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| Storie militari di gente comune | |
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La vita di aeroporto ha un fascino tutto speciale che deriva probabilmente dal fatto che, nonostante se ne conoscano tutti i dettagli teorici, assistere a un atterraggio o a un decollo rinnova ogni volta una sensazione indescrivibile di stupore e soddisfazione. Lo stupore per la bellezza estetica della azione che trasforma oggetti fatti di metallo in magnifiche figure volanti finalmente libere dal giogo della gravità e soddisfazione per la consapevolezza che quel miracolo dipende anche un po’ dal nostro lavoro e dal nostro impegno.
Solo la perfetta sinergia espressa dalle tantissime figure professionali coinvolte nelle attività di un aeroporto militare può portare ai risultati soddisfacenti che ci si aspetta da una moderna forza armata nello svolgimento dei suoi compiti istituzionali, ma la sua esaltazione si ha nel contesto della partecipazione a una missione all’estero. Ricreare quella alchimia di collaborazione ed efficienza quando ci si trova a migliaia di chilometri di distanza dalla propria base è fondamentale per la buona riuscita di una operazione e in questo noi italiani siamo maestri dimostrando ogni volta di poter trovare le giuste soluzioni a ogni imprevedibile difficoltà, trasformando un momento critico in un successo. Nell’ambito della missione Unmee (United Nation Mission Etiopia Eritrea) il comando del 3° Reparto operativo autonomo (Roa) aveva trovato sede all’interno del sedime dell’aeroporto internazionale di Asmara dove erano state rischierate tre unità di volo: un G-222 della 46° brigata aerea, un P-166T del 14° stormo, e due elicotteri AB-212 del 4° gruppo elicotteri della Marina militare di Grottaglie, con compiti di ricognizione, trasporto personale e materiale, aerofotogrammetria e Medevac (soccorso medico e trasporto feriti). Non era un grande nucleo il 3° Roa, ma molto affiatato e le giornate filavano veloci, alternando periodi di frenesia operativa a momenti di maggiore tranquillità, il tutto cadenzato dalla attività di volo delle varie unità impegnate in missioni ogni giorno diverse che cessavano solo all’imbrunire per lasciare il posto alle operazioni conclusive e la stesura dei vari rapporti di servizio. Chi non era impegnato nei servizi notturni a quel punto poteva godersi un po’ di riposo, magari ammirando l‘incredibile cielo stellato tipico di quelle latitudini o cercando di contattare le famiglie lontane per un saluto o magari una promessa. I più giovani si riunivano in qualche locale in città dove era possibile mangiare una pizza decente e fare quattro salti. Io invece me ne andavo a spasso con il capo nucleo specialisti della Marina, con il quale condividevo età anagrafica e di servizio, per scambiarci ricordi e aneddoti della nostra carriera militare. Una sera aspettavamo il rientro dell’elicottero che era stato inviato per un soccorso oramai da diverse ore. Si era fatto tardi ed eravamo rimasti in albergo in attesa della chiamata, ma avevo capito che qualcosa non doveva andare per il verso giusto perché il mio amico era stranamente teso mentre controllava e ricontrollava la radio di servizio, finche arrivò la chiamata di emergenza: “… tentativo di atterraggio fallito riportati gravi danni stiamo rientrando senza un pattino e corto di carburante, stimato arrivo…”. In un momento la situazione mi apparve in tutta la sua gravità e urgenza. Un elicottero con un pattino solo non può atterrare e dopo il tempo necessario per primo giro di telefonate il capo specialisti della Marina era schizzato come una molla in direzione dell’aeroporto poco distante e aveva cominciato a studiare un piano di azione, che aveva come obiettivo quello di realizzare con mezzi di fortuna una piattaforma rialzata dove far atterrare l’elicottero sulla pancia . Le prime telefonate avevano prodotto come risultato il rapidissimo rientro in massa in aeroporto di tutto il personale del Roa. Gli specialisti della 46° si erano attivati immediatamente trasferendo una “paletta” di carico di un C-130 in mezzo al piazzale e gli specialisti della Marina l’avevano rialzata utilizzando le ruote di scorta delle Land Rover in modo da ottenere la base di appoggio idonea. Ora si trattava di trovare il modo di sostenere alta la coda dell’elicottero e la scelta cadde su una ruota di scorta del carrello anteriore del G-222 che sembrava proprio della misura giusta, l’imbottitura del fondo si ottenne disponendo uno strato di materassi “prelevati” dall’albergo assicurati con i tiranti di sicurezza con cui si fissano i materiali sugli aerei da carico. Poi giusto il tempo di ammirare l’opera e in lontananza si fece sentire il rumore regolare dell’AB-212 in arrivo. Il comandante aveva dato ordine a tutti di mettersi al riparo e solo il capo specialista della Marina era rimasto in piedi in mezzo al piazzale, davanti alla sua opera, in attesa di poter verificare di persona i danni e dare le indicazioni al pilota per l’atterraggio. Gli altri specialisti della Marina assistevano a distanza l’avvicinamento, bianchi come stracci e impotenti di fronte al pericolo che stavano correndo i colleghi imbarcati, i quali si erano rifiutati di lasciare il pilota da solo saltando a terra. Ora tutto dipendeva dal tipo di danni riportati durante il fallito atterraggio in zona di operazioni e dalla loro gravità. L’elicottero si avvicinava a bassissima quota con tutte le luci accese e mano a mano che il tempo passava se ne cominciava a vedere prima il profilo alterato poi le lacerazioni della lamiera nei punti dove era ancorato il pattino e poi… la sorpresa. Anche il secondo pattino era stato strappato via il che significava che se da una parte questo semplificava le cose dall’altra obbligava gli specialisti a modificare la piattaforma in modo da poter accogliere il velivolo con tutto il suo peso. Bisognava darsi da fare. E subito. Giusto il tempo per far allontanare l’elicottero e in un momento il piazzale ferveva di nuova attività. In men che non si dica la nuova opera faceva bella mostra di sé in attesa di poter finalmente accogliere gli sfortunati che si stavano nuovamente avvicinando sotto lo sguardo vigile del capo specialisti. Gli ultimi momenti furono da vero cardiopalma. Nessuno osava respirare e gli occhi di tutti erano puntati su quella base preparata con tanta cura che ora appariva così precaria e inadeguata. Invece andò tutto per il meglio e quando il pilota decise che poteva adottare la manovra di spengimento motore e arresto rapido del rotore scoppiò un applauso generale e liberatorio al quale si erano uniti anche i lavoratori dell’aeroporto e altra gente accorsa da tutte le parti quando la notizia si era diffusa. In verità non tutti partecipavano a quel momento di gioia e di speciale condivisione che solo chi ha vissuto una esperienza del genere può raccontare. Una figura solitaria si aggirava silenziosa intorno all’opera dell’ingegno italico. Mi avvicinai e riconobbi il direttore dell’albergo che sembrava assorto in una preghiera. In realtà non stava pregando; la sua era piuttosto una cantilena triste e ripetitiva che, seppi poi, tradotta in italiano suonava più o meno così ”I miei materassi, i miei materassi, i miei materassi…”.
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