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| Storie militari di gente comune | |
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A fine anni Sessanta i reggimenti di fanteria erano ancora corposi in quanto a organici e la storia, il retaggio, la bandiera di guerra infondevano uno spirito di corpo tale da far sentire chi vi apparteneva circondato da un alone di gloria e fierezza. La figura del maresciallo di corpo o decano non era ancora istituzionalizzata come ora, comunque il maresciallo maggiore anziano che aveva fatto la guerra, era punto di riferimento per tutti i sottufficiali, in specie i più giovani, da poco assegnati al reggimento. Questo maresciallo era presente in tutte le unità militari e il colonnello comandante poteva contare su di lui per "tastare il polso" dei giovani in armi.
Quando a fine aprile del 1968, proveniente dal liceo classico salesiano di Pordenone, dal CAR di Siena venni assegnato al 73° reggimento fanteria d'arresto "Lombardia" in Arzene (paesino del pordenonese che non conosceva nessuno, molto poco anche dallo scrivente pur pordenonese), uno dei primi personaggi con i quali, per forza di causa maggiore, venni a contatto fu il maresciallo maggiore La Ciura. Si trattava di un siciliano di altri tempi, magro, longilineo, baffetti che solo un siciliano poteva sfoggiare, capelli ancora nerissimi e imbrillantati. Vestiva l'uniforme - giubbetto e pantaloni già british army - in modo impeccabile e con un tocco di eleganza. Rimasi subito colpito dalle tante file di nastrini che ornavano il petto dell'anziano sottufficiale. Seppi, in breve tempo - e non da lui - che era stato a Giarabub, fianco a fianco col mitico colonnello Castagna (quello della canzone, della sagra che non poteva dare l'acqua ai suoi soldati, ma il fuoco distruggitore che invece gli chiedevano). Anche La Ciura, prima di essere sopraffatto dalle schiere britanniche che se lo sarebbero portato come Pow (prigioniero di guerra) in Inghilterra per ritornare in Patria a fine del 1945 perchè non collaboratore, riuscì con altri ad ammainare l'ultima bandiera, strapparla in tanti pezzi, nascondendone uno negli anfratti più remoti dei suoi ormai miserabili indumenti, riportarlo a casa dopo la prigionia e ricucire, sempre assieme ai superstiti, ciò che rimaneva dell'insanguinato tricolore. Quel tricolore oggi viene custodito con tutti gli onori e i riguardi dall'associazione combattenti e reduci. La Ciura non aveva frequentato più che le elementari, non era quindi una persona da poter definire colta. Era il tipo che quando preparava un biglietto di punizione per qualche mal capitato soldato avrebbe scritto "…tentava di uscire facendo finta di entrare" e altre amenità da caserma. Nonostante ciò, il maresciallo maggiore La Ciura incuteva rispetto e simpatia per la sua correttezza militare e per la sua onestà; aveva l'aria del burbero e una burletta come me stava 'accorto' a non incappare in un suo richiamo. In realtà La Ciura era di animo buono, voleva bene ai soldati e per i giovani sergenti in fin dei conti era un esempio di sana e semplice militarità. In seguito, conoscendolo meglio, trovai molto utili i suoi consigli di padre di famiglia (io ero orfano di padre). Ricordo anche che fin che ero soldato semplice e caporale mi dava del tu come prescriveva il regolamento, una volta promosso sergente non mi tolse più il lei (figuratevi poi quando mi rivide ufficiale). Un rigore morale lo caratterizzava sia in caserma che nella vita. Non poteva essere altrimenti per uno che … veniva da Giarabub. In quello scorcio di fine anni Sessanta anche il colonnello comandante del reggimento era siciliano e aveva fatto la guerra: El Alamein nei ranghi della divisione motorizzata "Trieste". Ricordo bene il suo nome, Enzo Corselli (andava a cavallo, anzi una cavalla che si chiamava Sicilia. Immaginatevi a vederlo per le campagne di Arzene, nelle fredde e nebbiose albe di novembre in uniforme ordinaria e berretto rigido al capo e con il robbio che era di un rosso da fondere la nebbia. Ogni giuramento di ufficiali e sottufficiali si teneva presso i rispettivi circoli e la bandiera di guerra usciva e presenziava sempre con il suo gruppo al completo: alfiere, aiutante maggiore in prima e due sottufficiali anziani di scorta. La Ciura non ne perdeva una e dovevate vedere che occhi e che portamento. Decisi che avrei abbracciato per sempre la vita militare, che avrei fatto di tutto per rimanere con quegli uomini che ormai consideravo non solo come compagni d'arme o superiori ma come fratelli di una stessa fede e di una stessa sorte il giorno dell'addio al reggimento da parte del colonnello Corselli. Quel giorno riunì tutti i quadri ufficiali e sottufficiali presso il circolo ufficiali (promiscuità inconsueta per quei tempi). Nel rivolgersi a noi giovani sergenti disse improvvisamente: "Voi sapete che io vengo da El Alamein, voglio raccontarvi un fatto vero che auspico possa venir da voi giovani interpretato come monito e sprone per la via del dovere. In quei terribili giorni di El Alamein, di battaglie, di lacrime e sangue, di caduti e di eroi dove nessuno si negava, mi trovai improvvisamente a dover prendere una difficile decisione, una di quelle che ti segnano la vita per sempre. Ero un giovane capitano e dopo la morte del comandante di battaglione dovetti assumere il comando di ciò che restava del reparto. Dovevo decidere sul tamburo se affidare il comando di una sparuta compagnia a un giovane tenente o a un maresciallo anziano, sposato e con figli in Italia. Decisi per il maresciallo ed egli cadde in combattimento. Sua moglie mi scrive ancora ogni anno". In quel momento mi resi conto che sarei anche andato a morire per uomini come La Ciura e Corselli. Dopo 37 anni di servizio e prossimo ad appendere al chiodo l'uniforme non ho ancora cambiato idea.
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