![]() |
| Storie militari di gente comune | |
|
|
L'educazione militare è nella mente di molti un esempio da seguire, nella mente di altri una stupida offesa alla dignità umana. Premetto che io propendo per la prima. E' sempre stata definita ferrea per le sue caratteristiche di intransigenza, uguaglianza, moralità e le persone cresciute secondo le sue regole - o che a essa si sono dovuti uniformare anche solo per un breve periodo - non possono fare altro che apprezzarla proprio per queste sue caratteristiche. Modello educativo, che a differenza di quanto si possa pensare è ispirato al rispetto della società in cui si vive e ai valori fondamentali dell'uomo.
Ma la cosa che reputo di grande importanza educativa della disciplina militare era la sanzione immediata: a mancanza seguiva riscontro e giudizio. E la punizione attribuita immediatamente dopo la mancanza faceva se non altro riflettere sul proprio operato e modificava l'abitudine. Sono nato in una famiglia militare. Per scelta decisi di frequentare una scuola militare già a 15 anni. Partecipai e vinsi il concorso che mi catapultò in quello che era il mondo dei miei sogni fin da bambino. Il 20 settembre 1985 a Venezia ad accoglierci al portone d'ingresso del collegio Morosini c'era un ragazzo in uniforme da marinaio: jeans, camicia e berretto bianco. Sulla spalla sinistra della sua camicia, facevano bella mostra tre strisce rosse, uno strano simbolo con un timone ed un'ancoretta sovrapposti con sotto una stanghetta e poi uno pseudo grado da sergente (avrei ben presto imparato cosa significasse il tutto e tre anni più tardi averli sulle spalla anche io). Alla porta venivamo riconosciuti, e ci veniva attribuito un numero, la matricola, il numero che mi seguì per ben tre anni. Il mio era 601. Venimmo inquadrati per la prima volta in sezione e portati per direttissima in sartoria per la prima vestizione. Lì una gentile signora sulla cinquantina mi consegnò tutto il mio vestiario, un po' stretto per la verità, ma dopo avermi abbracciato mi disse: correrai molto in questi giorni, vedrai che dopo ti andrà bene. Non capivo cosa avesse voluto dire. Feci appena in tempo a uscire e quel giovane in uniforme chiese: "Chi è il più anziano qui?" Beh, facile immaginare come tutti appena rivestiti di tutto punto e con la "caciotta" in testa cominciammo a guardarci scambiandoci le date di nascita. Invece il più anziano era il numero più basso di matricola. Quel numero indicava la posizione in graduatoria e quindi definiva l'anzianità all'interno del corso. Scoprii di essere il capocorso, ma l'entusiasmo durò meno di una manciata di secondi. Il tempo di scoprire una seconda cosa: quel ragazzo era uno dei tre allievi del terzo corso (anzianissimi) incaricati del nostro inquadramento che si chiamavano "graduati". Mi disse: "Falli stare zitti e mettili in riga!" Facile a dirsi, ma con che autorità dovevo mettermi di fronte a degli sconosciuti e imporgli l'ordine e la disciplina? Beh, lo capii subito, dopo qualche secondo e un mio timido tentativo di metterli in riga, il graduato si mise di fronte a me, il mio naso sfiorava la sua camicia, le sue urla mi sfondavano i timpani, fece un passo indietro e piazzò il suo palmo bene aperto a tre millimetri dal mio naso: "Cinque, te ne fai cinque!" "Ma cinque cosa?" risposi io stando di fronte a lui terrorizzato su una posa che somigliava a un attenti. Non lo avessi mai detto: "Cinque giri di Campaccio! Esecutivi!" La spiegazione era ermetica. Cosa era il Campaccio? Boh! Ma capii che se non volevo incorrere in altri giri di Campaccio era meglio non chiedere e magari avere la fortuna di scoprirlo da solo. Di corsa mi avviai vero il fondo di quel corridoio sotterraneo cercando di allontanarmi dalla vista del graduato. Girato l'angolo, mi misi a camminare sperando di incontrare qualcuno che mi potesse aiutare a trovare questo benedetto Campaccio. Incontrai un sottufficiale al quale chiesi lumi sul Campaccio. Fu gentile ad accompagnarmi personalmente. Il Campaccio era la grande aiuola del Collegio, misurava 330 metri di perimetro e si trovava proprio al centro delle costruzioni principali della Scuola. Avevo appena scoperto che i giri di corsa erano una delle forme di punizione in Collegio. Ma il gentile sottufficiale, prima di lasciarmi alla mia punizione mi disse: "Allievo, comunque se ne fa altri cinque per avere circolato di passo in luoghi non autorizzati e cinque per non avere salutato militarmente un superiore". In meno di dieci minuti avevo collezionato ben quindici giri di corsa, ma passò poco tempo e a me si unirono altri miei colleghi. Ingenuamente mi fermai e ne aspettai uno per correre al suo fianco e magari scambiare qualche parola mentre correvamo attorno a quell'aiuola. Non riuscimmo a fare più dieci metri che fummo chiamati da un Guardiamarina: "Voi due! Nessuno vi ha insegnato a correre? Si corre con i pugni al petto, i gomiti aperti e soprattutto non si parla, e si sta a distanza di tre metri l'uno dall'altro! Per ogni mancanza vi fate cinque giri!" Ai quindici precedenti se ne erano sommati altri quindici ed era da meno di un'ora che stavo tra quelle mura! Dopo i primi quindici mi fermai e mi sedetti compostamente a rifiatare su una panchina che stava sul viale attorno al campaccio. Una voce urlata da una finestra mi disse: "Pivolo! Non ci si siede durante l'esecuzione di una punizione!" Io mai potevo pensare che quelle urla fossero rivolte a me, mica mi chiamavo Pivolo io! Meno di un minuto dopo mi trovai di fronte un energumeno alto trenta centimetri più di me, un altro graduato che mi disse: "Pivolo, tu non hai ancora capito un cazzo! Te ne fai cinque! Io che non sapevo a cosa si riferisse, gli dissi: "Ma guardi che io sono Tarsia, non Pivolo, si sta sbagliando". Apriti cielo! Non l'avessi mai detto, mi appioppò cinque giri perché mi ero seduto durante l'esecuzione di una punizione, cinque perché non mi ero prontamente alzato quando richiamato dalla finestra e cinque per atteggiamento irrispettoso nei confronti di un graduato. Ero a quota quarantacinque giri! Rientrai nell'edificio dopo circa un paio d'ore che avevo trascorso a correre insieme ad altri trenta miei compagni di corso di cui ancora non conoscevo neanche il nome. Mi fu detto che stavano tutti in un aula: la prima del corridoio comando. Nel frattempo a suon di giri avevo appreso le posizioni di riposo, di attenti, la formula magica della presentazione di fronte a un superiore con nome, cognome, matricola e sezione. Ero in uno stato fisico vergognoso, sudatissimo, camminavo con difficoltà: tutti quei giri di corsa con delle scarpe nuove ai piedi mi avevano riempito di vesciche sui talloni. Passai da un bagno che stava nel corridoio vicino, mi sciacquai un po' e mi rimisi in ordine. Entrai nell'aula e trovai i tre graduati alle tre sezioni, due dei quali li avevo già tristemente conosciuti. Mi presentai e chiesi il permesso di entrare. Non mi sembrava vero, ero alla presenza dei tre e tutto era andato bene. Dopo due ore di indottrinamento uscimmo da quell'aula e uno dei graduati mi fermò e mi chiese: "Hai nulla da dirmi?" Io che avevo capito che meno cose dicevo meglio era, risposi : "No, nulla". E lui: "Allora ti fai cinque giri per non aver presentato una punizione". Cosa ne sapevo io che le punizioni oltre a farle dovevano pure essere presentate. Questa storia continuò cosi per quasi tutti i primi tre mesi. La media giornaliera di giri di Campaccio era di circa cinquanta. In più avevo l'aggravante di essere il più anziano, per cui tutte le volte che ci trovavamo in classe e c'era confusione o era in disordine, come elemento più anziano ne ero responsabile e avrei dovuto tenere l'ordine e la disciplina della classe. Oltre ai giri feci ben presto conoscenza con i rapporti, che consistevano in un colloquio a quattrocchi con il comandante al corso e che solitamente portavano a uno o più giorni di privazione di uscita (PU) con conseguente studio obbligatorio. Uscii per la prima volta in "Franchigia igienica" dopo sette settimane di privazioni di uscita continuative per prendere una boccata d'aria. Si, perchè proprio quella funzione aveva il termine "igienica" ovvero salvaguardare l'igiene mentale di una persona costretta per troppo tempo a stare chiusa tra le mura del Collegio. E' strano però come quei mesi tanto intensi e anche sofferti della mia vita siano rimasti scolpiti indelebilmente nella mia mente e il ricordo di tutte quelle punizioni, giri di corsa, minuti di piantone, rapporti e privazioni di uscita, rappresentino oggi nella mia mente simpatici momenti di una vita che se tornassi indietro non esiterei un attimo a ripetere allo stesso modo. Non ho mai pensato nemmeno per un attimo che quei giri di corsa, minuti di piantone potessero essere apostrofati come "punizioni corporali". Ma soprattutto - ed è questa cosa ben più importante - non ho mai pensato che i miei inquadratori, di qualsiasi grado essi fossero, avessero utilizzato quelle punizioni in maniera non idonea, scorretta, immorale. Io stesso nel periodo in cui fui nominato graduato alla sezione non abusai mai del mio potere nei confronti dei giovani allievi che avevo la responsabilità di inquadrare. Il tutto seguiva un disegno educativo e addestrativo ben definito, chiaramente collaudato nel tempo e che per anni ha dato i suoi frutti non offendendo mai la dignità personale. Fino al giorno in cui i giri di corsa sono stati aboliti in quanto "punizione corporale".
|