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| Storie militari di gente comune | |
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Ci sono degli eventi che accorciano di molti anni la vita di un comandante. Ne ho vissuti anch'io. Uno avvenne in una tiepida notte di luglio del 1990, nel poligono di Candelo Massazza, nei pressi di Biella. Comandavo il 37° battaglione meccanizzato "Ravenna" della brigata "Trieste". Eravamo accampati tra gli alberi, ai margini del poligono, per il cosiddetto campo estivo, un mese di esercitazioni serrate diurne e notturne, di polvere, zanzare e un mare di fango colloso se pioveva. Quella notte dieci squadre da otto uomini dovevano effettuare l'esercitazione dal tema: "La squadra assaltatori nell'attacco notturno contro posizioni scarsamente organizzate a difesa".
I soldati avevano i volti e il dorso delle mani dipinti di nero; avevano fissato ogni parte dell'equipaggiamento che avrebbe potuto far rumore, avvolto con strisce mimetiche le parti metalliche del fucile, coperto o eliminato tutto ciò che poteva risaltare nel buio. Il munizionamento da guerra era stato distribuito e così le bombe a mano. I fanti, militari di leva con alcuni mesi di naja alle spalle, erano silenziosi, concentrati ed emozionati. Era pur sempre un'esercitazione a fuoco, con munizionamento vero, per di più fatta di notte. Ogni squadra doveva muovere in assoluto silenzio per circa un chilometro fino a portarsi a ridosso della striscia di terreno che simulava un campo minato. A tratti i caporali attivatori lanciavano bombe illuminanti con il FAL*: colpo in partenza, leggera detonazione in aria dell'artifizio illuminante che poi, appeso al piccolo paracadute, scendeva lentamente oscillando e illuminando l'ambiente di una luce fredda, irreale, altalenante, fino a esaurirsi nei pressi del terreno. I fanti dovevano immobilizzarsi a terra e tenere la testa bassa: anche il bianco degli occhi poteva essere visibile in quella luce maligna. Una carica di tritolo simulava l'apertura del campo minato. A quel punto iniziava una sarabanda di raffiche e di esplosioni: corsa forsennata degli assaltatori nello stretto corridoio aperto nel campo minato, rabbioso sgranarsi del fucile mitragliatore, urla dei capi gruppo che nel fragore ordinavano l'assalto a suon di raffiche e lancio di bombe a mano contro sagome opportunamente predisposte. Le bombe illuminanti trasformavano i fanti in fantasmi grotteschi, i traccianti schizzavano come fuochi d'artificio, le esplosioni, le raffiche e il miagolio dei colpi raggiungevano il diapason. Il tutto durava pochi minuti poi scendeva, improvviso, il silenzio. Il grido "Adunata" del comandante di squadra seguito dall'ordine "Ispezion-arm" segnava la fine dell'esercizio. Quella sera già quattro squadre avevano operato e non c'erano stati problemi. I fanti erano bene addestrati e i tenenti e i sottotenenti comandanti di plotone, che per sicurezza seguivano le squadre da loro dipendenti, avevano ogni volta inviato per radio lo stesso messaggio: "X squadra esercitazione effettuata. Y colpi sparati. Tutte le bombe sono esplose. Nessuna novità". Mentre la quinta squadra muoveva nella notte solo i grilli e un lontano gracidare di rane rompevano il silenzio estivo. L'aria era pura e profumata di fieno e di erba tagliata. Un firmamento da fiaba urlava la gloria di Dio. Era una di quelle sere perfette nelle quali tutto funziona, si è in pace con se stessi e in sintonia con il creato e un comandante si gode il frutto di mesi di addestramento. Un boato, le raffiche, le esplosioni delle bombe a mano, lampi nella notte, grida dei comandanti: tutto come previsto. No, c'è una nota dissonante, qualcosa non va nel bailamme delle esplosioni. Si sente gridare una voce, anomala, isterica, imprevista: "Dottore, dottore!" Ordino di lanciare il razzo rosso che segna l'interruzione dell'esercitazione e corro nel buio verso quella voce. L'angoscia mi attanaglia. Il medico e i due portaferiti con la barella corrono ansimando dietro di me. Inciampo, cado, mi rialzo, continuo a correre verso la luce di alcune torce elettriche che illuminano un uomo a terra. Il cuore mi si ferma. Un fante, pallido come un lenzuolo, rantola nell'erba. Ha gli occhi rovesciati all'indietro, vomita sangue, da un foro all'altezza del cuore palpitano fiotti di sangue nero. L'ufficiale medico si muove con fredda efficienza e in pochi minuti il ferito è su un'ambulanza che corre a sirene spiegate verso l'ospedale di Biella. Li seguo con la mia AR* mentre all'angoscia subentra la freddezza: bisogna dare ordini, avvertire i comandi superiori e la famiglia, riscuotere i cuori scossi dall'accaduto, decidere il da farsi. Prego con fervore. Notte lunghissima. A Biella il primo intervento poi la corsa verso l'ospedale delle Molinette a Torino. Intervento chirurgico. Lunghe, angosciose attese. Poi viene l'alba. Un'alba fredda, ostile. Il conduttore, che non aveva voluto abbandonarmi, aveva occhiaie profonde, il volto pallido e teso, le guance nere di barba. Poi giungono la luce e il calore. Li porta un giovane medico, sorridente: " Il soldato è fuori pericolo. Il colpo di FAL è entrato sotto la scapola sinistra, ha attraversato il torace senza toccare alcun organo vitale, ha sfiorato il parenchima polmonare ed è uscito un dito sopra il cuore. Posso offrirle un caffè?"
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