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| Storie militari di gente comune | |
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Quando si parla di naja viene fuori di tutto. Il primo distacco dalla famiglia, la prima uscita dal paese, l'incontro con gente che parlava quasi un'altra lingua, che aveva altre abitudini di vita, la valenza sociale e, perché no, politica di questa esperienza. Il tempo perso, il capitano feroce, il sottufficiale panciuto e sempre napoletano, la divisa di due misure troppo grande, il rancio sbobba, il campo campeggio, il siciliano a Trieste, il piemontese a Potenza. Insomma un pot-pourri di verità e di false generalizzazioni, di stereotipi e di reali personaggi, di ricordi sbiaditi e d'immagini vivissime; comunque un condensato del paese che era.
Poco o niente, io trovo, si dice di un argomento che invece meriterebbe l'attenzione dei nostri ricordi: il rapporto dei soldati con le ragazze o, più in generale, con l'altro sesso. Non so dire perché, ma ho quasi sempre sentito parlare solo degli estremi. E agli estremi c'erano le mamme per le quali 'o figghio mio andava a morire in guerra (finita da decenni) e le puttane che, sole, sapevano o potevano ritemprare gli spiriti dei giovani guerrieri. D'altra parte le fidanzatine, per quelli che già l'avevano, perdevano d'importanza nel marasma della camerata. C'era invece qualche cosa che mai nessuna caserma, nessun capitano, nessun sergente, poteva limitare in gente di vent'anni: la carica ormonale. Anzi tutt'altro, giacché la vita in comune con altri giovani, tutti affetti dalla stessa sindrome, ne esasperava gli effetti a livelli quasi tragicomici. Insomma sotto questo aspetto le nostre truppe erano veramente combat-ready o, se preferite, ready-in-five. E dunque voglio ricordare qualche cosa di questo simpatico aspetto della leva obbligatoria. Trent'anni fa a Roma non c'erano ancora le colf polacche o rumene o ucraine; in compenso dalla Ciociaria, dall'Abruzzo, dalla Campania e dalle campagne italiane in genere, torme di giovanette venivano a servizio presso le famiglie benestanti. E la dimostrazione di quante fossero se ne aveva il giovedì e la domenica pomeriggio, loro turni di riposo, andando alla stazione Termini, al Pincio o più semplicemente nei prati di Villa Borghese. Naturalmente in questi pomeriggi mai tanti avieri andavano in libera uscita, mai tanto accesi erano i mercanteggiamenti tra colleghi per scambiarsi il turno di guardia, mai tanto ripuliti si presentavano all'ispezione. E sì, perché le servette erano le prede più ambite: allegre, spensierate, disponibili, più o meno allo stesso livello sociale e culturale. Certo non come le pretenziose liceali-universitarie che vivevano nel nostro quartiere assolutamente borghese e che si limitavano a guardarli con sufficienza, quando non si giravano dall'altra parte con superiorità. Quello che combinavano - gli agguati, gli assalti all'arma bianca - di certo non lo vedevo, però potevo intuirlo. A giudicare dai racconti al rientro in caserma dovevo immaginare stuoli di servette perdutamente innamorate, del tipo "belle bionde occhi azzurri" tutte pronte a concedere, o che avevano concesso, le loro grazie. Non trovavo differenza tra le loro storie che orecchiavo e quelle dei vecchi cacciatori al ritorno da una battuta: una gara a chi contava le balle più grandi. Attrici, non ragazze; cocomeri, non tette; 90-60-90 arbitrariamente addomesticate a 120-60-120! Vero o falso che fosse il risultato, queste cacciate erano più efficaci di una trasfusione di sangue: l'eccitazione saliva comunque alle stelle. Eppoi, se era andata male davvero, c'erano sempre i fumetti e le riviste scollacciate per consolarsi visto che in tutte le caserme, oltre il magazzino viveri e quello vestiario, non può mancare il magazzino riviste osé. In ogni caso, per colpire, colpivano. Per rendersene conto era sufficiente essere di servizio al corpo di guardia la domenica pomeriggio. Una fila di ragazzotte che chiedevano di parlare con il caporale X o con il sergente Y, talvolta anche con il maresciallo Z. Sembrava quasi che improvvisamente la nostra caserma avesse in forza solo sottufficiali tante erano le balle che avevano raccontato per meglio presentarsi ai loro occhi o per carpirne l'attenzione. Purtroppo per loro, però, arrivavano sempre troppo tardi: se non trasferiti quasi tutti gli altri se n'erano andati in congedo. E già, i furfanti si guardavano bene dall'avvertirle del loro prossimo rientro a casa e così lasciavano a noi la rogna di spiegare che non c'erano più. Normalmente però non succedeva niente di più di un amaro "Grazie lo stesso". C'era sempre la giovinezza a addolcire la pillola e poi … morto un soldato se ne fa un altro. Solo una volta mi capitò di trovarmi in forte disagio quando la ragazza di turno scoppiò in un pianto a dirotto. Per fortuna l'amica che l'accompagnava l'abbracciò e cercò di consolarla. Non so ancora oggi, nel ricordo un po' sbiadito che mi è rimasto, se la ragazza fosse solo un poco in carne o se ci fosse qualche cosa d'altro. Comunque l'aviere che cercava non era mai stato nella nostra caserma (forse era del Ministero) e dunque la cosa mi tolse dall'impaccio di dare o di non dare ulteriori informazioni sul come rintracciarlo (cosa che, peraltro, normalmente non facevamo). Nel pomeriggio c'era sempre uno strano via vai nei corridoi e negli uffici delle compagnie che davano tutti su un lato della caserma e proprio su quel lato una stradina separava la caserma da un palazzo. Normalmente tutti i soldati del mondo si recano negli uffici della loro compagnia nelle ore di normale attività soprattutto per imboscarsi. Stranamente, invece, sembrava che in quella caserma gli avieri fossero talmente diligenti da andarci nel pomeriggio per non sottrarre tempo alle loro attività. Quanto poco curioso fosse il fatto lo scoprii dopo qualche tempo andando per caso a parcheggiare proprio in quella stradina: c'era una moltitudine di avieri mezzi nascosti nel vano delle finestre degli uffici. Entrato di soppiatto in ufficio ne beccai parecchi a ridere, scherzare e ad occhieggiare da dietro le finestre. Prima di cazziarli mi feci spiegare. Nel palazzo di fronte c'era una ragazza che nel pomeriggio, tutti i pomeriggi, estate e inverno, sapendo di certo (dico io) della loro presenza dietro le finestre, pensava bene di fare la prova di tutti i vestiti che aveva. Insomma un pudico e naïf spogliarello. Forse ridicolo, ma accattivante. Come faccio a saperlo? Talvolta anche io, ma solo per dovere d'ufficio sia ben chiaro, qualche colpo d'occhio… E per finire le hot lines. Noi l'avevamo e anche gratis. E' noto che le telefonate in arrivo al corpo di guardia dopo un certo orario, diciamo le 19-20, sono quasi sempre foriere di problemi o comunque di rogne delle quali si farebbe volentieri a meno, ma che comunque vanno affrontate essendo chiusi tutti gli altri uffici. Conseguentemente lo sport preferito è quello di sperare che qualcun altro risponda al telefono. Anche allora era la stessa cosa, ma fino alle 22. Dopo quest'ora accadeva l'opposto: il telefono era quasi presidiato. Ne scoprii rapidamente la ragione chiedendo spiegazione di certe chiacchierate logorroiche sottolineate da risatine, da parole sussurrate, da atteggiamenti di complice intimità. Succedeva che dopo le 22 e dopo le 24 rispettivamente arrivavano due telefonate da parte di una ragazza e di una signora, almeno a giudicare dal tono della voce. Sempre le stesse. Questo tutti i giorni dell'anno per il divertimento della gente di guardia, ufficiale di picchetto compreso. Tutti lo sapevano e tutti almeno una volta avevano provato l'ebbrezza di questa hot line. Iniziava con discorsi tipo del più e del meno per scivolare via via verso argomenti più caldi che non tento neanche di descrivere perché facilmente immaginabili. Chi e come fossero era da anni il mistero del corpo di guardia. Nessuno era mai riuscito a strappar loro un qualche riferimento personale con il quale risalire alla loro identità. Figurarsi un appuntamento! (chissà come sarebbe andata oggi con i videotelefonini?) Chi giurava fossero delle poco di buono, chi ipotizzava chissà quali scenari psicopatologici, chi le immaginava in appetitosi deshabillé, chi si avventurava in analisi sociologiche sulla solitudine originata dalla grande città. Chi infine decideva di scommettere, 300 a 1, con l'amico sul fatto che … "prima o poi almeno una me la faccio". Insomma c'era di che far passare le lunghe ore della nottata di guardia. Quale che fosse la verità, queste due interlocutrici telefoniche erano, nella testa della gente, un'inconfessabile istituzione della caserma al pari del comandante o dell'alzabandiera o piuttosto del rancio. O un rimedio allo stress ormonale se non addirittura l'unico mezzo per sentirsi macho che più macho non si può. Senza correre rischi, naturalmente, perché protetti da un invisibile rete telefonica. Alla fine però c'era il ritorno dalla mamma, alla quale non si potevano raccontare queste cosacce, o dalla fidanzatina, alla quale non si dovevano raccontare queste avventure, e dagli amici con i quali fare i gradassi. E poi, come vuole la vita, tutto nel sacco. Sapete quello di iuta, polveroso, delle cose inutili o dimenticate. Pronti però a tirarle fuori al primo nipotino.
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