. Subito mi si affacciò alla mente, come guardando una foto di archivio, quello che avevo visto tante volte dalla circonvallazione quando scendevo a Belluno. Altissima, stretta e grigia sulla sinistra appoggiata ai due lati della montagna, la diga del Vajont. Proprio di fronte sulla destra del fiume, appena sopraelevato sui primi contrafforti della valle, l'abitato di Longarone. Mi precipitai in caserma (un cortile e un unico fabbricato per duecento uomini scarsi), a poche decine di metri dalla mia abitazione. Tutto era già in movimento. Gli alpini raggiungevano in silenzio il loro posto di adunata, lo stesso in cui avevamo fatto le nostre esercitazioni di allarme alla luce di due modesti fari di fortuna. Questa volta era una emergenza vera e operammo senza imprecazioni e senza affanno. Arrivarono gli automezzi e ci avviammo verso Longarone. La valle ci parve più cupa che mai. Qualcuno dei nostri ci aspettava e ci guidò in fila indiana sul luogo del disastro. Non riuscivo a orientarmi né a trovare i punti di riferimento di un luogo che conoscevo bene. Mi resi conto che Longarone non esisteva più. Dove c'era l'abitato con le sue luci fioche, con i suoi bar e le sue stradine a saliscendi vi era solo una distesa buia di macerie compatte. Qualche pozzanghera qua e là evidenziava il passaggio dell'acqua. Avevo una lampada portatile che a malapena rompeva l'oscurità. Mentre il reparto aspettava che ci si capisse qualcosa, percorsi più volte con altri volenterosi l'area che poteva essere controllata. Ma non si udivano grida né lamenti. Là dove l'onda di piena si era fermata nel tentativo di risalire la valle, furono trovati alcuni corpi. Tra cui quello intatto di una giovane donna , come se fosse stato adagiato senza violenza sulla nuova riva appena raggiunta dalle acque e subito abbandonata. Poi più nulla mentre la luce dell'alba invadeva lentamente l'area del disastro. A poco a poco emerse la diga intatta e lontana. Per un attimo tutto sembrò inspiegabile. Fino a quando non fu chiaro che al posto delle acque prima sigillate dalla diga vi era una montagna, una nuova montagna. La diga dunque non era saltata, come il centralinista aveva cercato di spiegare nella concitazione della prima ora. Era stata invece scavalcata da un'onda gigantesca, provocata da una frana altrettanto gigantesca - la nuova montagna - che aveva occupato quasi per intero il grande invaso artificiale. Un'onda tanto violenta che in pochi secondi aveva attraversato la valle, era piombata su Longarone ignara nella tranquillità della sera (moltissimi stavano seguendo alla televisione un'importante partita di calcio) e tutto aveva distrutto, trascinato, sepolto. La luce del giorno evidenziò alla fine l'entità del disastro. Il Piave era tornato a scorrere innocuo nel suo letto di sabbia e di sassi, ma tutto intorno non vi era segno di vita. Né alberi, né case, né strade, ma solo una distesa grigia di detriti che accompagnava il fiume fino all'orizzonte. Nel corso della giornata fui sostituito con tutto il mio reparto da un'altra compagnia del mio stesso battaglione, più organizzata per l'esigenza. Tornai a Longarone due settimane più tardi per rimanervi quaranta giorni. Fui sistemato con tutti i miei alpini in una minuscola frazione di Longarone chiamata Codissago, che si trovava appena a monte della diga, dalla stessa parte della valle. La sua posizione sopraelevata e in angolo morto l'aveva salvata da una distruzione totale. Ma le case più esposte erano state inghiottite a metà e le famiglie che le occupavano avevano perso parte dei loro cari a seconda della stanza in cui si trovavano. Fu durante questa seconda permanenza che incontrai l'amico e compagno di corso Muscas. Con i suoi genieri montava un ponte Bailey sul fiume Piave, in corrispondenza del vecchio ponte ormai pericolante che attraversavo ogni giorno. Ricordo che fummo entrambi particolarmente felici di rivederci dopo tanto tempo. Lo spirito di corso ci faceva sentire meno soli in un mare di tristezza. Per alcuni giorni ci incontrammo mentre passavo con la mia Campagnola*. Poi il ponte fu ultimato e lui scomparve. Da allora non ricordo di averlo più visto. Continuammo a dare il nostro aiuto e il conforto possibile ai superstiti. Ascoltavamo i lamenti e le loro storie tristi . Alcuni avevano visto i loro cari ghermiti dalle acque, lì davanti, e non potevano cancellare dai loro occhi quell'attimo dal dolore indimenticabile. Tutti gli alpini furono meravigliosi. Ripulirono e risistemarono i viottoli, svuotarono le cantine dalla fanghiglia, ripristinarono gli infissi divelti, mentre altre squadre scavavano nel greto del fiume alla ricerca dei corpi sepolti. Ma soprattutto con la loro presenza dettero una speranza. Per i superstiti la vita doveva continuare. Un grande esempio di solidarietà e di fratellanza verso una comunità così duramente colpita, fatta non di atti doverosi ma di autentico amore. La bandiera del reggimento fu decorata di medaglia d'oro al valor civile.
* Ripubblicato per gentile concessione di Collezioni-f.it
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