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| Storie militari di gente comune | |
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La pattuglia alla frontiera si faceva sempre volentieri perché interrompeva la routine delle attività addestrative e portava fuori dalle mura di Palmanova. Ma soprattutto c'era la convinzione di svolgere una attività in cui poteva materializzarsi in qualsiasi momento il "nemico" vero, in carne e ossa, non le solite sagome di legno e cartone. Il giovane tenente, al reggimento Genova cavalleria da poco più di un anno, aveva tutti i motivi per godersi quelle poche ore di autonomia quasi assoluta, altra essenziale attrattiva della pattuglia.
Quando il turno, come quella volta, capitava di notte la cornice era perfetta. I preparativi erano iniziati nel primo pomeriggio: l'autocarro leggero con cassone da dodici posti, le dotazioni individuali e i sacchetti viveri. Gli uomini si erano raccolti in armeria quasi alla spicciolata e subito dopo la partenza un aneddoto era tornato alla memoria del tenente. Si diceva addirittura che fosse un fatto realmente accaduto. Al circolo ufficiali del reggimento Piemonte cavalleria a Villa Opicina c'era una piccola targa d'argento con incisa la traccia del confine italo-jugoslavo sul Carso e una scritta in calce: "Qui ci vogliono i professionisti!". La frase sarebbe stata pronunciata da un capitano prima di inoltrarsi verso la linea di confine alla ricerca di una pattuglia in ritardo sull'ora del rientro e per la quale si temeva il peggio. Il peggio capitò invece al capitano che aveva inavvertitamente sconfinato ed era stato preso "in custodia" dai Graniciari, le guardie alla frontiera jugoslave. Come tutti i salmi finiti in gloria, anche questo - vero o romanzato che fosse - venne celebrato con la tradizionale targhetta d'argento confezionata a cura della Calotta, il sodalizio che in ciascun reggimento unisce gli ufficiali subalterni (tenenti e sottotenenti). Forse ricordare l'episodio era anche un modo per non prendersi troppo sul serio, sana abitudine diffusa in cavalleria e pratica efficace per stemperare i momenti di tensione. Un po' di adrenalina infatti circolava vista la convinzione del tenente, coscienziosamente trasmessa a tutti i suoi uomini, sul realismo dell'attività. Il fatto che quel giorno fosse la vigilia di Natale non cambiava molto la situazione. Nel tragitto da Palmanova al Carso c'era tutto il tempo di pensare a queste cose. Le scritte bilingue che incominciavano a vedersi dopo Sistiana completavano l'effetto dell'adrenalina. Ma ciò non impediva che, giunti a Malchina dove gli uomini dovevano sostare per il rancio al sacco in attesa dell'ora di inizio dell'attività, il tenente entrasse nella trattoria-gostilna per gustare il capriolo con la polenta e bere un bicchiere di Terrano. Era poco più di una stanza, con la proprietaria che stirava in un angolo mentre il tenente mangiava e un paio di avventori bevevano un bicchiere bofonchiando in sloveno e bestemmiando in italiano. Dopo gli ultimi controlli, alle 22.30 la pattuglia si avviò sul sentiero che iniziava appena fuori le case e in poche centinaia di metri portava al confine. Lungo l'itinerario da controllare era ben visibile una casermetta dei Graniciari in corrispondenza della quale ci si doveva fermare per osservare e ascoltare. Quella sera la casermetta era avvolta da un buio ancora più fitto del solito, il cielo era nuvoloso ma per fortuna non tirava la bora. Infagottati nelle giacche a vento gli uomini si accovacciarono a terra tra sassi e cespugli per passare le due ore previste dal piano di pattugliamento. In lontananza si potevano riconoscere a stento alcuni piccoli abitati dalle luci fioche e rade. Da una finestra della casermetta filtrava una luce tremolante, forse un lume a petrolio. Il tenente pensò a quello che avrebbe potuto scrivere nel rapporto di fine servizio: se continuava così sarebbe stata dura riempire la pagina. Era passata una mezz'ora quando si sentirono delle voci. Poco probabile che fossero i preparativi per la messa di mezzanotte e poi i Graniciari di solito erano molto silenziosi. Anzi, era proprio il silenzio l'elemento più inquietante che avvolgeva tutta le fascia di confine sul Carso. Tra le voci che intanto si facevano più concitate si sentì all'improvviso una serie di grugniti. Gli uomini della pattuglia si scambiarono sguardi increduli mentre la scena - o meglio - i rumori continuavano per diversi minuti. Alla fine un grugnito più acuto e prolungato degli altri si spense in un rantolo. Il caporale maggiore Novello, di Paese in provincia di Treviso, con una espressione allibita e un filo di voce impensabile in un cristone di due metri per cento chili, sussurrò: "I ga copà el porcel…". Il tenente rimase un attimo confuso poi pensò che i Graniciari erano solo in anticipo di qualche giorno. Da piccolo suo nonno gli aveva raccontato che in campagna il maiale si ammazzava sempre nel mese di gennaio.
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