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| Storie militari di gente comune | |
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Questa non è una storia come le altre che ho già raccontato. E' una non-storia, una storia che avrebbe potuto essere, ma che non è. Dunque sarà solo un ricordo di qualche cosa che oggi, per la morte di papa Giovanni Paolo II, vorrei fosse stata scritta. Con lui e per lui: questo grande papà. Da raccontare ai miei figli, da piccolo papà quale sono, tra le mie storie militari.
Dalla mia caserma uscivano per l'Aeronautica militare tutti i servizi di presidio di Roma tra i quali Quirinale, Milite Ignoto, Camera, Senato, cerimonie di Stato e tutto il resto, laddove era richiesta la presenza di guardie d'onore e rappresentanza. I nostri Vam* sempre, e io quasi sempre, eravamo chiamati a questi servizi. Tra queste cerimonie rientravano, a buon titolo e come due momenti fissi dell'anno, la messa di Natale e di Pasqua in Piazza San Pietro. Non ricordo bene se si schierava un reggimento o un battaglione di formazione, ma questo è solo il particolare meno importante. Queste due cerimonie erano un impegno notevole in termini fisici, veri e propri, e organizzativi che si andava a sommare a tutte le altre attività di cerimoniale della capitale che costellavano il nostro anno lavorativo. I tentativi di non essere coinvolti erano dunque innumerevoli, gli esoneri non altrettanto. Io ci riuscii in ambedue i casi durante i dodici mesi passati in quella caserma. Dalla cerimonia per il Natale mi salvò una provvidenziale e diplomatica influenza. Da quella pasquale, invece, la licenza ordinaria da fare a ogni costo, avendo accumulato e non goduto tutti i giorni di licenza spettanti. L'organizzazione era giustamente complicata. C'erano le disposizioni del presidio generale e di quello aeronautico, gli accordi con le altre Forze armate per l'affluenza a San Pietro e per la disposizione in campo, la levataccia da fare per la preparazione e il controllo delle divise degli avieri. Il raduno con la compagnia di carabinieri che usciva dalla loro Legione allevi, una caserma dalla quale ci separava solo un isolato. Lo sfilamento in formazione, con in testa sempre i carabinieri per viale delle Milizie, via Barletta, via Ottaviano fino al Vaticano. Con la gente che guardava solamente i carabinieri nelle loro splendide alte uniformi e raramente applaudiva perché non molto tempo era passato dal '68; e noi che sembravamo al seguito solo per tenere la coda. Poi il lungo tempo passato schierati, intirizziti dal freddo a Natale o cotti dal sole a Pasqua, quando non inzuppati fino alle ossa nella imprevedibilità della primavera romana. L'occhio impietoso della televisione che non perdonava nessun errore, le autorità italiane e vaticane, il corpo diplomatico. Sotto gli occhi del mondo grazie alla mondovisione. La stanchezza, la voglia di fare pipì, il solito mancamento del soldato di turno, ma allo stesso tempo la voglia di non beccarsi qualche punizione. Tutte ragioni che, a quel tempo mi sembravano importanti, troppo per non cercare di svicolare. Oggi invece mi appaiono per quello che realmente erano: solo povere scuse. Ieri sera è morto il papà Giovanni Paolo II. Come a tanti nel mondo anche a me è successo di ricordare questo grande uomo e la sua opera. Di ragionare su tutto ciò che d'importante ha fatto per la storia dell'umanità. E poi mi si è aperta una finestra sui ricordi. Certo non era lui sul trono pontificio, certo me la sono filata, ma avrei potuto esserci stato. E così mi sono trovato a pensare di non averlo fatto quando potevo e di volerlo fare ora che non posso. Per rendergli onore, sia pur un povero onore terreno. Ormai è tardi; è andato dove i meriti vengono valutati e apprezzati con giustizia. A me, miseramente, resta solo un rimpianto, anzi due. Due pagine del mio diario di vita a pagine bianche. Quello dei progetti di vita non concretizzati, dei sogni non realizzati, degli eventi non avvenuti, delle persone non incontrate, delle parole non dette, dei libri non letti, dei desideri non esauditi. Di tutto ciò che avrebbe potuto essere, ma che non è stato.
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