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| Storie militari di gente comune | |
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Ci trovavamo in Kosovo con il compito di gestire l’aeroporto di Pristina nell’ambito della operazione Nato “Joint Guardian” in sostituzione degli inglesi rimossi dall’incarico in seguito a un grave incidente aereo. Il resto del segmento rimaneva comunque sotto la giurisdizione delle truppe di Sua Maestà e quelle russe così come previsto dai piani di liberazione del Kosovo.
Era una occasione unica ed entusiasmante per lavorare fianco a fianco con altri militari appartenenti a realtà così diverse anche se questo naturalmente implicava uno sforzo particolare per riuscire a svolgere il proprio incarico evitando in tutti i modi comportamenti che potessero creare spiacevoli attriti sia con la popolazione locale che con i partner stranieri. Proprio per evitare questo tipo di problemi avevamo ricevuto istruzioni speciali e molte raccomandazioni che ricordavano a tutti noi che eravamo comunque ospiti in un settore che non era destinato a noi in origine e che qualunque errore avrebbe messo il comando in una situazione di grave imbarazzo. In particolare dovevamo evitare di immischiarci direttamente nelle questioni locali lasciando che a occuparsene fossero le autorità preposte, adottando tutte quelle misure che erano già state previste e stabilite. Facile a dirsi ma molto più difficile a farsi: la realtà era diversa e questo dipendeva dal fatto che da quando eravamo arrivati noi italiani i ‘sindaci’, ovvero i responsabili dei vari villaggi che erano accreditati presso i comandi Nato, avevano rinunciato a seguire la prassi ufficiale rivolgendosi ad autorità che non avevano mai tempo di occuparsi dei loro problemi e venivano da noi fiduciosi che li avremmo capiti ed aiutati. Facendo i salti mortali riuscivamo sempre a trovare delle soluzioni e questo rapporto con la popolazione andava sempre più rinsaldandosi riempiendoci di orgoglio e soddisfazione fino al giorno in cui tutto sembrò precipitare. Il ‘sindaco’ di una frazione non molto distante aveva chiesto di vederci urgentemente per una faccenda grave e della massima urgenza. Il problema era che gli abitanti del suo villaggio si erano riuniti davanti a un piccolo presidio russo e in preda alla disperazione avevano minacciato i militari che ne erano a guardia a causa del divieto di questi ultimi a lasciarli entrare per sostituire un trasformatore elettrico che forniva loro luce e riscaldamento. Il problema principale naturalmente era la lingua, aggravato dal fatto che uno fra i più esagitati conosceva un po’ di russo, quasi tutto turpiloquio, e ne aveva già fatto ampio sfoggio inasprendo ulteriormente gli animi in una situazione già tesissima. In cuor mio sapevo che dovevo trovarmi il più lontano possibile da tutta quella baraonda nel momento oramai inevitabile in cui fosse scoppiato il putiferio ma sentivo che forse una piccola possibilità c’era. Così incaricai il ‘sindaco’ di improvvisare un bel discorso per prendere tempo mentre io andavo a cercare una certa persona. La mia speranza era quella di rintracciare, nonostante fosse domenica, un ufficiale russo che ci faceva da interprete e con il quale avevo frequenti e cordiali rapporti di lavoro. Ebbi fortuna. Davanti a quei cancelli si era radunata una piccola folla quanto mai eterogenea e in un silenzio surreale l’ufficiale russo cominciò a parlare con i militari del presidio. Dopo un tempo che sembrava non finire mai, ci comunicò che i rocciosi paracadutisti era appena arrivati dalla Cecenia, avevano ordine di tenere la posizione e non avevano istruzioni per casi del genere. Era dispiaciuto, ma non poteva farci nulla. In un silenzio irreale, donne, vecchi, bambini, civili e militari guardavano noi in attesa della traduzione. Mi sentivo la gola secca e una strana sudarella, maledicendomi per aver voluto fare di testa mia, convinto che a tutto si potesse trovare una soluzione facendo appello al buon senso. Già mi risuonava nelle orecchie il ruggito del comandante, una volta che la cosa si fosse risaputa, quando avvenne un insperato miracolo. Sentii una voce familiare che diceva una parola magica: “volete?” Come per incanto la situazione si trasformò completamente e in modo assolutamente imprevedibile. Solo dopo un po’ di trambusto riuscii a capire che un collega in preda a una improvvisa ispirazione aveva aperto una enorme scatola di sigari e li stava distribuendo agli allibiti paracadutisti. Il ghiaccio come per incanto si era rotto e stavo assistendo allo spettacolo di un turbinio di mani che si scambiavano maglie, stemmi, colbacchi, baci e abbracci e sigari naturalmente. I Kosovari accesero un gran fuoco e cominciarono ad arrostire un porcellino fatto arrivare in gran fretta dal villaggio mentre dalla nostra mensa arrivò una formidabile quantità clandestina di spaghetti e vino che riunirono tutti noi in una grande tavolata all’aperto giusto a metà di quel cancello che avevamo oramai perso la speranza di vedere dischiuso. Italiani, Russi, Kosovari almeno una volta insieme protagonisti di un improbabile pranzo domenicale e per un momento dimentichi delle famiglie lontane e gli orrori della guerra. Prima di notte il lavoro era stato ultimato e l’energia elettrica era tornata ad illuminare e riscaldare quelle povere case. Gli animi si erano rasserenati e un altro piccolissimo passo verso la distensione era stato fatto. Quella sera mi sentivo particolarmente in pace con me stesso e con il mondo mentre come sempre scrivevo sul libro delle consegne il rapporto della giornata: “Nessuna novità da segnalare”.
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