Storie militari di gente comune

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Il mulo del medico

di Corrado Sfacteria

Ricordo bene la fisionomia di Turrina, il veronese soldato di fanteria alpina che venne destinato dal suo comandante di compagnia per accompagnarmi come infermiere a un campo allestito per insegnare a soldati provenienti da vari battaglioni l'uso del mortaio. "Che strana procedura", pensai, mentre mi lasciavo sfuggire un " Prepara una tenda con quattro teli, disponi due letti a rete con materassi, lenzuola, cuscini, coperte e metti in uno zaino il materiale della lista che lascerò a Mancassola". Quest'ultimo, di Lonigo, amministrava la dotazione farmaceutica e non si faceva scappare nessuna ordinazione alla infermeria presidiaria.

Venne il giorno della partenza e io e Turrina salimmo su di un camion pieno di alpini dove aveva trovato posto tutto il materiale richiesto. Il campo era dislocato in una radura divisa da un ruscello e confinante con una strada che conduceva a una vicina locanda, Enzian Hutte. A valle c'erano alberghi di varia categoria e un lago ricco di Forellen.

L'atmosfera del campo era opprimente e si poteva credere che dopo le esercitazioni e il rancio i soldati di fanteria alpina se la filassero lasciando il campo alla vigilanza delle sentinelle. Non mi ero interessato più di tanto.

L'infermeria era decentrata dal campo e adiacente alla strada, dalla quale la separava un lieve dislivello. Turrina aveva utilizzato quattro teli e la tenda avrebbe potuto essere scambiata per un ospedale da campo se solo avesse avuto la croce rossa.

Era inutilmente troppo accogliente. Quelle brande e quei materassi erano fuori luogo. Non ero soddisfatto perché la mia scelta mi pesava più della mia inesperienza militare. Mi consolava il pensiero che, vedendo quello strano catafalco, i soldati di fanteria alpina sarebbero stati più prudenti.

Dicono che sbagliando s'impara ma nel mio caso sarebbe più esatto dire che sbaglio chiama sbaglio. Un collega mi aveva confidato che se è vero che all'ufficiale medico spetta la coda è anche vero che ha diritto alla cavalcatura. Lo dissi a Turrina.

L'indomani all'ora della partenza arrivò un conducente che mi presentò al suo mulo. Ero incredulo e mi stupivo della assenza di graduati, in quel campo. Sapevo che comandava un tenente del mio battaglione con cui ero in buoni anche se formali rapporti militari, ma non mi era accaduto di vederlo. Eppure sentivo che c'era. Davanti a quel mulo adesso mi ero armato delle migliori intenzioni. Avevo cavalcato un asino nella mia città durante la festa della matricola e avevo dovuto faticare per non essere disarcionato. Era un asinello. Adesso mi trovavo davanti a un signor mulo, tirato a lucido e mi sembrava di cogliere uno strano interrogativo nei suoi occhi mansueti.

Guidato dal conduttore percorremmo un sentiero stretto fra la parete rocciosa e lo strapiombo e, piuttosto che impaurirmi, mi affezionavo sempre più a quello splendido quadrupede ed al suo conduttore.

Però anche adesso non ero contento di me stesso. Mi sentivo in colpa perché avevo rinunciato a dimostrare la mia prestanza fisica. A quegli alpini potevo far respirare la polvere, come mi capitò di fare vedere in seguito, ai miei quattro anchilosati addetti alla infermeria e in particolare al "moretto", cosi soprannominato per via dell'abbronzatura.

Al rientro dissi a Turrina: "Ho voluto scherzare. Da domani basta con il mulo, le mie gambe sono buone. La prossima volta faremo una tenda più piccola e lasceremo le brande in infermeria. Basta lo zaino con tutto l'occorrente per un pronto soccorso. Mi raccomando".

In quei venti giorni la mia attività si limitò a presenziare ai tiri con il mortaio e a lunghe camminate nei boschi, fuori servizio. Con il taciturno Turrina mi capitò di recarmi alla Enzian Hutte per qualche panino con il wurst e una birra. Ho rivisto il tenente in caserma. Ci siamo salutati cordialmente. Sono sicuro che come me ha passato tutti quei venti giorni con gli alpini, ma non ho avuto occasione di vedere quale tipo di tenda avessero.

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