Storie militari di gente comune

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Quando mio padre alla Nunziatella

di Francesca Longo

Sono quasi ventidue anni che mio padre non si fa vivo. Ha aspettato che tornassi dal viaggio di nozze e s'è addormentato per sempre. Però non è scomparso e giorni fa è arrivata una fotografia, anno 1948, che lo riprende con altri ventisei compagni di scuola al "Convitto Nunziatella". Convitto, non collegio o scuola militare.

Ebbene sì, da una fotografia scopro che ventisette ragazzi, quasi tutti orfani di guerra, hanno permesso alla storica istituzione militare di Napoli di restare in vita. Si chiudevano, a guerra persa, le scuole militari di Roma e Milano, ma sulla Nunziatella, che accoglieva quei ragazzi, pelle e ossa, alti e bassi, più o meno baffuti, s'era chiuso un occhio. Dove li risbatti gli orfani?

Ecco, cosa te ne fai degli orfani di guerra? Ai collegi sono abituati - molti girovaghi da anni tra varie istituzioni religiose - cosa fai, li sbatti in strada? La foto è bellissima. Mio padre e mio zio sono, fisicamente, i più sfigati del gruppo. Costole a petto di pollo in bella mostra che spuntano dalla canottiera e mutandoni bianchi molto poco d'ordinanza, magrezza da fame endemica, non solo costituzionale.

Che bello rivedere papà, dopo tanto tempo, e soprattutto rivederlo un anno più giovane di mia figlia e dei suoi amici! E rivederlo coi suoi amici di allora, ognuno con un nome e un cognome, una vita da raccontare. Sono passati quasi sessant'anni da quell'esame di maturità. Non sono l'unica figlia, mia madre non è l'unica vedova. Però ancora parliamo di Nunziatella. Perché?

"Mi ha portato in viaggio di nozze a Napoli, alla Nunziatella - racconta mamma, sempre pudica in ogni ricordo - Voleva presentarmi a un suo professore di chimica che gli era stato particolarmente vicino". Chiedere il nome del professore è assurdo. Mamma ha cancellato la storia, la guerra, la miseria. E oggi continua a cancellare il passato, anche il suo, per soffrire meno.

"Parlava di Strozzi, Trucillo, Eufrate…" e conferma che quel convitto e quegli anni sono stati per lui la prima vera famiglia. Una famiglia particolare, di "scugnizzi" affamati e assetati di affetto, che si supportavano a vicenda. "Il primo anno è stato un inferno - racconta un compagno di classe dell'epoca - eravamo vessati dai nonni, che non erano solo quelli della Nunziatella, ma anche quelli che vi erano affluiti dalle scuole militari chiuse di Roma e Milano. Facevamo letti per tutti. Poi la situazione è migliorata e l'ultimo anno è stato indimenticabile".

Fame? C'era e tanta. Una partita di agnello "condito" di vermi scatenò dissenteria. Andavano a grattare di nascosto le pentole. La prima divisa vera era quella ereditata dagli americani morti, tinta di nero e con una righina rossa. E il primo giorno, levandosela, si scoprirono tutti neri - pelle, canottiere, mutande - contrapasso per un piccolo peccato d'orgoglio?

Tra loro tutti solidali, anche se qualcuno più amico di un altro. Bricconi della peggior specie, se è vero che avevano dato vita a un commercio di carte d'identità fasulle da usarsi solo in caso di … casini. Cattivi quanto basta per vessare l'ultimo anno i nuovi arrivati, rei di essere nuovamente figli di un'Italia che sollevava la testa e usciva dalla miseria. Con madre e soprattutto un padre vivo che spedivano generi di sussistenza. Non inorridisca Sirchia, soprattutto sigarette.

Tutti figli di eroi, medaglie d'oro per gli ufficiali, argento per chi aveva avuto nella disgrazia la sventura di morire a parità d'azione eroica, con un superiore. Ma tra loro erano un qualcosa di unico in una casa di tutti.

"Nei collegi prima - racconta l'amico di papà, elencando un buon numero di ordini religiosi - non avevo mai avuto voglia di studiare. Ma lì, all'improvviso, m'è sembrato naturale farlo". Mio padre era bravo, mio zio, gemello monozigote e quindi identico, si faceva sostituire da lui nelle interrogazioni. Poi c'era un piccolo genio della lingua italiana che consegnava ogni volta due temi in classe, uno in prosa e uno in poesia. E le caricature, il piccolo album dell'ultimo anno, precursore di qualsiasi giornale scolastico di oggi.

Sto telefonando un po' a tutti. Talvolta trovo solo le mogli - e mi sembra di parlare con mamma, quando ci rubiamo a vicenda il nostro spazio di nostalgia - altre volte gli amici, che papà lo ricordano bene. Mi gonfio come un pavone: "Sono sua figlia, la figlia di Franco". Curiosa per natura, voglio sapere cosa hanno fatto loro in questi lunghi, ma appena dietro alle spalle, sessant'anni. Figli, mogli, lavoro… Hanno costruito, per loro e per gli altri.

Tutti hanno tirato fuori l'orgoglio per un padre eroe e per una "famiglia acquisita" a Napoli che li aveva allevati. Affettuosi, come credevo solo mio padre sapesse essere. E invece no, maledizione. E' il marchio Nunziatella?

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