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| Storie militari di gente comune | |
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Non è una bella storia da raccontare, è di quelle che fanno piangere le mamme per bene. Ma io, che sono pure mamma, per bene non sono mai stata.
Era il 1994. Al molo VII a Trieste da pochi giorni era attraccata una portaerei americana. Quando nel catino dell'Adriatico si respirava aria di tregua, gli americani scaricavano nel porto più obsoleto del mondo - nonostante fondali invidiabili - quelle quattro o cinque migliaia di ragazzi per una boccata di terra (non solo aria e/o mare). Non ricordo i particolari precisi, sta di fatto che una tregua balcanica è l'annuncio di una catastrofe a minuti. Per cui o i serbi o i croati (o, come spesso accadeva, entrambi di comune accordo) avevano deciso che un paio di giorni di libera uscita ai marines potevano bastare. Allarme per tutti, la portaerei doveva ripartire subito. Si svuotano le piste da sci austriache, i casinò e i casini in Slovenia vengono 'rastrellati', le ragazze vengono ricaricate sui pullman con targa Napoli, generosamente forniti dai comandi Nato, per un ultimo struggente addio. Insomma, la portaerei salpa d'urgenza. E i giornalisti non sono ammessi. Telefono a tutte le conoscenze possibili e immaginabili. E' un no secco e perentorio. 'Tu in porto non entri'. Non è facile entrare in porto se l'asburgica burocrazia decide che alla dogana 'non passa lo straniero'. Decido di provarci comunque, alla faccia dei diktat della Digos ecc. Mi preparo, in fondo si tratta solo di assumere il look di una vera giornalista. Calze di rete, minigonna di pelle aderente, reggiseno (imbottito col cotone), maglietta scollatissima e l'unico paio di scarpe con tacchi alti che ho - tutto residuato di un Carnevale di moltissimi anni prima. Seconda parte: ombretto con eye liner e rimmel in dosi industriali, sette strati di fondotinta, tre di fard e un rossettone così rosso da far impallidire anche Stalin. Capelli sciolti. Salgo in macchina e, con la sola patente (all'epoca non ero nemmeno pubblicista!), mi dirigo al porto nuovo. Dogana. "Dove va?" "Sono una giornalista" dichiaro ammiccando, con la speranza che le tonnellate di rimmel non crollino all'improvviso. "Sono qui per lavoro, so che la portaerei…" sospiro, molto, a momenti quasi svengo, ma mi riprendo "…so che la portaerei sta per partire! Le do un documento…" e comincio in stato di visibile eccitazione a cercare in una borsetta improponibile, ma che mi sembrava adatta al look. Il doganiere prende la patente (ignoro come abbia potuto confondermi con quella della foto, ma mi sa che comunque non devo avere, anche 'nature', la faccia di una figlia di Maria) e quindi… "Lavoro? Vada, vada" dice sorridendo e ammiccando. Digos e altri, quando mi vedono al Molo VII, nonostante l'abbigliamento, non sorridono per nulla. Me ne resto lì a guardare il triste addio alla terraferma di circa 4.000 marines (gli altri giornali avevano informatori, tutti interni…) e non mi dispiace per nulla assistere alle manovre, nonostante le difficoltà di movimento, mie, dettate dai tacchi a spillo e dall'agente della Digos perennemente tra i piedi. Credo che questa storia sia una delle tante che occupano spazio negli archivi della Questura di Trieste. Io comunque la raccontai esattamente così anche sul giornale. Quello che non scrissi, però, fu il simpatico saluto del doganiere, all'uscita. Dopo tre ore il rimmel era diventato un'unica riga nera sulle guance, il rossetto sbafava da ogni parte… ridotta come una pierrot triste e visibilmente affaticata (i tacchi m'incamprano le gambe) guardai sconsolata quel simpatico giovanotto in divisa. "E' finita?" mi chiese. "Sì" sospirai, come può fare una donna quando vede per sempre svanire il sogno della sua vita. "Ma il lavoretto l'ha fatto?" Bene, dovete sapere che esistono due tipi di meretricio: quello onesto e il giornalismo. E quest'ultimo mi fa impazzire. "Signorina, l'ha fatto il lavoro?" insistette con simpatia il doganiere. Non ebbi esitazioni. "Completo!" risposi, sgommando in allegria.
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