![]() |
| Storie militari di gente comune | |
|
|
Dalle finestre di casa sua vedeva bene il cortile di una piccola caserma, incastonata nel centro storico di Bologna, e poteva seguire lo scorrere della vita di quella comunità militare delle dimensioni di una compagnia. Era una caserma che nel tempo aveva ospitato telegrafisti e trasmettitori sino agli anni'60, quando era diventata sede di un reparto di atleti militari.
Nel Novecento, come tutta l'Italia, anche quella caserma visse un periodo triste e tragico. Durante la repubblica di Salò fu sede di un distaccamento delle brigate nere che la impiegarono come luogo di tortura per i partigiani. In quei lunghi mesi i militi fascisti murarono o chiusero con catene e lucchetti le finestre delle case vicine per impedire ogni sguardo sui loro misfatti. Dopo la guerra il loro comandante venne fucilato, a conclusione di un regolare processo in Corte d'Assise. In famiglia si ricordava ancora con sollievo la notte sul 21 aprile 1945 quando i tedeschi, che si ritiravano definitivamente dal fronte invernale così vicino alla città, passarono davanti alla caserma urlando: "Camerati! Scappare, scappare, tutto finito, tutto kaputt". Una frase che era rimasta nel vocabolario di casa e che veniva evocata in occasione di ogni grande svolta storica. Ma quelli erano ricordi trasmessigli dalla madre. Per età, la sua memoria vissuta iniziava solo con un'Italia oramai già ricostruita e avviata verso profonde trasformazioni economiche e sociali. Mentre faceva i compiti di scuola gli piaceva udire i segnali che provenivano dalla caserma e che gli altoparlanti amplificavano. Al contrario di tanti altri vicini di casa non li trovava fastidiosi, anzi lentamente si era accorto che davano un ritmo alla sua giornata. Alza e ammainabandiera erano divenute per lui due cerimonie usuali che dividevano il suo tempo. Cominciò a intuire, da alcuni banali avvenimenti, l'alternarsi dei comandanti. Ognuno, infatti, aveva le sue passioni e manie attraverso le quali manifestava il gusto per il piccolo comando della compagnia. Era un modo come un altro per lasciare un segno nella vita del reparto. C'era chi di notte illuminava il cortile come se fosse una base spaziale; altri lo lasciavano quasi totalmente al buio; chi meccanizzava la sbarra alla porta carraia affinché il corpo di guardia potesse controllare con maggiore regolarità ogni movimento e chi la lasciava sempre alzata; chi faceva allineare i mezzi secondo un ordine, chi secondo un altro. Piccoli indizi, ma chiari, da cui si capiva che un nuovo capitano era arrivato. Anche i segnali con la tromba seguivano lo stesso destino: qualcuno li esaltava al massimo, altri mettevano la sordina o addirittura, viste anche le dimensioni fisiche ridotte del complesso, ne faceva a meno. Di solito la musica era fornita da un disco un po' roco, ma di tanto in tanto la caserma ebbe anche dei trombettieri veri dalla discontinua abilità. La sera prima del congedo tutto si ripeteva sempre uguale: dalla camerata uscivano canti e cori che forse non erano adatti a orecchie innocenti, sino a quando uno struggente silenzio fuori ordinanza poneva fine alle feste e alla naja. Non è che il reparto potesse realmente dirsi altamente operativo. In verità la sua esistenza era un modo per consentire a professionisti dello sport di non interrompere la loro carriera durante il servizio di leva obbligatorio. L'esercito si avvaleva però di quegli atleti per partecipare istituzionalmente a gare e campionati. Così si vedevano i ciclisti partire al mattino in bicicletta per i loro allenamenti, i calciatori andare allo stadio in pullman. Venne anche predisposto un bel campo da tennis in terra rossa. Dopo qualche anno d'uso intenso iniziò lentamente a deteriorarsi e la manutenzione s'indebolì. Ad un certo punto non venne più usato. Finì così la piccola coppa Davis di reparto e l'opportunità di distrarsi nei lunghi pomeriggi estivi con le valutazioni degli stili e delle abilità individuali. Una grande occasione di notorietà per la compagnia fu quando venne a farvi il suo servizio Gianni Rivera, allora astro del Milan. Tutti i ragazzi del quartiere, ma non solo loro, attendevano la libera uscita per avere qualche possibilità di vederlo e strappargli un autografo. Un comandante cercò di rafforzare il tono marziale di quel piccolo insieme di sportivi di mestiere e militari per legge e introdusse abitualmente delle esercitazioni di allarme. Improvvisamente ululava una sirena e i soldati dopo alcuni minuti apparivano in tenuta da combattimento nel cortile, pronti a salire sui mezzi. Dall'alto della finestra di casa si poteva però osservare che non tutti sarebbero stati dei combattenti di grande efficacia: alcuni, più che correre con decisione al loro posto, trotterellavano, saltellando qua e là svagatamente, altri si celavano dietro i mezzi più lontani per fumare una sigaretta in pace. Evidentemente la volontà dello zelante ufficiale poco poteva nel fornire loro, come era sicuramente suo cruccio e desiderio, quel profondo addestramento alla vita delle armi che i tempi degli allenamenti e delle attività sportive dovevano, di contro, forzatamente ridurre ai minimi termini. Un mattino, guardando il cortile, si accorse però che l'allarme quella volta era stato vero. Tutti i mezzi erano partiti, la caserma era quasi deserta. Non era mai accaduto prima. Era il giorno dopo il terremoto del Friuli del 1976. Forse l'esercito non avrebbe fatto diventare quegli sportivi dei combattenti scelti e aggressivi, ma sicuramente li aveva saputi impiegare nel posto e nel momento giusto. I più coccolati atleti professionisti avrebbero dunque visto in faccia la morte dei poveri cristi e sarebbero stati d'aiuto ai sopravvissuti. Oggi la caserma è vuota, morta. Si sta discutendo se trasformare il cortile in un parcheggio per i residenti della zona.
|