Storie militari di gente comune

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Il miglior plotone di delinquenti parte seconda

di Luigi Chiavarelli

Da sei mesi ero il comandante di trenta giovani delinquenti del profondo sud, al 1° battaglione del 17° reggimento fanteria, di Sulmona. Giovani sbandati, nati da famiglie disastrate, con fratelli e genitori in galera. Tutti e trenta erano stati in prigione o in riformatorio. Il più "onesto" era stato in carcere per aver picchiato un ufficiale. Parole come patria e bandiera per loro non avevano alcun significato. Stavano svolgendo il servizio militare con grande sofferenza, come un dovere imposto da uno Stato che non conoscevano e non riconoscevano. La consideravano una delle tante ingiustizie da subire in silenzio e con rabbiosa rassegnazione.

Avevano vent'anni ma erano vecchi dentro, diffidavano di tutto e di tutti. Avevano un contorto, ma solidissimo, senso dell'onore. Rispettavano la forza e il coraggio e io, allora ventitreenne, ne avevo. Apprezzavano la linearità di comportamento, l'assunzione di responsabilità, il rispetto della parola data. Riuscii a capirli e a entrare in sintonia con loro. Lentamente, molto lentamente, mi accettarono come loro comandante o meglio "capobanda". E iniziò una splendida avventura fatta di innumerevoli, indimenticabili episodi. Ne ricordo un paio.

Nelle pause dell'attività addestrativa, molto intensa, mi piaceva chiacchierare del più e del meno con i miei giovani "tagliagole". Quel giorno faceva caldo ma avevamo lavorato bene: prove di attacco di plotone sugli infami ghiaioni del poligono delle Marane, ai piedi della Maiella. All'ombra di una quercia parlammo di molte cose, tra l'altro dissi loro che volevo acquistare un'autoradio per la mia Cinquecento. Mal me ne incolse.

La mattina successiva, dopo l'alza bandiera, appena entrato nell'ufficio subalterni, la chiacchierata del giorno prima mi tornò in mente. Mi misi le mani nei capelli: sul mio tavolo una splendida autoradio Voxson con tutti i cavi penzolanti faceva bella mostra di sé. La provenienza era indubbia: rubata!

Dietro di me sorridevano sornioni due dei miei fantoni. "Le piace signor tenente? E' come la voleva lei?" Ovviamente non potei accettare quel regalo anche se fatto col cuore. Si stupirono molto e furono mortificati dal mio rifiuto, ma ormai avevano rinunciato a capire certi incomprensibili comportamenti del loro tenente.

Un altro giorno l'ufficiale di picchetto mi telefonò chiedendomi se mi potevo recare in parlatorio. Un mio fante aveva ricevuto una "visita parenti" e avrebbe gradito molto presentarmi i suoi cari. Accettai con piacere.

Appena entrato in parlatorio capii che c'era qualcosa di strano. Il mio soldato - un intelligente napoletano sempre pieno di risorse - era in compagnia di due belle ragazzotte in minigonna, una falsabionda e una mora corvina. Stivaloni neri con tacchi vertiginosi, calze a rete, trucco pesante, seno prorompente ben esibito. Capii subito quale fosse la loro professione.

"Vorrei presentarle le mie cugine signor tenente". Ampi sorrisi ammiccanti delle due "cugine" mentre imbarazzato stringevo le loro tozze, ma languide mani. Il soldato mi prese da parte e mi sussurrò in un orecchio: "Signor tenente, sono a sua disposizione". Penso di essere arrossito sino alla punta dei piedi. "Ti ringrazio ma non mi sembra il caso, sarà per un'altra volta" farfugliai.

Quasi offeso insistette: "Ma è tutto gratis!" "Capisco, ma non mi sembra il caso" ripetei con scarsa fantasia e sempre più imbarazzato. "Ma sono pulite!" aggiunse con enfasi come ultimo tentativo di seduzione, mentre le due gentildonne assentivano all'unisono sorridendo a tutta bocca.

Cercando di non offendere chi voleva solo farmi un atto gentile, mi sottrassi in qualche modo, sudato e imbarazzato come non mai. Persi molti punti quel pomeriggio.

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