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| Storie militari di gente comune | |
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Abitava in un misero villaggio tra Durazzo e Tirana. Faceva il contadino. Il suo nome era Gjok . Aveva poco più di cinquant'anni, di altezza media, la faccia leale di cuoio brunito di chi lavora tutto il giorno nei campi. I radi capelli brizzolati tagliati a spazzola. A Natale avevamo portato dei viveri e dei giocattoli in quelle capanne fatte di legno e fango e ci eravamo conosciuti. Si poteva dire che fosse benestante perché possedeva una capanna, una vacca e alcune galline.
Era cattolico e durante il durissimo regime comunista di Oxha gli avevano trovato un crocifisso in casa. Questo gli era costato 18 anni di carcere duro. La caduta del regime gli aveva risparmiato gli ultimi tre anni. Liberato, era tornato dai suoi e lavorando duramente e con intelligenza aveva preso a risalire la china. Aveva sposato una simpatica e rubiconda quarantenne che ogni anno gli scodellava una bimba. Ora ne aveva tre, tutte fatte con lo stampo: bionde, occhioni azzurri, visetto colorito, bellissime. Era venuto al nostro comando per chiedermi se volevo fargli l'altissimo onore, dargli la grande soddisfazione eccetera eccetera, di fare da padrino al battesimo dell'ultima figlia e se potevo prestargli il nostro cappellano militare. Invitava, inoltre, una rappresentanza di soldati italiani, per i quali stravedeva. Gli dissi che ero molto onorato dell'invito, che avrei fatto molto volentieri il padrino, avrei portato con me una decina di persone e, naturalmente, il cappellano. Nel giorno fatidico il tempo era splendido. I rigori dell'inverno balcanico non erano ancora dimenticati ma c'era il sole e nell'aria il profumo della primavera. Quando scendemmo dai nostri moderni Galloper i paesani ci accolsero con ampi sorrisi sprizzando cordialità e amicizia. I bimbi erano tantissimi e me li ricordo tutti belli e sorridenti. La funzione religiosa si svolse con grande compostezza e partecipazione. Nella chiesetta di mattoni c'era praticamente tutto il villaggio: un cinquantina di persone. Facemmo le foto di prammatica. Stringemmo decine di mani callose. Quando la presi in braccio, la mia splendida figlioccia mi tirò con forza i baffi suscitando l'ilarità di tutti i bambini. C'era allegria, serenità, vicinanza spirituale, rispetto. Eravamo in Albania ma potevamo essere in un qualsiasi paesino italiano cinquanta o sessanta anni fa. Infine andammo a pranzo in una specie di capanna presso la casa di Gjok. La lunga tavola era formata da tavole di legno su dei cavalletti e coperta da tovaglie affiancate di cotone bianco. Su di essa bottiglie di Coca Cola senza etichetta contenenti del vino rosso e dell'acqua. A ogni posto posate di plastica, un piatto sbeccato con cetrioli tagliati a fette, salsa allo yogurt e strane polpettine. Al centro della tavola cestini con ampie fette di pane casereccio, vassoi con pomodori crudi, patate lesse e un altro tipo di polpette. Per sedersi, sedie di foggia diversa, piccole panche e qualche sgabello. Gjok si sedette a un capo della tavola, io fui invitato a fare altrettanto al capo opposto. Ai lati si sedettero tutti gli altri soldati italiani. Le donne della famiglia rimasero in piedi - per meglio servire a tavola, pensammo - e così pure numerosi altri adulti vicini di casa. I bambini si appollaiarono sulle finestre o su vecchi mobili per non perdersi nulla dell'evento, per loro certo eccezionale. Cominciammo a mangiare con allegria quel pasto modesto, ma gustoso quando il cappellano, alla mia destra, mi diede di gomito. Mi chinai verso di lui per vincere l'allegro brusio: "Che c'è padre?" "Comandante - bisbigliò - si guardi intorno, qui siamo solo noi a mangiare. Mi sa che stiamo facendo fuori il pranzo di tutta la famiglia e, temo, anche del vicinato". Solo allora mi accorsi che, effettivamente, solo noi invitati italiani e il capo famiglia stavamo mangiando. Forse tanta attenzione nei bambini non era curiosità, ma terribile languore. Mi sentii quasi un ladro e l'appetito, prima robusto, mi passò di colpo. Sì, effettivamente quella piccola, poverissima ma generosa comunità albanese si era privata del cibo per onorare i loro ospiti italiani. Continuammo a mangiare facendo finta di nulla per non offenderli, ma ero turbato e nel profondo sentii quasi vergogna dei nostri pasti abbondanti, del nostro benessere tanto spesso egoista, della nostra mentalità consumistica, della nostra società dello spreco. Quella piccola comunità ci stava dando una lezione di vita, ci ricordava il dovere antico dell'ospitalità, un dovere che anche da noi, un tempo non lontano, era sacro come in Albania. Il giorno dopo mandai al villaggio il maresciallo del vettovagliamento con un carico di viveri, ma non so dire se per gratitudine o per far tacere la mia grassa e viziata coscienza.
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