Storie militari di gente comune

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Ius primae noctis

di Angelo Mataloni

Ne avessi avuti di ragazzi così! Ciò che sorprendeva era la gran capacità di lavorare, sempre e a testa bassa. Senza bisogno di dire che cosa fare. Lavorava in autonomia con l'occhio giusto per intervenire laddove c'era bisogno e sovente ripassava dove i suoi colleghi avevano fatto finta di pulire. Era della squadra fissa di corvée e non se ne lamentava.

Il mattino sempre tra i primi, la sera continuava a pulire anche dopo il termine dell'orario senza che alcuno glielo chiedesse. Smetteva per il rancio, ma curiosamente usava lasciare lo scopettone fuori della mensa. Non ricordo di avergli mai fatto l'ispezione per la libera uscita, ma dopo cena sedeva sempre su una panca in cortile con lo sguardo assorto e lontano. Preferiva stare da solo, ma i colleghi non lo consideravano un orso, piuttosto rispettavano stranamente il suo impegno.

La cosa che più mi sorprendeva era la padronanza che aveva nel fare sia pur un lavoro semplice e sporco. Dava l'idea di un uomo fatto più che di un giovane coscritto. Forse anche per la cura con la quale cercava di presentarsi nonostante la divisa da lavoro, regolarmente e inevitabilmente piena di macchie. Faceva anche un certo effetto il vederlo in drop quelle poche volte che l'indossava per montare di guardia.

Insomma, sarebbe sembrato davvero un tipo a posto se non ci fosse stato quel piccolo problema dei rientri dai quarantottore o dalle licenze. Veniva da un piccolo paesino sui monti dell'Abruzzo, anzi da una cascina alla periferia di una piccola frazione alla periferia di un paesino sperduto tra i monti, anzi viveva in culibus mundi come dicevano i suoi superboni colleghi che venivano dalle più grandi metropoli italiane.

Ogni volta rientrava in grave ritardo, ma sempre entro il limite, che evidentemente ben conosceva, per evitare le punizioni più gravi. Sempre in silenzio si beccava le punizioni conseguenti e sempre in silenzio, o quasi, restava quando gli si chiedevano giustificazioni al suo modo di fare. Il massimo che arrivava a dire era un laconico "avevo da fare" e lì moriva il dialogo.

Una volta però la fece grossa; avevo già avvertito l'ufficio personale di prepararsi per la denuncia quando mi si presentò in ufficio accompagnato dal sottufficiale di giornata. A quel punto non avevo più scelta. Cacciai fuori tutti i furieri, diffidandoli dal rientrare finchè non avessi chiamato, e chiusi la porta. "Hai solo due scelte. Uno: mi racconti tutto quello che c'è. Due: ti mando a Forte Boccea". Raccontò ed ecco la storia (tradotta in italiano).

La famiglia: padre, madre, lui il figlio maggiore, una sorella di poco più giovane, altri due fratellini. Occupazione della famiglia: duecento pecore e qualche piccolo appezzamento di terreno a pascolo. Fonte di reddito della famiglia: lana, formaggio e qualche agnello per la Pasqua. Obbligo scolastico: meglio non parlarne. Una famiglia di pastori.

La sorella giovanetta, per arrotondare il bilancio, era stata mandata a serva presso la famiglia benestante del paesino. Una bocca in meno e qualche soldino in più. Purtroppo in quella famiglia c'era anche il "signor cavaliere", il maggiorente del paese che godeva dell'autorità riveniente dai suoi poderi, dai suoi greggi, dai suoi pascoli. Niente di più dello squallido notabile d'altri tempi.

Dapprima avances, poi allungamenti di mano, palpeggiamenti, attenzioni troppo pesanti. Alla fine arrivò l'aut-aut. "O così o ti rimando a casa". Insomma la pretesa più svergognata - ius primae noctis di medioevale memoria - dalla quale riuscì fortunosamente a svicolare. Purtroppo anche il "cavaliere" riuscì a cavarsela, come troppo spesso accadeva decenni fa, dalla denuncia che seguì.

L'onore violato, in ogni caso. Evidentemente nel padre scaturì quel sentimento primitivo di rivendicazione, di protezione del suo branco, di purificazione necessaria per poter nuovamente guardare negli occhi la gente del paese; da novelle rusticane o da cronaca nera se si preferisce. Così fu che violentemente si riprese l'onore della figlioletta, ma allo stesso tempo si avviò a pagarne le conseguenze con la giustizia. E uno.

Si celebrò dunque il processo che vedeva il padre accusato di reati che coprivano mezzo codice penale e in sostanza una sentenza già scritta, nonostante tutte le possibili attenuanti per i motivi d'onore, la provocazione e l'assenza di precedenti. Non era invece colpevole per la moglie che vedeva il marito come un eroe perché aveva fatto quello che aveva fatto solo per sua figlia e, più in generale, per salvaguardare l'immagine della famiglia.

Dopo la lettura della sentenza scattò qualche cosa d'incontrollabile nella testa della povera donna che vedeva condannato suo marito per un atto doveroso e giusto. Fu così che insultò il giudice, aggredì il "cavaliere" provocandogli ferite sia pur leggere, si ribellò e, ormai fuori di controllo, malmenò anche un carabiniere di servizio. Inevitabile l'arresto. E due.

Questa la storia. I ritardi del mio aviere nascevano da tutto questo. Padre e madre in carcere. Una giovane sorella e due fratellini, soli, in una cascina in mezzo ai monti. Duecento pecore da custodire, da portare al pascolo, da mungere; lana da tosare, agnelli da accudire attentamente. Tutto qua. Mentre lui stava in una caserma a qualche centinaio di chilometri a ramazzare il cortile, le scale e gli androni, la sua famiglia era sola e dunque vulnerabile. Mancava la sua presenza per supplire alle figure portanti del padre e della madre.

Certamente non potevano bastare le sue parole, sia pur convincenti nella loro crudezza. Cercai pertanto di approfondire il caso in prima persona e in modo non convenzionale saltando le vie gerarchico-burocratiche. Contattai la locale stazione dei carabinieri, che confermarono sostanzialmente gli eventi e la situazione. Prezioso fu il loro aiuto per mettermi in contatto con l'assistente sociale del comune, che mi confermò la storia e la condizione di grave disagio famigliare verso il quale aveva grandi difficoltà a intervenire.

Concordammo che mi avrebbe rappresentato, nella massima celerità, la situazione con una relazione avallata dal maresciallo dei carabinieri. Ragguagliai immediatamente il comando in modo tale che potesse studiare le soluzioni possibili sotto il profilo normativo. Coinvolsi anche il cappellano che da quel momento si prese cura dell'aviere con tutti quei metodi che lo vedevano specialista in casi di forte disagio.

Ben presto arrivò la relazione dell'assistente sociale dei carabinieri. Così lo sfortunato aviere fu dapprima mandato in licenza straordinaria e poi, senza neanche farlo rientrare, direttamente in congedo anticipato. Ad occuparsi dei suoi fratelli, delle sue pecore, dei suoi agnelli almeno fino al rientro dei genitori. Allora forse sarebbe potuto tornare a essere soltanto un giovanotto e non già un adulto anzitempo.

Se non ci fossero stati quei rientri in ritardo avremmo mai scoperto il suo malessere? Avrebbe mai raccontato a qualcuno i suoi problemi? O avrebbe continuato a ramazzare tutto il giorno, solo con le sue preoccupazioni fino alla fine della leva? Non lo saprò mai.

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