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| Storie militari di gente comune | |
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Di solito il rumore del refettorio era un rincorrersi di voci sempre più forti e concitate che cercavano di sovrastarsi. Ma il venerdì sera, quando permessi e libera uscita svuotavano la caserma, tutto si stemperava in un brusio malinconico interrotto di tanto in tanto dal tonfo metallico di qualche elmetto che urtava contro un tavolo. L'elmetto ciondolava assieme alla maschera antigas dal cinturone dei dragoni del Pao, il picchetto armato ordinario.
Il Capitano, in servizio di ispezione al gruppo squadroni Nizza cavalleria a Pinerolo, girava tra i tavoli curioso come sempre quando si trovava in mezzo ai soldati, anche se ormai aveva un incarico di ufficio. La sua attenzione venne attratta da un dragone piuttosto corpulento, seduto tutto solo, coi gomiti ben piantati sul tavolo, intento a compiere sul suo vassoio di acciaio una difficile operazione. Stava togliendo la lisca a una trota, castigo del venerdì, con una accuratezza da chirurgo. Nella vaschetta accanto a quella in cui giaceva il cadavere da sezionare c'erano già tre lische perfettamente pulite. Quasi d'istinto, senza pensare a quanto la frase fosse scontata, il Capitano disse: "Vedo che ti piace la trota". "E' b-b-bona; ce sta er fo-fo-fosforo", si sentì rispondere con una voce seria che altrettanto seriamente si sforzava di nascondere la balbuzie. "Ne hai proprio bisogno di fosforo, figlio mio!" commentò fra sé e sé il capitano, vergognandosi subito di questo pensiero. Sapeva che nei soldati le menti più semplici erano le più generose e lui non era stato affatto generoso a pensare al fosforo in quel modo. Come d'abitudine chiese: "Come ti chiami?" "D-dragone Co-Co-Co-senza …" e via tutta la tiritera - incarico, squadrone, contingente - snocciolata di seguito a dispetto della balbuzie. "Di dove sei?" "D-de Roma" "Ah, e dove abiti?" "A Ce-Ce-Centocelle" "Ma dove esattamente?" "Via dei Ge-Gerani, vi-vicino a piazza dei Mi-Mirti" "Lo so; io abitavo in via di Centocelle prima di entrare in Accademia". Lo sguardo del dragone si illuminò per un attimo prima di riprendere le operazioni di dissezione. "Se ti piace puoi prenderne ancora" "No, no, pe-pe-pe' stasera m'abbasta". Il dragone Cosenza era servente di cannone senza rinculo da 106 e qualche settimana dopo partì con il gruppo squadroni per la Sardegna dove avrebbe fatto le lezioni di tiro e poi le esercitazioni a fuoco. Una mattina il Capitano, anche lui in Sardegna, lo vide armeggiare intorno alla Campagnola con gli altri della sua squadra mentre montavano il cannone. "Cosenza, state andando ai tiri?" Il dragone si girò meravigliato e quando riconobbe il capitano rispose: "Fa-famo tutti ce-centri, oggi". Dopo il campo in Sardegna Cosenza venne promosso caporale e capoarma puntatore. Il capitano lo incontrava saltuariamente e lo trovava quasi sempre di servizio, tutto compreso nel ruolo di caporale di giornata o capomuta della guardia. Cosenza provò una grave delusione quando non fu incluso nell'elenco del corso per caporalmaggiore. Non riusciva a farsene una ragione; tutto sommato lui aveva la 2^ ragioneria, al campo si era comportato bene e i servizi li faceva sempre mettendocela tutta. Quando il Capitano lo venne a sapere era ormai troppo tardi per fare qualcosa. Al caporale Cosenza rimanevano meno di due mesi e avrebbe dovuto accontentarsi dei gradi di caporale. La mattina del congedo il caso volle che il Capitano fosse ancora d'ispezione e poco prima dell'alzabandiera il comandante di gruppo lo chiamò in disparte e, informandolo che al termine dell'inno nazionale avrebbe chiamato qualcuno, aggiunse: "Il caporale Cosenza ha detto al suo comandante di squadrone che durante il campo in Sardegna ha scritto una poesia sul cannone senza rinculo e che gli sarebbe piaciuto recitarla davanti a tutti il giorno del suo congedo. Mi sembra giusto dargli questa soddisfazione". Il caporale Cosenza arrivò davanti agli squadroni schierati; sul foglio che teneva in mano era scritta la sua poesia con calligrafia nitida, sicuramente una bella copia molto sofferta. Cominciò a leggere d'un fiato, ma dopo le prime parole furono tutti gli altri a trattenere il fiato, perché Cosenza non balbettava. Le strofe della poesia erano diventate uno spartito musicale che la voce del caporale seguiva con facilità sbalorditiva. L'applauso finale, più che commuoverlo, lo appagò come una rivincita. Ed era giusto così.
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