Storie militari di gente comune

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Viaggio a Nassiriya

di Clara Salpietro

E' la mia storia di persona comune che per dieci giorni ha lavorato fianco a fianco con i militari. E' la mia storia di giornalista della Sicilia inviata in Iraq, dal 20 al 30 dicembre, a seguire l'attività del contingente italiano a Nassiriya, impegnato nella missione Antica Babilonia.

Ricordo ancora le ansie e le paure prima della partenza, sapevo già che lì avrei trascorso il Natale, ma non ho avuto il coraggio di dirlo a casa, tutti erano infatti all'oscuro del mio viaggio. Era la mia prima missione e a battezzarla è stata la terra irachena. Durante i giorni di attesa tante erano le domande a cui cercavo di dare una risposta. "Cosa troverò? Avrò paura? E se mi succede qualcosa?". Ecco quest'ultima domanda era un pensiero fisso. Con quel segreto dentro, che ho confidato a pochissimi, parto con in mano una piccola valigia per l'avventura irachena.

Il mio viaggio, reso possibile dallo stato maggiore della Difesa, inizia dalla stazione di Capo d'Orlando, in provincia di Messina, da dove sono partita per Napoli e da qui, dopo una sosta negli Emirati Arabi, ho raggiunto Nassiriya. Il decollo dall'aeroporto napoletano è scandito da applausi, occhi lucidi, qualche "olè" e un "ciao Italia" da parte dei 200 militari, dei quali il grosso è della brigata Garibaldi di stanza a Caserta, miei compagni di viaggio.

Osservo continuamente i militari italiani che andranno a rafforzare il contingente impegnato nella missione Antica Babilonia e di base a Camp Mittica. Circa 4.000 soldati in missione di sicurezza per un aiuto concreto al popolo iracheno e di ripristino delle infrastrutture e dei servizi essenziali. Il mio intento è di cogliere ogni sguardo, ogni espressione, ogni parola o atteggiamento che possa far trasparire gioia o tristezza per essere stati inviati in missione.

Dall'allegria che contraddistingue il volo civile, si passa alla concentrazione massima una volta preso posto sul C-130. Niente più risate, argomenti da trattare, partite a carte e applausi, adesso si va in missione, si va a difendere la base italiana, si va a controllare il territorio iracheno cercando di stare bene attenti. E io? Io vado a vivere per alcuni giorni una quotidianità diversa, a vedere una realtà dove i militari italiani cercavano di ridare il sorriso a una terra martoriata da battaglie e guerre. Vado a raccogliere interviste per poi informare, raccontare la mia testimonianza.

Durante il volo mi sento una di loro. Sento che batte un cuore militare e nella mente mi ritornano consigli e principi base che ho appreso al corso, tenutosi a novembre 2004, per "giornalisti e operatori dell'informazione impegnati in aree di crisi", organizzato dallo stato maggiore della Difesa e dalla Federazione nazionale della stampa italiana. Dopo tre ore e mezza di C-130 arrivo a Tallil, l'aeroporto a pochi chilometri dalla base italiana. Il freddo è la prima cosa che mi colpisce. Sono le 7,35 ora locale (le 5,35 in Italia) e ci sono 3 C°.

Viene a prelevarmi un componente della cellula pubblica informazione (PI), autorizzata a trattare con i giornalisti. Mi porta a fare colazione e poi nella palazzina allestita come sala stampa, dove conosco il responsabile del gruppo PI, il tenente colonnello Francesco Tirino. Provvedono a darmi l'abbigliamento quotidiano: giubbotto antiproiettile ed elmetto. Mi forniscono anche lenzuola, cuscino e coperte. Appena completate le procedure di rito incontro il generale di brigata, Giovan Battista Borrini, a capo del contingente, che spiega obiettivi e scopi della missione.

Il giorno dopo l'arrivo c'è la prima uscita: si va al check point, ai posti di controllo sulla Tampa, la strada principale che collega il sud al nord dell'Iraq, Bassora a Bagdad. Alle postazioni di controllo ci sono militari italiani e iracheni che fermano auto e camion per controlli e perquisizioni. E io sono lì a vedere come avvengono i controlli, a vedere in faccia questi uomini iracheni a cui viene intimato l'alt.

Passano i giorni, si avvicina il Natale e il contingente si prepara a festeggiarlo. La sera del 24 chiamo a casa per dire che sto bene, dico che sono a Napoli e sto facendo un giro in centro. Mio papà sapeva già che ero a Nassiriya, la voce ormai si era sparsa. Al telefono mi dice: "Domani festeggiamo il Natale e il 26 vengo a trovarti a Napoli". "Papà - rispondo io - sono a Nassiriya". Nella nostra comunicazione prende posto il silenzio e il telefono passa a mia mamma che già piangeva. Rassegnati, mi dicono di stare attenta e mi augurano Buon Natale.

A Camp Mittica per allontanare la nostalgia la notte tra il 24 e il 25 dicembre è stato allestito un vero cenone natalizio, si sono ritrovati insieme quasi tutti i militari italiani, non era presente chi stava a fare la guardia, e io con loro. Brindisi e auguri, ma l'Italia era nel cuore. Sulle nostre teste c'erano anche elicotteri italiani a controllare e mentre in Italia si festeggiava, a Camp Mittica il livello di attenzione era altissimo.

"Siete ministri della sicurezza e della pace", con queste parole Monsignor Angelo Bagnasco, Ordinario Militare, ha appellato i soldati durante la messa di mezzanotte tenutasi nella chiesa della base. "Vi porto il saluto e l'affetto del nostro popolo - ha sottolineato l'alto prelato durante l'omelia - molti italiani prima della mia partenza hanno espresso parole di stima nei vostri confronti. Questo dimostra che le Forze armate sono una parte viva e vitale della popolazione italiana".

Attendo la conclusione della messa, seduta su una panca in fondo al tendone, quando arriva un giovane militare e iniziamo a parlare. Poi mi dice: "Monsignor Bagnasco sta per distribuire il rosario se vuoi averlo anche tu è meglio che ti avvicini". Gli dico di andare avanti che sarò dietro di lui. Invece sono così stanca che non riesco nemmeno ad alzarmi e intanto il mio pensiero va ai tanti bambini lì fuori, che vivono nelle tende in pieno deserto, tende che il temporale ha certamente allagato. Penso ai disagi per quella gente, penso anche alla mia famiglia che invece si trova a casa al caldo e sta festeggiando.

Sono assorta, quando il giovane militare mi viene incontro con un rosario e mi dice: "Questo è per te, ho visto che non sei venuta a prenderlo. Conservalo". I miei pensieri e il suo gesto fanno scendere le lacrime. Piango, ma subito tutto il gruppo della cellula pubblica informazione mi circonda preoccupato. Il mio sconforto dura poco, tutti insieme andiamo in un'altra tenda a bere cioccolata calda e a mangiare panettone. A fine festeggiamenti, mi accorgo che fuori c'è un temporale in corso e così con i lampi che mi illuminano la strada e i piedi che affondano nel fango, mi dirigo al mio alloggio.

La mattina del 25 dicembre mi sveglio presto, fuori è tutto fango. Mi dirigo alla baracca dove si trova il mio bagno e cerco di lavarmi nonostante entri aria fredda dalle fessure. Vado in sala stampa, conosco e intervisto altri militari, pranzo nella mensa insieme al gruppo pubblica informazione e poi via, si parte per andare nuovamente al check point. Qui trascorro il pomeriggio di Natale, portando la mia solidarietà ai militari che presidiano la Tampa senza sosta. E così tra un controllo e l'altro anche questo giorno è finito, mentre l'attività dei nostri soldati è stata costante.

Il giorno di Santo Stefano è dedicato agli aiuti umanitari. Con i militari vado ad Al Chabaish, a sud-est di Nassiriya. Questa cittadina è una delle tante foto della povertà, condizioni igieniche inesistenti e abitazioni costruite con mattoni ricavati dal fango, mentre tutto intorno ci sono solo paludi. I bambini, scalzi e malvestiti, camminano nel fango e fanno a botte per una piccola bottiglia d'acqua durante la distribuzione di aiuti umanitari che vede impegnati i militari italiani.

Si arriva dopo un viaggio di oltre 2 ore e nel cuore della paese diventa quasi obbligatorio fermarsi davanti una sede politica degli sciiti, dove ai muri non mancano manifesti che invitano a emulare i valorosi guerriglieri. Incuriositi per la nostra presenza arrivano bambini, ma anche uomini che osservano ogni nostro movimento. Ecco in quel momento mi sono chiesta se poteva succedere qualcosa, se qualcuno poteva aprire fuoco contro di noi.

L'ospedale, che si trova in periferia, diventa l'obiettivo della nostra visita. Al direttore dell'ospedale i carabinieri della Multinational Specialised Unit (Msu), che fanno parte del contingente italiano, hanno donato otto letti ortopedici, scatole di medicinali e cartoni d'acqua. Nella sala di attesa della struttura sanitaria tra i tanti iracheni che aspettano è facile trovare anche donne con il "burka". Le osservo e mi chiedo qual è il loro mondo dietro quel velo.

Intanto sento un pianto di bambino, intorno però non vedo nessun bimbo con le lacrime agli occhi. Mi rendono conto che quel pianto arriva da sotto il mantello nero di una donna con il "burka", che cerca di calmare il bambino dondolandolo ma senza farlo uscire da quel pezzo di stoffa che la copre dalla testa ai piedi. Mi allontano perché ho avvertito una stretta al cuore e l'istinto mi suggerisce di avvicinarmi e tirare fuori quella creatura ancora incosciente da sotto il mantello nero. So che non posso fare questo, vado via mantenendo la calma.

Altre due ore di viaggio con i militari e rientro alla base. Quella sera mentre percorro la solita strada per andare a dormire, ho desiderato essere a casa con tutta la mia famiglia. Il pensiero dura solo pochi minuti, subito penso che "sono fortunata, chissà quanti giornalisti pagherebbero per essere al mio posto". Chiudo gli occhi felice per essere a Nassiriya.

Per un italiano che ha pianto per i morti di Nassiriya, è inevitabile non andare a visitare il luogo dell'esplosione. Dopo varie insistenze alla fine vengo portata dove il 12 novembre 2003 la spietatezza dei kamikaze ha portato via 17 soldati e due civili italiani. Arrivati sul luogo i militari che mi scortano scendono dai vari blindati per posizionarsi a cerchio, e dopo avermi fatto cenno metto i piedi su quel terribile cumulo di macerie. La palazzina a tre piani vittima dell'attentato è stata completamente rasa al suolo, tutto intorno ci sono solo cumuli di mattoni.

Di quella palazzina resta solo il ricordo, il suono di sirene e ambulanze, le grida dei militari feriti e le voci di chi cercava di capire cosa fosse successo. Mi ritornano in mente i nomi dei nostri militari uccisi. Giorni terribili quelli di novembre 2003, quando l'Italia ferita nel più profondo dell'animo si è riscoperta "Italia" ed ha mostrato tutto il suo orgoglio di nazione tirando fuori il tricolore, l'espressione "patria unita", piangendo nel sentire "l'inno di Mameli", celebrando funerali di Stato e abbracciandosi da nord a sud per un giorno.

Passano i giorni e ormai si avvicina sempre più la partenza. "Non voglio partire", ripeto spesso ai militari con cui trascorro le giornate. Proseguono le mie interviste. Vado a visitare la caserma della Guardia nazionale, qui il contingente italiano addestra i militari iracheni. Dopo aver fatto la giornalista prendendo appunti e scattando foto, in un attimo di pausa vedo che alcuni colleghi giocano a pallone con i militari iracheni. Chiedo alla mia scorta se posso togliermi il giubotto antiproiettile. Avuta conferma, mi avvicino agli improvvisati giocatori per inserirmi nel gioco. Sono sorvegliata a vista, per gli iracheni non è cosa di tutti i giorni vedere una donna che gioca a calcio. Poi però capiscono che sono un'occidentale, con un'altra mentalità e passano la palla anche a me. Prima di andare via in coro dicono: "Clara rimani qua".

Dopo 10 giorni di vita fianco a fianco con i militari del contingente italiano arrivo ai saluti. Il rientro è il 30 dicembre. Il giorno prima della partenza stringo mani e auguro un buon proseguimento della missione ai militari italiani conosciuti. "Buon rientro in Italia" mi dicono, mentre qualcuno si lascia andare e afferma "Vorrei essere al tuo posto". Una ragazza mi chiede di salutarle l'Italia, altri precisano che ci rivedremo presto. "Questi mesi di missione spero passeranno presto", sento sussurrare da più parti.

Nel fare la valigia oltre agli abiti e alle scarpe sporche di fango, ci metto dentro la cordialità e l'accoglienza da parte del contingente, la simpatia dei componenti della cellula della pubblica informazione, ma anche le immagini di una terra martoriata che ancora non riesce a venirne fuori nonostante l'impegno dei nostri militari. "Vorrei dire agli italiani di essere fieri di questi ragazzi" è il messaggio che il tenente colonnello Francesco Tirino, portavoce del contingente, invia in Italia.

Non vorrei lasciare la terra irachena, ma non so come posso essere di aiuto. Posso solo portare la mia testimonianza nella mia terra siciliana. "Forse questo potrà servire", dico a me stessa per consolarmi nel dover andare via. La mattina della partenza, mi sveglio di buon ora, saluto ancora, saluto il tenente colonnello Tirino e i suoi collaboratori, e intanto mi vengono in mente come tanti flash i momenti belli trascorsi a Camp Mittica, l'allegria e il sentirsi come in una grande famiglia, ma pure la miseria e la povertà di molte famiglie irachene.

A farmi compagnia nel piazzale dell'aeroporto di Tallil, in attesa del C-130 che ci porta ad Abu Dhabi, c'è la simpatia di un maresciallo capo napoletano, le sue barzellette. Arriva l'aereo militare. Stretta di mano, abbraccio e "arrivederci a presto". Scalo ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi e dopo più di sei ore di volo arrivo a Roma. Adesso sono in Patria, saluto l'Italia a nome della soldatessa, ma il pensiero è a Nassiriya. Il 31 dicembre alle ore 13 sono a casa.

Il viaggio si è concluso, l'esperienza è finita. Nassiriya adesso non sono solo immagini viste in Tv, ma sono immagini dentro di me.

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