Storie militari di gente comune

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Il dragone Lacerenza

di Franco Apicella

Si chiamava Lacerenza, come il famoso maestro di musiche militari. Era un bracciante lucano e si muoveva come un pupo il cui puparo si fosse stancato di tenere tesi i fili. Sgraziato nei lineamenti, ispirava fiducia con l'essenzialità del suo linguaggio da semianalfabeta. Era capitato nel 1970 al reggimento Genova Cavalleria a Palmanova, in Friuli, con l'incarico 30E, porta arma tiratore di lanciarazzi controcarro, per la naja bazookista.

A vederlo muoversi con quella specie di tubo da stufa guastava il ritmo serrato degli sbalzi del suo plotone fucilieri nell'assalto. Così non fu ritenuta una grande perdita quando nella periodica incetta delle cosiddette cariche fisse (armaioli, furieri, magazzinieri, cucinieri e altro) decise di offrirsi per la fanfara reggimentale, pur non sapendo neppure cosa fosse la musica.

Il nuovo capo fanfara, un impettito sergente maggiore che stava ereditando l'incarico dal vecchio maresciallo rispettosamente chiamato cavaliere come si usava allora, si sarebbe preso cura di lui e di tutti i nuovi musicanti il pomeriggio sui bastioni dietro la palazzina comando della caserma Ederle, quella con la scritta "Soit à pied, soit à cheval, mom honneur est sans égal", il motto del reggimento.

Naturalmente per il dragone Lacerenza (il reggimento Genova Cavalleria apparteneva alla specialità dragoni e tuttora i suoi effettivi mantengono questa denominazione) queste cose erano arabo; lui sapeva solo di essere al 4° Genova, come veniva comunemente chiamato dalla gente di Palmanova il reggimento. E Palmanova era lontana interminabili ore di treno dalla Lucania.

La carriera del dragone Lacerenza iniziò con i primi turni di trombettiere di servizio quando suonava con note sconnesse quello che doveva essere il ritornello del cambio della guardia. La mattina poi, quando si rendevano gli onori al colonnello comandante con ritornello e squillo di attenti, era un patema d'animo per l'ufficiale di picchetto che già aveva di suo i problemi delle pulizie, dei dati di forza, delle uniformi della guardia.

Lacerenza era un motivo di preoccupazione in più, specialmente d'inverno quando si indossava il cappotto di panno che addosso al buon trombettiere si trasformava in un ammasso informe di stoffa stazzonata. Eppure Lacerenza si faceva perdonare perché era servizievole - mai servile - con tutti e la sua era vera bontà d'animo tipica della terra da cui veniva, quella terra a cui Cristo non era mai arrivato perché si era fermato a Eboli.

Alla fine gli ufficiali di picchetto avevano fatto l'abitudine ad averlo come trombettiere di servizio, ma non si accorgevano che le note della sua tromba erano sempre più nitide e squillanti. Arrivò il congedo per lo scaglione precedente a quello del dragone Lacerenza e quella sera il capostecca - per consuetudine rappresentante dei congedanti - andò dall'ufficiale di picchetto a chiedere che fosse suonato il silenzio fuori ordinanza.

Come da rituale, l'ufficiale di picchetto accordò il permesso, con la promessa - che sapeva bene destinata a essere infranta - di non dover sentire il solito urlo "è finita!" al termine della musica. Il trombettiere di servizio era Lacerenza e all'ora stabilita, dopo essersi presentato all'ufficiale di picchetto per ricevere la definitiva autorizzazione formale, si avviò meno dinoccolato del solito, quasi con passo marziale, verso il cortile interno della caserma.

Si sentì il più struggente silenzio fuori ordinanza che mai sia stato suonato da un trombettiere nella caserma Ederle. L'ufficiale di picchetto pensò per un attimo, prima che esplodesse l'urlo "è finita!", che se ci fosse stato il colonnello comandante si sarebbe commosso anche lui. Quando il dragone Lacerenza tornò al corpo di guardia i suoi lineamenti sgangherati erano illuminato dal sorriso più bello mai visto sul volto di un dragone.

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