Storie militari di gente comune

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Due piedi e una ciabatta

di Dino Calamaini

Oggi avevo voglia di ricordare... ho ripreso in mano le foto scattate in Albania nel 2001, quando non avevo ancora avuto la fortuna di vivere tre anni a Parigi quando, al posto di giacca e cravatta, 24 ore mimetica, giaccone in goretex e pistola erano l'abbigliamento abituale. Le strade di Valona, il pianoro di Pish-poro, la strada che portava alla caserma dei ragazzi del genio albanese, il colonnello Spahu, l'accademia aeronautica di Valona… Quanti ricordi in quelle foto!

Militare in un reparto genio, una specialità dell'Aeronautica militare italiana, nei quattro mesi in cui ho vissuto a Valona, ho avuto l'occasione di conoscere e vedere realtà magnifiche e assurde, incredibili e terribili, divertenti e tragiche. Che realtà incredibile a solo 80 chilometri da casa! Una notte insonne sulla nave Skanderberg - che, sebbene nobilitata dal nome dell'eroe nazionale albanese, rimaneva nel mio immaginario (e nella realtà che appresi dopo) un covo di trafficanti e tagliagole - mi traghettò "dall'altra parte".

Il nostro compito consisteva nell'aiutare le forze armate albanesi a ricostruire la loro accademia aeronautica a Valona e la vicina pista in terra battuta del pianoro di Pish-Poro. Per fare ciò un composito contingente di militari dell'Aeronautica militare, con una forte componente dei reparti Genio campale, si era installato in una ex- colonia per figli dell'industria petrolifera albanese e da quel fortino in riva al mare, effettuava quotidiane sortite per portare a termine i lavori necessari al ripristino di quelle malandate infrastrutture militari.

Ci aiutavano in ciò alcuni ragazzi del genio albanese e la componente stanziale dei militari tecnici presenti in Accademia. Che scene vidi in quei giorni! La più sconvolgente era la scelta, da parte del comandante del reparto genio albanese, dei ragazzi che dovevano venire a lavorare con noi: la cernita era fatta con una corsa a piedi nudi e a torso nudo, in pieno gennaio. I primi dieci venivano a lavorare con noi (il premio, per questi ragazzi, era poter godere del - per loro - luculliano pranzo offerto dai militari italiani). Ma anche la scomparsa, regolarmente autorizzata dai superiori albanesi, di tutti i sottufficiali tecnici che ogni giorno puntualmente dalle 10:00 alle 11:00 lasciavano il lavoro per svolgere un imprecisato "aggiornamente tecnico".

Solo che l'odore di raki (la tipica grappa albanese) dalle 11:00 in poi non lasciava dubbi su cosa si fossero aggiornati. Scoprii in seguito che l'aggiornamento tecnico un tempo veniva effettuato seriamente per meglio conoscere gli apparati cinesi in dotazione, soprattutto per comprendere gli ideogrammi dei manuali tecnici, ma dato che ormai non servivano più, l'abitudine dell'aggiornamento tecnico era rimasto, solo adeguato alla realtà del momento.

Ogni giorno c'era poi la sortita a 20 km da Valona, nel pianoro di Pish-Poro, dove militari italiani e albanesi cercavano di riprendere il possesso di una superficie lunga quattro chilometri e larga un chilometro alle greggi di pecore e ai cacciatori di frodo installando trenta chilometri di filo spinato e iniziando i lavori per la predisposizione di un serie di prefabbricati per la costituzione di una rudimentale infrastruttura di volo. Il pianoro era sorvegliato da un distaccamento di militari albanesi, ai quali si portava il pranzo preparato nelle nostre cucine.

Durante quelle quotidiane sortite a Pish-Poro una costante era la presenza dei bambini del vicino villaggio, che cercavano di farsi dare cibo e dolciumi da tutti noi. E chi poteva resistere a quelle mani, a quelle voci, ai quei sorrisi lazzaroni? Come negare il quotidiano saccheggio della mensa, per riempire le tasche delle mimetiche e dei giacconi di cioccolata, marmellata, biscotti, merendine? Come dimenticare le urla dei colleghi della mensa, per evitare il saccheggio delle colazioni, quando scendeva il comandante a vedere e subito dopo il complice passaggio di una busta con i panini imbottiti da distribuire per lo stesso motivo?

Un giorno però notai una cosa strana. Eravamo arrivati a Pish-Poro e stavamo distribuendo il rancio e i regali ai bimbi, tutto come al solito. Mi ero allontanato un attimo dal gruppo degli italiani per cercare di telefonare a casa (il telefonino prendeva quel giorno). E per la prima volta le vidi. Erano due bambine di circa 6-7 anni, scure di carnagione, con un leggero vestitino a fiori estivo nel freddo di febbraio, con una ciabatta ciascuna ai piedi, che si tenevano per mano, aspettando lontano dal mucchio vociante degli altri bambini.

Notai allora, in lontananza, anche una miserabile capanna, ancor più miserabile delle abitazioni che costituivano il villaggio di Pish-Poro e sulla soglia una donna di età indefinibile e della stessa carnagione delle due ragazzine. Le due ragazzine erano sempre là, si tenevano per mano, e finita la distribuzione del cibo, non avendo ricevuto nulla, ritornarono alla loro capanna.

Mi rivolsi ai colleghi presenti e chiesi perché nessuno avesse dato niente alle due bimbe. Mi spiegarono allora che avevano cercato di farlo in precedenza, ma che il resto dei bimbi le avevano aggredite in maniera così selvaggia per prendere loro ciò che avevano avuto, da farli seriamente temere per la loro incolumità e che da quel giorno avevano evitato di dar qualsiasi cosa per non farle picchiare. In più riuscii a scoprire che erano di un'etnia di zingari albanesi, non particolarmente benvoluta in quella zona e quindi ecco spiegato il mistero.

Ma non riuscivo a farmene una ragione. Era assurdo! Volevo fare qualcosa, ma cosa? Parlai con il mio capitano, giovane ufficiale d'accademia al suo primo incarico all'estero, e insieme decidemmo il da farsi. Chiesi aiuto ai colleghi della mensa e al maresciallo dei carabinieri e tutti insieme elaborammo il "piano di battaglia".

Il giorno dopo una colonna con due Land Rover arrivò come al solito a Pish-Poro. Solo che però una arrivò fino al corpo di guardia, l'altra rimase un po' indietro. Dalla prima macchina scende il maresciallo dei carabinieri (avevo chiesto il suo intervento per la figura massiccia, il vocione tonante e per il fatto che sapevano che era un poliziotto) che cominciò a radunare i ragazzini per la distribuzione dei dolciumi.

A questo punto dalla seconda macchina, tre persone in mimetica, zaino affardellato e anfibi si gettarono a rotta di collo nel canale a lato della strada e corsero verso le due ragazzine che guardavano la distribuzione. Uno corse poi verso la capanna. E' un attimo, guardai le bambine, erano spaventate, ma fu un attimo, mi tolsi lo zaino e lo aprii: vestitini caldi, cioccolata, dolci, panini, scatolame.

Gli occhioni delle bimbe erano due fanali che illuminavano il mio animo. Il collega raggiunse la mamma che, spaventata, era pronta a correre verso di noi. Dal suo zaino uscirono le stesse cose per lei. Accompagnai le due bimbe dalla mamma, il capitano rimase a controllare che i bimbi del villaggio non sfuggissero al maresciallo dei carabinieri. Le due bimbe restituirono le ciabatte alla mamma. Erano le sue, le dava a loro per evitare per quanto possibile il disagio del sentiero. Ma ora, grazie a una rapida colletta, c'era anche una discreta somma di lek albanesi per loro, c'era cibo e abiti adeguati per l'inverno. Sempre correndo ritornammo indietro ridendo. Addestrati a combattere, militari di carriera. Ma quando mai! Forse dei babbi natale in mimetica e fuori tempo massimo.

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