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| Storie militari di gente comune | |
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Un ufficiale reduce da Mauthausen, compagno di Cesare Battisti e con lui fatto prigioniero la mattina del 10 luglio 1916 ha raccontato che sul monte Corno gli italiani si erano battuti eroicamente, ma dovettero arrendersi a un forte nucleo austriaco che li aveva accerchiati. Una voce domandò: "Dov'è Battisti? Qui deve esserci Battisti". E subitamente un cadetto, il rinnegato Bonano Franceschini, nativo di Cles, in Val di Non, puntando il dito verso l'eroe, disse: " Tu sei Battisti". Franceschini riscosse la taglia che era stata promessa per la cattura di Cesare Battisti dal governo austriaco.
Bonano? Questo nome l'avevo già sentito quando da ragazzo ero costretto a scappare verso il rifugio antiaereo per sfuggire alle bombe americane sganciate sulla mia città. Nella seconda metà di luglio del 1942 si scatenò un bombardamento terribile. Pareva che volessero distruggere tutto quanto si trovasse sopra e sotto terra, sopra e sotto il mare. Nessuno aveva veduto prima, né vide poi, una così terribile furia distruttiva da parte delle fortezze volanti. Ancora al giorno d'oggi si possono contare tutti gli edifici distrutti, tutti i rifugi antiaerei sventrati. Le persone si trovarono sepolte sotto le macerie per molti giorni. In molti luoghi scoppiarono incendi per le bombe incendiarie che arsero anche la cattedrale. Coloro che certamente pensavano che quel turbinoso bombardamento non avrebbe portato nulla di buono erano senza dubbio i militari dello stato maggiore che avevano un medesimo pensiero nella mente che cioè quel bombardamento fosse una vera offensiva in preparazione di una invasione. Il comando militare era ubicato in un forte sulla collina e risaliva al periodo della dominazione spagnola. Dal forte si poteva dominare la strada che si stendeva e svolgeva in lunghe curve giù verso la città, ma non aveva alcuna garanzia di tranquillità adesso che il fuoco precipitava dal cielo. La caduta di qualche pezzo di torrione convinse i militari che era più prudente cercare rifugi più sicuri. La loro scelta cadde su di una galleria, anch'essa del periodo spagnolo, che aveva attraversato gran parte del sottosuolo della città. L'ingresso era ricoperto da cumuli di terra che avevano finito per diventare una collinetta ricca di vegetazione. Arrivarono molti soldati che cominciarono a scavare con pale e picconi: di giorno in giorno si scopriva qualche mattone ed infine apparve la volta d'ingresso, ma l'esultanza dei militari si scontrò con una frana che, in illis temporibus, aveva ridotto la lunghezza della galleria a qualche centinaio di metri. Fu deciso pertanto di destinarlo a rifugio per la popolazione civile. Il pavimento era di terra battuta e si alzò un muretto per evitare che qualcuno precipitasse nel baratro provocato dalla frana. C'era l'illuminazione elettrica. Questo rifugio cominciò a essere utilizzato da persone che abitavano nelle immediate vicinanze, sicché mi ritrovai a frequentarlo assieme a un mio coetaneo tredicenne che mi convinse ad apprestare una specie di pronto soccorso basato sulla presenza di qualche sedia. Era proibito portarsi dietro sedie o sgabelli per evitare l'ecatombe dovuta a una sedia su cui era inciampato chi se l'era portata dietro, in un rifugio vicino, e su di lui s'erano ammucchiati decine di cadaveri gonfi come palloni. La disponibilità delle sedie fu di breve durata perché vi erano stati parecchi alterchi su chi ne avesse più bisogno. In quello squallido budello l'umidità era diventata acqua che trasudava dalla poca calce spennellata di mala voglia da quei soldati con le fasce alle gambe e con le orecchie tese agli eventi. Una sorprendente collezione di persone si presentava agli occhi dei due ragazzi amanti del prossimo: vi erano quelle che si sbarazzavano della paura e il gusto della vita tornava vorticoso nelle loro vene e ridiventavano loquaci, altre si spazientivano di trovarsi costretti ad aspettare la fine dell'allarme in compagnia di estranei e battevano il suolo con le scarpe o agitavano le braccia. C'era una giovane donna che stava sempre vicino all'ingresso del rifugio e ora scuoteva la testa col furore di una pazza, ora cadeva in ginocchio e implorava il perdono di Dio. Veniva subito raggiunta dal marito che la stringeva a sé, rincuorandola. Il marito l'aveva conosciuta a un ballo, dove era stata la regina! Era orgogliosa, ricca, fortunata ed ecco in un attimo il terrore delle continue esplosioni l'avevano gettata in così smisurata reazione. Le avevano impedito di prendersi una sedia perché era arrivata nel rifugio con la pelliccia. Adesso la giovane donna gridava e poi taceva trattenendo persino il respiro in attesa che il marito le andasse vicino. E' tanto facile dunque scivolare nel più profondo sconforto? Poi come rinsavendo "Mario - gridò ancora una volta rivolgendosi al marito - che cosa mi è successo? Perché la gente pensa di me ogni male?" Ma gli altri si davano pena della loro condizione. Nessuno navigava sopra una imbarcazione sicura. Intorno a tutti la paura si gonfiava come un mare agitato. Ma, silenzio! Si sentirono dei passi pesanti avvicinarsi al rifugio. Erano cinque soldati tedeschi e crearono un certo imbarazzo perché quel rifugio non era destinato ai militari che avrebbero potuto stimolare l'attenzione delle spie. Bonano, un giovane che abitava nel palazzo adiacente al rifugio cominciò a inveire contro i soldati tedeschi e si scalmanava indicando loro l'uscita per costringerli ad andarsene. Ma quei soldati avevano cominciato a consultarsi fra di loro e il loro atteggiamento non prometteva niente di buono. Al ginnasio ero andato abbastanza avanti nella lingua tedesca e istintivamente mi misi in mezzo. Dissi loro che quel giovane non voleva farli uscire dal rifugio, ma indicava la strada per il rifugio antiaereo costruito in previsione della guerra dell'Asse. Il rifugio dove ci trovavamo era pericoloso! Mostrai loro la frana. Mi offrii di accompagnarli. I tedeschi volevano persuadermi che era assolutamente impossibile uscire da quel rifugio prima che il bombardamento fosse finito. Aggiunsero che era stata proprio una fortuna l'aver trovato un rifugio perché se fossero rimasti per strada sarebbero morti tutt'e cinque, colpiti dalle schegge che avevano ucciso due loro commilitoni. Dopo che i tedeschi ebbero ripetuto fino alla noia quanto fossero stati fortunati a trovare riparo in quel rifugio, cominciarono a domandare se l'altro ricovero antiaereo più sicuro era abbastanza vicino. Risposi che distava un centinaio di metri e allora i tedeschi risposero che sarei andato con loro. Avevano ben compreso che se fossero rimasti in quel rifugio sarebbe stato più temerario che decidere di andare fuori anche se c'erano le bombe. In un modo o nell'altro sarebbe stato mettere a repentaglio la loro vita. Convennero che era meglio seguire quel ragazzo che parlava la loro lingua. Ma … ecco una cosa meravigliosa. Mentre stavano per raggiungere il nuovo rifugio suonò la sirena del cessato allarme. Poco tempo dopo ci fu l'armistizio a Cassibile e i tedeschi della mia città cominciarono a imbarcarsi per le Calabrie. Sui terrazzi e sui tetti Supermarina aveva disposto delle mitragliatrici da usare nel caso che i tedeschi avessero tentato rivalse nei confronti dei siciliani. Nessuno di noi sapeva di quanto stava succedendo .Lo sapevano solo le spie e, fra queste, Bonano. Quando arrivarono gli alleati inglesi Bonano si era fatto costruire un palco nella piazza che aveva visto il Duce e da lì arringava la folla contro i fascisti e i tedeschi. Ormai siamo liberi! Viva i liberatori gridava. Ma la folla vedeva anche la lunga fila di militari italiani trattati da prigionieri dai vincitori liberatori di Bonano.
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