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| Storie militari di gente comune | |
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Durante i miei pochi anni di servizio militare, non mi ero ancora mai occupato delle questioni inventariali dei materiali e degli oggetti in carico alla compagnia. A ciò era addetto l'ufficio materiali, gestito dal maresciallo decano, assistito da un sergente maggiore e da alcuni genieri alpini. Quell'ufficio aveva il controllo su ogni singolo oggetto del reparto che non fosse veicolo o arma. La sua gestione era alquanto ferrea e dai magazzini non usciva nulla se non a fronte di una precisa disposizione del comandante di compagnia. Per questo, il maresciallo istruiva appositamente i suoi collaboratori, che finivano per assomigliargli dal punto di vista comportamentale.
Da un lato ciò garantiva che i materiali non sparissero, magari scoprendolo proprio quando ce n'era la necessità impellente; dall'altro vi erano frequenti e accese discussioni con il sottufficiale per avere la sostituzione di qualcosa che si era rotto o usurato o l'integrazione di una dotazione deficitaria. Circostanze che in una realtà come la nostra non erano davvero rare. Ma il buon uomo sapeva riconoscere le esigenze reali e, magari quando non ci si sperava più, apriva la saracinesca e faceva consegnare quanto necessario. La gestione dell'inventario e della relativa documentazione era sua competenza e, a parte chi aveva voce in capitolo, credo di poter affermare che nessuno altro si azzardava a metterci il naso. Anche perché egli non accettava intrusioni nel suo territorio esclusivo. Verso la fine degli anni Ottanta, l'Esercito aveva attuato una campagna di monitoraggio dei costi di gestione. Essendo io l'ufficiale subalterno più anziano e quello addetto al coordinamento delle attività e dei lavori, come se non avessi abbastanza da fare, mi fu assegnata anche quella incombenza. Forte del fatto che molte delle voci non mi erano accessibili, in quanto facenti parte dell'ambito esclusivo di fureria, ufficio cassa, mensa e ufficio materiali, non senza mugugni e pianti greci dei diretti interessati, ottenni che ognuno completasse la propria parte e che a me spettasse tutta la parte relativa alle operazioni, all'ufficio auto, che dipendeva da me in quanto ero anche ufficiale addetto agli automezzi e il coordinamento conclusivo necessario alla compilazione del corposo documento, che contava oltre un centinaio di fogli. Non senza difficoltà, sovente rubando ore al riposo notturno, riuscii a completare l'opera, che consegnai al comandante e della quale non seppi più nulla. Immagino che essa confluisse, assieme agli analoghi documenti emessi dagli altri reparti, in qualche ufficio del comando brigata. Senza molta fantasia, ipotizzai che tutta quella carta arrivasse alla fine a Roma, dove qualche sfortunato ignoto consegnatario avrebbe trovato il modo di depositare il tutto in attesa di qualche miracolo che ne permettesse l'interpretazione. Dopo qualche mese, nel momento in cui si stava preparando una grossa esercitazione, ricevetti una telefonata dal capo ufficio logistico della brigata, con il quale, in virtù della mia posizione, avevo frequenti relazioni non solo telefoniche. Mi ero sempre trovato a mio agio nell'interloquire con lui e a volte accadeva che ci fosse lo scambio di battute scherzose, che lui apprezzava sempre. L'ufficiale superiore esercitava la sua funzione più in virtù dell'ascendente e della preparazione tecnica che del grado. La sua telefonata di quel giorno mi sorprese molto, in quanto mai egli aveva scherzato all'inizio delle sue comunicazioni, in ossequio al principio che prima si trattano le questioni d'ufficio e poi, ma solo se ce n'è il tempo e l'occasione, era concessa la battuta di spirito. “Bulfò, dove lo tenete il sottomarino, che non l'ho mai visto?” La domanda assomigliava molto alla burlesca richiesta delle chiavi del carro armato, che si faceva al commilitone dormiente. “Colonnello, lei ha voglia di scherzare, oggi!” “Bulfò, non sto scherzando. Ho qui un fonogramma da Roma che mi chiede spiegazioni di un sottomarino per Truppe Alpine che avete in carico...”. Non sapevo cosa ribattere, non avevo proprio idea di dove volesse andare a parare. Abbozzai un “Cosa vuole che faccia, signor colonnello?” “Non disturbare il tuo capo, vai a vedere dal consegnatario dei materiali e chiamami appena hai trovato, ci deve essere un errore da qualche parte. Trova l'errore e poi fammi sapere. E' ovvio che non avete un sottomarino, lascia perdere come mai qualcuno ritiene che lo abbiate. A Roma succedono cose strane a volte. Sai, vivono in un mondo diverso dal nostro. Non ho nessuna voglia di mettere in piedi una commissione per mettere fuori uso un mezzo che evidentemente non avete mai avuto”. Piuttosto perplesso, ragionai un attimo sulla faccenda, ma non ne venni a capo. Andai perciò dal maresciallo dei materiali, certo che mi avrebbe dato dello scemo. Lo raggiunsi nel suo ufficio e gli spiegai la telefonata del colonnello. Anche lui non riusciva a capire la cosa. Era evidente a chiunque che un reparto dell'Esercito, per di più alpino, non poteva avere in carico un sottomarino. Era talmente lapalissiano che non ci capacitavamo della richiesta ricevuta. Ma il colonnello era una persona seria e se aveva telefonato per questa cosa, voleva dire che aveva già provato a risolverla da solo e se avesse voluto sollevare un po' di polvere avrebbe scritto un fonogramma o una lettera. Quindi era opportuno non prendere alla leggera la spinosa questione. A dispetto del suggerimento di non disturbare il capo, il Maresciallo volle invece andare a parlargli, lo seguii e ci infilammo nel fumoso ufficio. Il capo fumava tra i quattro e i cinque pacchetti di Esportazioni al giorno, quelle con la nave a vela sul pacchetto verde. Erano introvabili, c'era un solo tabaccaio che ancora le teneva, in paese. Il maresciallo raccontò la cosa e il capo, preso di sorpresa, ci disse di dare un'occhiata ai registri di carico, probabilmente più per toglierci dai piedi mentre faceva qualcosa di più importante. Uscimmo e stavolta il maresciallo venne nel mio ufficio. Cercammo di vedere la cosa da un altro punto di vista. Come mai a Roma risultava che avevamo in carico un sottomarino per Truppe Alpine? Decisi di telefonare al colonnello per avere qualche informazione in più. Così scoprii che i dati relativi ai costi di esercizio della nostra compagnia dovevano essere stati confrontati con quelli della dotazione canonica e a qualcuno doveva essere caduto l'occhio proprio su quel dato anomalo. Era l'informazione che ci mancava. Salutai il colonnello e, come illuminato, chiesi al maresciallo di poter vedere il registro di carico dei materiali. Andammo nel suo ufficio. Fece uscire il registro da uno schedario che teneva vicino alla scrivania e iniziò a scorrere le voci, pagina dopo pagina. Il registro era compilato a mano, ogni pagina era timbrata, numerata e firmata dal comandante. L'aggiornamento avveniva a mano, un lavoro da amanuense per ricopiare le voci esistenti e riportare la giacenza e i movimenti delle cose. Era il periodo in cui l'Olivetti M20 era un oggetto di alta tecnologia e i monitor dei calcolatori avevano i fosfori verdi. Dopo un po', eccolo lì: “Sottomarino per Truppe Alpine”, fuori uso, 1 pezzo. Averlo trovato nel registro non risolveva il mio compito: bisognava trovare il sottomarino. I circa dieci ettari della caserma avevano qualche luogo in cui si sarebbe potuto nascondere qualcosa, ma, per quanto piccolo, un sottomarino doveva essere piuttosto imgombrante. Ci doveva essere un errore da qualche parte. Chiesi il registro precedente. Ancora “Sottomarino per Truppe Alpine”, fuori uso, 1 pezzo. Chiesi quello ancora precedente: “Sommergibile per Truppe Alpine”, fuori uso, 1 pezzo. E ancora quello precedente: è in archivio. Troviamolo. Via in archivio: il gabbiotto del vecchio posto distribuzione carburanti, con le grate alle finestre era il luogo ideale per tenerci l'archivio. Era solo 300 metri lontano dalla palazzina del comando. Trovato il registro e appoggiatolo sul tavolo polveroso il maresciallo si mise a sfogliare. Non trovò il sommergibile, ma trovò “Someggiabile, per Truppe Alpine”, fuori uso, 1 pezzo. Era l'illuminazione: nel tedio dell'amanuense lavoro, il geniere alpino di volta in volta addetto alla trascrizione si era mangiato qualcosa, per risparmiare tempo o per distrazione. Doveva essere un oggetto di uso comune, someggiabile e fuori uso. Sarebbe potuta essere quasi ogni cosa. A quei tempi non c'era quasi più nulla di someggiabile in compagnia. Ma una volta quasi ogni materiale aveva il suo basto e il suo modo di caricarlo. La compagnia non aveva i muli da almeno 15 anni, da prima del terremoto, tuttavia sarebbe stato ancora possibile trasportare materiali con dei muli: i battaglioni e i gruppi li avevano ancora. Non avevamo i muli, in compenso la nostra dotazione di ACM 52 era davvero notevole, per l'epoca. Tornando alla nostra ricerca, ormai eravamo andati indietro di alcuni anni. Cercammo in altro paio di registri, fino a che trovammo: “Cucina someggiabile, per truppe alpine”, fuori uso verbale xxwwyy del xx.xx.xxxx, 1 pezzo. Il Maresciallo imprecò. Ci aveva fatto perdere un pomeriggio, questa cucina da campo! Non avevo idea di cosa fosse, così chiesi al Maresciallo di poterla vedere. Mi spiegò dove era. Tornammo nel suo ufficio, prese le chiavi del magazzino e vi ci recammo. Aprì, accese la luce e mi indicò un ripiano su uno scaffale. Lo scaffale era coperto da teli da tenda, che facevano come un tendaggio davanti agli scaffali e riduceva l'impolveramento. Notai la coscienza con cui teneva il magazzino. Mi arrampicai sullo scaffale e cercai l'oggetto che mi aveva descritto. Assomigliava a una piccola stufa a legna, con una apertura sul piano, in cui stavano posizionati alcuni anelli concentrici di dimensioni sempre minori. Quello centrale aveva il piccolo foro per infilarci l'attrezzo adatto a rimuoverli. Giusto a fianco la dotazione di scopini, attizzatoio e paletta per la cenere, più in là il camino, in tubo metallico. Vidi anche il basto. Ok, avevamo risolto il mistero. Commentai l'ottimo stato di conservazione della cucina someggiabile. Sembrava nuova. Il terremoto aveva danneggiato molte cose e quella cucina era quasi nuova. Da anni esistevano le cucine rotabili, che si agganciavano ad un autocarro e funzionavano a gasolio. Ma quelle a legna erano ancora nella dotazione e poco dopo il terremoto, la dotazione completa venne completata e integrata, anche per far fronte alle esigenze a favore delle popolazioni civili rimaste senza casa. Poiché da anni non si usava, poiché non c'erano più i muli, poiché era obsoleta, e per altre considerazioni, fu deciso di considerarla “fuori uso” e di attendere l'autorizzazione a versarla presso un deposito. Autorizzazione che, a quanto pare, ancora non era arrivata. Perciò doveva essere tenuta, pur se “fuori uso”, con tutta la cura, in quanto ancora in carico e ancora, potenzialmente, impiegabile. Tornammo al comando e ci dividemmo: il maresciallo dal comandante per informarlo della risoluzione del mistero, io nel mio ufficio per telefonare al colonnello dell'ufficio logistico che attendeva la mia risposta. Ridemmo di gusto commentando i fatti del pomeriggio, però alla fine il colonnello disse che era ora necessario rettificare il dato errato. Confessò di non avere mai avuto questa necessità, disse che avrebbe telefonato a Roma e si sarebbe informato sulla procedura da adottare. Ci salutammo come al solito. Dopo qualche mese terminai il mio servizio e ancora oggi mi chiedo che fine abbia fatto quella vecchia cucina someggiabile. La compagnia non c'è più e il maresciallo è in pensione da oltre un decennio. Se non fosse stato meticoloso e severo nella gestione dei materiali, probabilmente starei ancora cercando il “sottomarino per Truppe Alpine”.
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