Storie militari di gente comune

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Come tornavano quei ragazzi

di Umberto Mazzone

Aveva allora quattro anni, eppure ricordava ancora bene quello che era accaduto. Una nave militare sostava in porto e Bari si era fermata. In tanti anni aveva sempre cercato di ricostruire con tutti i particolari quell'episodio, anche perché gli parlava del padre. Ne ricordava la serietà quella mattina. Lo aveva colpito, lui sempre così scherzoso che ogni tanto scoppiava in qualche rotonda parola in dialetto bolognese. Oramai non più giovane, ma non ancora vecchio, il padre era maggiore di un esercito che aveva cercato una vittoria impossibile e aveva subito una tragica sconfitta. Era un giorno particolare quello. Rientravano, dopo anni, i soldati che erano partiti da quelle coste pugliesi verso luoghi lontani, dove con la loro divisa grigioverde avrebbero combattuto per la Patria, sarebbero stati Italia.

Oh come tornavano quei ragazzi! Sbarcavano dalla nave grigia nelle loro cassette di zinco, così piccole; e pensare che erano stati dei ragazzi grandi e grossi, alpini che mangiavano polentate che non finivano più, gente dalle mani come pale e ora era tutto così piccolo. Quanti erano! Fu allora che capì per la prima volta quanto poco spazio occupasse quello che restava di un uomo. Lo spazio di un neonato. Forse non è un caso che nascita e morte abbiano, alla fine, le stesse misure. Ricordava i marinai col mitra a tracolla e la cassetta tra le braccia. Le ghette, marinai con le ghette bianche. Tutto questo gli era rimasto fermo nella memoria. Gli pareva di ricordare dei colpi che rimbombavano con una cadenza lenta, ma non riusciva a fissare se erano salve di cannone o invece rintocchi di campane a morto. Ricordava però che non vi era altro rumore. Bari, sempre così vivace, era immobile, soffriva sotto un lutto collettivo.

Il padre, che era stato in Libia, probabilmente rivedeva la sua vita, quello che avrebbe potuto essere e non era stato. Forse provava anche rimpianto e malinconia. Sognava una Patria amata e rispettata e invece. Tanti anni di prigionia in India e poi, ora, la malattia presa nel recinto dei POW che lo minava. Forse sarebbe stato meglio finire subito come loro, da soldati caduti sul campo e una possibilità c'era stata quando, la sera del 21 gennaio 1941, a Tobruk gli australiani ubriachi d'alcol e di vittoria erano entrati nella stazione radio che stava distruggendo. Ma non avrebbe avuto un figlio, un figlio che aveva sempre desiderato e che oramai sapeva che non avrebbe mai visto grande.

La Bari povera dei primi anni 50 non aveva dimenticato quei figli morti lontano. Una città d'animo antico. Donne nere con lo scialle si facevano il segno della croce. Uomini magri dai visi ancora segnati dalla terra, la pelle non ancora liscia di chi era cittadino da generazioni, si scoprivano al passaggio dei camion con le cassette coperte dalla bandiera. Bandiere come crocifissi. Quei tricolori rappresentavano insieme la sostanza materiale e lo spirito d'Italia. Facevano memoria di tutto e di tutti, come la bandiera che gli uomini ricordavano aver visto dietro la scrivania del colonnello del loro reggimento.

Quella era l'Italia, con le sue miserie, con i suoi dolori ma anche la sua dignità. Quegli uomini morti dall'altra parte dell'Adriatico erano una razza speciale. Erano stati i più fedeli alla Patria. "Ritorneranno" era stato scritto sulla stele del cimitero di guerra di Berat in Albania. E ora ritornavano. Gli umili erano accolti dagli umili. Un'intera città soffriva figli magari solo intravisti, ma quei morti erano ora i suoi morti e non ci si può girare dall'altra parte quando passa il proprio figlio. Ancora una volta bandiera nera. Non più sui monti della Grecia, ma sul molo di Bari. Era il lutto dell'Italia che tornava dalla guerra. Sconfitta, sì, ma con l'orgoglio di aver mostrato di saper resistere, con l'animo forte di chi conosce una vita che nessuno regala.

Quella mattina anche i venditori di cozze sul lungomare e il suo gelataio preferito, quello del gelato al limone, non avevano aperto. Erano ancora gli stessi che avevano venduto anche a quei soldati che ora tornavano nelle cassettine. Loro li ricordavano bene gli alpini che andavano in Albania, verso la Grecia. Erano strani quegli alpini, infagottati e col fucile '91 a spall'arm. Più che la guerra lampo dei tedeschi ricordavano quella del '15. Dicevano parole che non si comprendevano. E come potevano capirsi le lingue di un muratore di Tarcento e di un pescatore di Bari in quell'Italia che aveva così poche occasioni di incontrarsi? Erano tempi in cui solo le guerre facevano conoscere gli italiani tra loro. Era stato così sul Carso. Sarebbe stato così in Africa, in Grecia, in Russia. Solo allora si sentiva come fosse lunga l'Italia, di quante realtà fosse fatta e quanto lavoro c'era da fare per tenere assieme la vita della montagna friulana con quella del bracciante di Cerignola.

Il venditore di cozze ricordava ancora la fatica degli alpini a imbarcare i muli sulle navi, con le povere bestie che, imbragate e sollevate dai paranchi, scalciavano nel vuoto. Una cosa che non aveva mai visto. Poi, in quell'autunno del 1940 cominciarono presto anche a tornare dei soldati con le navi ospedale. Aveva ancora negli occhi un nome letto su di una fiancata: Gradisca. Erano feriti, bruciati dal freddo, congelati, erano uomini diversi da quelli che aveva visto partire. Dietro di loro erano rimasti gli amici, i vivi e i morti. In fondo non faceva una grande differenza, lassù sulla neve dei monti della Grecia. Era solo questione di tempo e sarebbero stati tutti uguali.

I greci hanno sfondato. I rincalzi arrivano in prima linea isolati, senza nessun legame organico, spezzettati, solo con le armi individuali. I greci bisogna fermarli così, con tanta rabbia e poco materiale. Sulla montagna bufere di neve, vento. In basso pioggia, una pioggia che non finisce mai. Gli uomini si guardano e quasi non si riconoscono tanto sono cambiati. Gli occhi ora arrossati, febbricitanti, incorniciati nei passamontagna, le divise sporche, color di fango. Anche i muli affondano nel pantano e non ne escono più. Un alpino piange quando gli muore il mulo. La Julia è esausta, dissanguata. Infine la primavera. La Grecia cede. Si ritorna a casa. Ora anche i sani ripassano per Bari, prima di tornare alle loro valli, in Friuli o nel Cuneese.

Poi, dopo un paio d'anni, l'8 settembre, l'armistizio e di nuovo si combatte al di là dell'Adriatico, in Grecia, Albania, Egeo. A Cefalonia come a Lero dove senza distinzione si trovano assieme contro i tedeschi i fanti del generale Gandin e i marinai dell'ammiraglio Mascherpa a salvaguardare l'onore del soldato italiano. Alla fine la strage.

Quegli uomini erano passati per le città pugliesi. Quando partivano, quando rimpatriavano feriti o congelati o malati, quando tornavano alla fine di una campagna. Solo i caduti erano rimasti al di là del mare. L'armata perduta, l'avevano chiamata. E oggi rientravano anche loro. Compagnie, battaglioni, reggimenti si mescolavano, si confondevano in quell'ultimo ritorno. Almeno le madri, le mogli, i figli, le fidanzate avevano ora una piccola cassa di zinco che conteneva tutto il loro dolore. La città li aveva accolti con la pietà e la devozione che si riservano a chi ti appartiene fin dentro l'animo.

Il padre lo ricordava con la sciabola e l'elmetto - non aveva altra memoria di averlo visto così - aveva svolto il suo ruolo nel ricevere quei soldati. La giornata volgeva al termine e la tristezza si mescolava al sentimento di orgoglio di chi aveva potuto onorare degli italiani caduti per l'Italia.

Da quel mattino erano passati oramai 50 anni. Le generazioni si erano succedute e anche i riferimenti erano cambiati: di recente era stato a Bari e aveva avuto qualche difficoltà a riconoscere alcuni luoghi. Non appariva più una città povera, ma l'arroganza dell'edilizia corsara risultava insopportabile. Nonostante tutto,però, le tracce non si erano perse. I caduti avevano un sacrario. La caserma nella quale allora alloggiava la sua famiglia c'era ancora, anche se parzialmente trasformata. Il fascino della città vecchia rimaneva intatto e poche erano le città di quelle dimensioni nelle quali fosse possibile, la domenica mattina, passare in pochi metri da un culto cattolico a uno ortodosso a uno protestante. Un indice di cosmopolitismo che si trovava solo nelle grandi metropoli e che era il retaggio di secoli di traffici e di commerci di mare.

Ora quel mare era apparentemente pacificato e i caduti italiani rientravano in altro modo, in un aeroporto romano, subito, senza attese di anni, non in massa ma con uno stillicidio esasperante, nel quale le storie individuali di tante brave persone risaltavano ancora di più, opprimendo l'animo per l'insostituibile perdita individuale.

Guardando quel mare dopo tanto tempo, intuendo terre e storie lontane sentiva che quell'insieme di esperienze, persone, sensazioni non poteva andare disperso, perché facevano parte interamente della sua vicenda esistenziale. Forse adesso, oramai anziano, aveva trovato una Patria.

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